Quando Vladimir Nabokov, in veste di Arlecchino, perse le staffe perché “in quella zuffa astratta per il Premio Supremo” (il Nobel) a vincere non fu lui ma Solochov (o Solzenicyn, è uguale)

Posted on Marzo 13, 2019, 12:28 pm
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Nel 1965 il Nobel per la Letteratura (maiuscola, non corsiva) fu assegnato a Michail Solochov. Il cerchiobottismo made in Sverige esigeva anche questo. Un tocco di rosso, un tocco di pale black, ma non troppo, non avvicinare mai la magia di Pound. Nabokov la prese malamente. Incominciò a comporre l’ultimo libro, uscito nel 1974 e titolato Guarda gli Arlecchini! Ora, siccome gli Arlecchini sono autobiografia, ma ri-manipolata, e i libri composti dal narratore variano e sviano nel resoconto della sua vita, e il Regno di Zembla si espande e diventa (da ghiaccio che era) il gasificato Madya, sorge la domanda: chi sta pigliando per il cu*o il Conte triplicato Vladimir Nabokov, quando scrive che “in quella zuffa astratta per il Premio Supremo, il vincitore fu un contadino albanese”?

Solochov. Questa la risposta. O forse ne esiste un’altra. Che sia l’autore di Arcipelago Gulag vincitore nel 1970 del medesimo? Da ridere l’assegnazione del ’74, doppietta svedese, magari quest’anno lo daranno a una coppia omo di foche monache e lapponi – d’altronde, c’è da recuperare la mancata cerimonia dell’anno passato.

Ma leggete gli Arlecchini, libro bellissimo perché chiarificatore sul modo di vedere il passato. La prima moglie del narratore gli fa venire in mente “quanti amanti dovevano esserci stati prima di lui per renderla così bella”. Poi certe descrizioni di schiene viste da tergo che Raboni poeta e Calvino scrittore se le sognano di notte. Missiroli, studia Nabokov, poi ti compro.

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È chiaro che virtù significa limite. Ogni affermazione è una negazione, diceva in latino l’ebreo rinnegato che molava lenti nella campagna olandese. In questo senso preciso, in extremis, virtù porta al vizio. L’intelligenza di Nabokov si espande e come scrive benissimo il Brullo, perché fa accademia più un foglio volante che non le pergamene dei refrattari studiosi in eburnis turris, è intelligenza da cattivo, da doloroso Grand-Guignol. Perché negli Arlecchini la rievocazione del primo amore lascia spazio e agio al passato della ‘donna amata’, ma poi per la seconda moglie subentra acre malevolenza e tradimento. Per non dire della terza compagna. Leggere. Poi passare ad Ada, o ardore.

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Ogni letteratura prima di ricongiungersi a un’unica nozione di popoli è distinta dalle altre: italiana non è spagnola e non è francese e quindi nemmeno inglese. Detto questo, facciamo altre considerazioni. Ad esempio. Nabokov è sia russo che americano. Gli Arlecchini, scritto in inglese, si spacca tra le due visioni della vita. Quando fa l’americano Nabokov maligna ed è meno tollerante verso gli amanti precedenti delle donne. Ma Nabokov è raro. Spesso leggiamo gli stranieri illudendoci che stiano parlando a noi, e basta. Vi dimostro che così non è e che il premio made in Sverige la deve piantare di seminare zizzania cosmopolita. Proverò qui a tratteggiare i caratteri delle letterature nazionali.

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1. Gli Inglesi più pragmatici si sono inventati già nel Settecento dei libri autobiografici di pirati e prostitute ironicamente (non romanticamente) convertite – Defoe dispiega sia Il capitano Singleton che Moll Flanders. Poi. Nella seconda metà dell’Ottocento si trovano in casa una minoranza di anglicani che vogliono passare al cattolicesimo. A capo di questi, Newman che diventa cardinale e lascia un’opera scritta con mano ripetitiva – Apologia pro vita sua.

2. I Francesi nell’Ottocento usano in letteratura la religione del tempo di Restaurazione, e nella lunga sbornia degli anni Trenta Balzac scrive un’apologia per i Gesuiti. Cosa non si faceva, per venire accolti nelle file aristocratiche. Poi, quando a fine secolo infiamma la lotta dei laici, Zola va a Lourdes e ne torna abbastanza sconvolto. Scrive un libretto dal titolo netto – Lourdes. Ai posteri la benigna sentenza. Fin qui siamo ad alta quota letteraria e civile. Balzac coi gesuiti, Zola scettico devastato a Lourdes, Newman in punta di piedi sull’abisso col turibolo e la penna tenuta per uno stiletto.

3. Poi guardi gli Italiani (altri Arlecchini, altri Pulcinella) e senza colpo ferire trovi libri come questo appena uscito – La conversione – del figlio di Celentano il quale si inserisce in una produzione di magma nero che tocca Lourdes e miracoli al buio. Non per essere blasfemi, parlare prima di Nabokov e poi di Celentano II serve perché descrive per contrasto ed esalta i tratti nazionali. Da una parte mangiaspaghetti, dall’altra ostriche e caviale a volontà. La solita arte italiana del traccheggio e dell’annacamento, la posa da ricchi quando si ha le pezze sul preterito. E poi via, che serve parlare dell’eterno quando ‘tenemo er papa’? Come no, se non tieni l’eterno non tocchi palla (del potere, e neanche quella materiale, perciò tie! Beccatevi Missiroli)

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Conclusione. In un paese civile si fa letteratura sull’eterno (quando si vuole) e con buono stile. Naturalmente anche il sesso come lo descrive Nabokov è storia eterna. Mentre da noi infuriano e vendono questi libercoli rozzi di pseudo-edificazione griffati ‘figlio di’.

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Ancora una parola. Qui siamo bloccati al Settecento. Libri di Eco di venti o trent’anni fa, pendoli che girano in modo pazzo e marinai sperduti e naufraghi su isole del giorno dopo – ricordano gli stilemi alla Crusoe e i solitari nelle isole. È il segno del silenzio nella letteratura. Presto pubblicheremo un testo inedito in italiano sul punto. Mica di un fesso qualunque, ma di JL Borges.

Andrea Bianchi