Quando una sculacciata diventa letteratura… “The Art of Spanking” di Milo Manara: il libro che rivela le nostre ossessioni più occulte

Posted on Novembre 20, 2018, 9:56 am
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Ci sono gesti che muori dal desiderio di vedere ma in cui mai vorresti essere vista, spiata, sorpresa. Azioni quotidiane così intime che quando le fai ti ‘scopri’, e sei debole, vulnerabile. Come sfilarsi gli slip. E se vieni scoperta a denudarti il sesso in pubblico, nello scompartimento di un treno, per masturbarti o per prenderti il piacere di uno schiaffo?

ManaraL’ombra di una mano che si avvicina aperta, minacciosa, sulle natiche nude di una donna che freme di voglia. La stessa donna poi ce l’hai in braccio, a cavalcioni, a possederla, a prenderla a schiaffi, per poi lasciare che a farlo sia un’altra, tua amica, tua complice, con te che guardi. Tutto questo succede in un libro che racconta un altro libro, che lo disegna. Una sculacciata può essere letteratura, il fumetto la sua piccante rappresentazione, se poi è firmato Milo Manara, hai tra le mani sesso ben fatto, vero seppur magnificato. Manara ‘nasce’ Manara, il suo è estro, genio innato, intinto nell’inchiostro dell’erotismo, anche in quello torbido, poco narrato, più segreto. Come il sesso spanking, il piacere vissuto, raggiunto nel dolore, nell’umiliazione, nella sopraffazione voluta. The Art of Spanking è un libro illustrato da Milo Manara e scritto da Jean-Pierre Enard, dove appunto tre protagonisti, un uomo e due donne, se le danno godendo. Eccitazione che sgorga anche dallo scenario, un luogo chiuso ma accessibile, lo scompartimento di un treno in cui Eva entra, vi trova posto vicino a Donato, addormentato accanto a un libro. Questo libro è un taccuino pieno di disegni spanking, di fantasie porno impresse su carta, immagini che scuotono Eva, la eccitano all’istante, e lo scorrere dei suoi occhi su quelle scene di sesso violento la spingono a togliersi le mutandine, allargare le gambe, cercarsi il sesso con le mani, infilarci le dita. Ma Donato non dorme, finge, ha usato il libro a esca delle voglie di Eva, sue, e di un’altra donna che aspetta al varco.

A Eva i giochi sessuali che ha appena scoperto piacciono, ne ha fame vera, non onirica. Quello scompartimento, quel viaggio in treno è viaggio verso nuove vette di estasi, tra lei e Donato, lei e l’altra, ma sono Donato e la sua amica i padroni del suo corpo, delle sue natiche, su cui spalmano scosse elettriche di piacere. E allora pagine, vignette di corpi nudi, avvinghiati, come Manara vuole e fa, sempre, rendendo le donne – e gli uomini – liberi come solo al momento dell’orgasmo sappiamo essere. ManaraNei suoi disegni, Milo Manara rende manifesto quello di cui più ci vergogniamo, o meglio siamo gelosi, il nostro corpo inarcato al momento del piacere massimo, ma ancor di più il nostro viso, i suoi tratti dilatati, la maschera che diventiamo quando godiamo e siamo in quegli istanti senza coscienza, puri. Le donne di Manara sono terribilmente reali, anche se hanno tratti e forme chimerici: quando raggiungono l’orgasmo è come se fossero fotografate, il loro piacere, per quanto è perfetto l’attimo in cui viene fermato, sembra uscire dalla pagina, e investirti del suo caldo sapore. Le onomatopee sono quasi ornamento di gemiti che tu sai esistere. Il corpo femminile è il centro del mondo poetico di Manara, ci dà verità e rispetto proprio mostrandoci nei nostri atti più inconfessabili, esponendo la nostra sessualità, le nostre voglie e ossessioni, a chiunque ci voglia guardare. Il corpo nudo di Eva, i suoi seni turgidi e il suo sesso gonfio in primo piano, protesa a chiedere, a supplicare di colpirla, di farle male, sono un inno alla nostra libertà, alla nostra autenticità. Chi oggi ha la faccia tosta – o l’ignoranza – di accusare Manara di sessismo nel disegnare le donne così, sottomesse e gridanti piacere? Il sesso di Manara mi sembra ogni volta più fatato in quanto immensamente scevro da pregiudizi, condanne, catene morali. Come se sghignazzasse davanti alle seghe mentali che spesso ci facciamo più per nefasta influenza altrui che per congenito, naturale timore.

Barbara Costa