Quel porco di Salinger a 53 anni se la faceva con una di 18, sedotta & abbandonata dopo pochi mesi. Ora la diciottenne ha 64 anni e asfalta il movimento #MeToo. “Da vent’anni subisco le conseguenze di aver raccontato una storia proibita”

Posted on settembre 07, 2018, 12:16 pm
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Il morso del mostro. In questa storia, all’apparenza, c’è un vecchio che abusa di una ‘ninfetta’, la trama, in effetti, pare quella di Lolita. Il mostro, in questa storia, è uno degli scrittori più celebri, celebrati, letti al mondo, di cui, per altro, attraverso l’autobiografia della figlia, sappiamo le turbe, le bizzarrie, l’ansia padronale, il terrore di proteggere la proprietà privata della propria vita.

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Questa storia potrebbe chiamarsi sul relativismo dell’abominio. Se, oggi, ci pare chiaro che un vecchio – seduttore impenitente – abbia abusato di una giovane appena maggiorenne è meno chiaro l’uso del termine abuso. Ha abusato della sua ingenuità, direi, del suo desiderio di essere sedotta da un uomo famoso quanto segreto. L’abusata, però, vent’anni fa fu detta selvaggia arpia, la fatale che ha stordito a suon di prestazioni sessuali il vecchio, per rapirne il talento.

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Joyce Maynard farà 65 anni il 5 novembre, all’epoca dei fatti ne aveva 18: è una scrittrice di un certo successo, tradotta anche in Italia (il primo libro, Baby Love, è stato pubblicato da Mondadori nel 1982, l’ultimo, L’ombra degli Havilland, è stato pubblicato quest’anno da HarperCollins, riguardo a Un giorno come tanti, edito da Piemme nel 2015, Francesco Motta, sulle pagine del ‘Domenicale’ del Sole 24 Ore, giudica la Maynard “una scrittrice di razza”), da un suo libro, Da morire, è tratto il film di Gus Van Sant, nel 1995, con Nicole Kidman e Matt Dillon. Nonostante la buona volontà, per tutti, però, Joyce Maynard è quella che a 18 anni, nel 1972, s’è messa nel letto di J. D. Salinger, la leggenda vivente della letteratura Usa, lo scrittore del Giovane Holden, che, tra l’altro, il primo gennaio del 2019 compirebbe 100 anni.

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HoldenLa storia è questa. Joyce Maynard è una diciottenne di talento che manda articoli e racconti ai quotidiani del corteo. Il talento c’è davvero, visto che il 23 aprile del 1972 il New York Times gli pubblica un pezzo, An 18-Year-Old Looks Back On Life. L’incipit del pezzo è buono, ed è inquietante quanto ciò che è stato scritto 45 anni fa valga pari-pari oggi: “Ogni generazione pensa di essere speciale – i miei nonni perché ricordano cavalli e passeggini, i miei genitori perché hanno vissuto la Depressione. Chi ha più di trent’anni è speciale perché ha visto la Corea, Chuck Berry, i beatniks. La mia sorella più grande si crede speciale perché appartiene alla prima generazione dei teen-agers (prima, si era semplicemente adolescenti), quando essere teen-ager era divertente. E io – io ho 18 anni. La mia è la generazione delle attese insoddisfatte”. L’articolo è arricchito da una fotografia a pagina piena di Joyce. Ragazza pulita, più matura della sua età, pare, informalmente sexy.

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Diciamo che J. D. Salinger è stato attratto dalla fotografia – ma già che c’era ha fatto credere a Joyce di essere intelligente. Morale. Dopo breve scambio di lettere intrise di fuoco e di labirinti, “mi ha spinto a lasciare il college per andare a vivere con lui (avere bambini, collaborare a spettacoli che avremmo dovuto realizzare a Londra) e diventare (così credevo) la sua donna per sempre”. A Joyce non pare vero che il più celebre scrittore americano abbia scelto proprio lei. Ai genitori di lei neppure. Così, Joyce rifiuta la borsa di studio a Yale, lascia tutto, e diventa la geisha di Salinger. Dopo un po’, però, al vecchio di 53 anni – anzi, ora 54 – la giovinetta sta sulle palle: durante un viaggio in Florida, “con parole devastanti”, le dice di andarsene, mettendole in mano due pezzi da 50 dollari, “di prendere le mie cose, di sparire”.

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Joyce non omette di dire che s’era trasferita da Salinger “con una valigia piena di minigonne”, il che significa che il rapporto non era esattamente sotto l’ombra della letteratura. In un libro pubblicato vent’anni fa, nel 1998 – e stranamente inedito in Italia – At Home in the World, Joyce, che nel frattempo ha scritto, si è sposata e ha fatto figli, racconta i suoi sette mesi nella casa di Salinger. Racconta anche di come il vecchio obbligava la ragazzina – in preda ad anoressia – a prenderglielo in bocca (“descrivevo sommariamente l’esperienza di un rapporto orale forzato con un uomo di 35 anni più vecchio”).

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Holden2Come Salinger si è liberato di lei, così Joyce, vent’anni fa, si è liberata di lui. Prima pubblicando un libro, poi mettendo all’asta le lettere che Salinger le aveva inviato. Un tardivo, fruttuoso (furono acquistate da un fan dello scrittore per 156.500 dollari) rogo. Dalle righe del New York Times, ora, 45 anni dopo la fine della fulminea relazione con Salinger, 20 anni dopo la pubblicazione del suo libro, Joyce Maynard piglia la penna e in Was She J.D. Salinger’s Predator or Hid Prey?, pone una domanda maliziosa. Vent’anni fa fu accusata di essere una predatrice, una che voleva la fama sulla pelle del più famoso scrittore degli Usa. Ora, in era di imperante #MeToo, come sarebbe letta quella vicenda, in cui un uomo potente di fama usa la propria rapacità seduttiva per ghermire una giovane? “Lo scorso autunno, quando è dilagata sulla stampa la notizia degli abusi perpetrati da Harvey Weinstein su donne dell’industria dello spettacolo, seguita da rivelazioni quasi giornaliere di uomini importanti che avrebbero compiuto violazioni simili, ho pensato che la mia vicenda potesse tornare alla luce. Ho pensato che qualcuno mi telefonasse. Ma il telefono non ha squillato”. Il #MeToo adotta, cinicamente, la dinamica dei ‘due pesi due misure’, a seconda dell’utilità pubblica c’è abuso e abuso.

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Nel suo articolo, poco velatamente, Joyce accusa Salinger di essere un predatore di diciottenni. “Ho ricevuto lettere e email di donne della mia età con una storia assai familiare: attorno ai 18 anni ricevettero una lettera – accattivante, addirittura magica – composta da una voce che riconoscevano essere quella di Holden Caulfield, sebbene fosse un nome, posto in calce alla pagina, ben più familiare, ad aver scritto parole che potrei recitare a memoria, tanto le conosco bene”.

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Il morso del mostro, del genio, ha marchiato per sempre Joyce. In fondo, racconta, quando presentava i suoi libri, agli interlocutori interessava vedere la faccia di quella che ha visto la leggenda nuda, che ha svelato le pudenda dello scrittore più venduto ed enigmatico di sempre. Spesso le chiedevano, alla fine della presentazione, se era vero che Salinger avesse lavorato a dei romanzi, per ora ignoti. Il genio, in qualche modo, vampirizza le sue prede – non c’è scampo al suo morso. Nonostante il rogo, egli risorge. Una manciata di mesi al cospetto di una leggenda mutano una vita intera: chi vede la nudità del dio ne è marchiato per sempre.

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La vera colpa, ad ogni modo, è che Joyce non si sia dimostrata una scrittrice più geniale di Salinger. Questo è l’unico abuso che la letteratura concede. (d.b.)

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Si pubblicano alcuni passi dall’articolo di Joyce Maynard, “Was She J.D. Salinger’s Predator or His Prey?”, pubblicato il 5 settembre 2018 su The New York Times.

Di me è stato, sulle pagine di questo giornale, che sono una predatrice. L’autore di quella considerazione non è stato l’unico a pensarla così. Nel 1998, quasi vent’anni prima del movimento #MeToo, pubblicai un libro in cui raccontavo la mia relazione con uno scrittore famoso e venerato, che mi ha sedotto quando aveva 53 anni e io 18.

Non voglio catalogare gli epiteti – da ‘donna sanguisuga’ a ‘opportunista un tempo ninfetta’ – caduti su di me e sul mio lavoro (“la confessione da uno squallido boudoir”) per una stagione. La storia raccontata nel mio libro, At Home in the World, è stata accolta dalla stampa culturale con una condanna pressoché universale. Questo non ha distrutto la mia carriera o il mio equilibrio emotivo – ma quasi. Il mio crimine – che mi è valsa la discutibile opinione di un importante critico letterario di essere l’autrice del “più brutto libro mai scritto” – è stata la decisione, dopo 25 anni di silenzio, di scrivere un libro di memorie in cui racconto la mia relazione con un uomo vecchio e potente. Nella primavera del 1972, dopo aver pubblicato un saggio accompagnato da una fotografia particolarmente innocua (bluejeans, capelli all’aria, niente trucco), ricevetti una lettera da J.D. Salinger che denunciava la sua ammirazione, la sua amicizia, offrendomi la sua guida spirituale – in successive lettere e telefonate, mi ha spinto a lasciare il college per trasferirmi a vivere con lui (avere bambini, collaborare a spettacoli che avremmo messo in scena per il West End di Londra) e diventare (così credevo) la donna della sua vita. Rinunciai alla borsa di studio e a Yale, ho interrotto la comunicazione con i miei amici e mi sono mossa (con una valigia piena di minigonne e dischi che mi era precluso ascoltare) dal New Hampshire per stare con lui. Sette mesi dopo, durante un viaggio in Florida, con parole devastanti rispetto a quelle accattivanti e ammalianti di prima, mi ha messo in mano due pezzi da 50 dollari, ordinandomi di tornare nel New Hampshire, di pigliare la mia roba e di sparire. Credendo che Salinger fosse l’uomo spiritualmente più elevato che avessi mai conosciuto, accettai il suo giudizio, ero una donna indegna, e per il quarto di secolo successivo parlai a malapena della mia esperienza, anche con l’uomo che infine ho sposato e da cui ho avuto tre figli. […]

Da vent’anni subisco le conseguenze di aver raccontato quella storia proibita e anche se ho pubblicato nove romanzi e un’altra autobiografia, e nessuno di questi libri riguardi Salinger, soltanto poche recensioni non accennano al fatto che quando avevo 18 anni ho dormito con un grande scrittore e che in seguito, commisi l’imperdonabile offesa di raccontare quella storia. Lo scorso autunno, quando è dilagata sulla stampa la notizia degli abusi perpetrati da Harvey Weinstein su donne dell’industria dello spettacolo, seguita da rivelazioni quasi giornaliere di uomini importanti che avrebbero compiuto violazioni simili, ho pensato che la mia vicenda potesse tornare alla luce. Ho pensato che qualcuno mi telefonasse. Ma il telefono non ha squillato. E sebbene io creda che quello stesso libro pubblicato vent’anni fa oggi sarebbe recepito diversamente, non mi pare che l’attenzione sugli abusi degli uomini di potere si estenda retroattivamente alle donne che hanno scelto di parlare di queste cose molto tempo fa e sono state svergognate perché lo hanno fatto. […]

Ecco una scena che si svolge ogni volta che parlo del mio ultimo lavoro in una libreria. Dopo aver letto un pezzo e passato una ventina di minuti a discuterlo, un uomo, in fondo alla stanza, alza la mano e mi pone la domanda che per lui è decisiva più di ogni altra. ‘Cosa può dirci dei manoscritti che Salinger teneva chiusi in cassaforte e che sarebbero stati pubblicati dopo la sua morte?’. Questa persona mi riduce a una donna il cui unico valore risiede in una lontana intimità con l’unico scrittore davvero importante, qui dentro. Che briciole di informazioni posso dare? Non conosco manoscritti, dico, anche se è vero che durante i mesi che ho passato con Salinger, ogni mattina, lui spariva in una stanza a scrivere. So che stava davanti alla macchina da scrivere e che scriveva. […]

Ho 64 anni, ora. Nei decenni trascorsi da quando ho pubblicato la storia di quei giorni e il loro effetto duraturo sulla mia vita, ho ricevuto molte lettere dai lettori. Alcune provengono da donne con storie simili alla mia, agghiaccianti, di uomini vecchi e potenti che, quando queste donne erano molto giovani, hanno conquistato la loro fiducia estremamente ingenui e il loro cuore, alterando il corso della loro esistenza. Ho anche ricevuto lettere e email di donne della mia età con una storia assai familiare: attorno ai 18 anni ricevettero una lettera – accattivante, addirittura magica – composta da una voce che riconoscevano essere quella di Holden Caulfield, sebbene fosse un nome, posto in calce alla pagina, ben più familiare, ad aver scritto quelle parole che potrei recitare a memoria, tanto le conosco bene. Almeno una dei destinatari, ho scoperto, intratteneva una corrispondenza con Salinger in quello stesso inverno in cui vivevo con lui, così attenta a non disturbare la sua scrittura. Da qualche parte in questa storia c’è un predatore. Lascio ai miei lettori – che hanno oggi una visione più ampia, forse, dei lettori di vent’anni fa – decidere chi sia.

Joyce Maynard