“Quando si è sensibili solo al sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani…”: la disciplina della ‘tabula rasa’ (necessaria per sopravvivere al predominio degli intellettuali ottusi)

Posted on Dicembre 23, 2018, 9:39 am
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Essere lontani da voi stessi quanto un falco dalla luna… ognuno di noi è diverso dagli altri e differisce da sé, perennemente mutevole, anche rispetto a se stesso, e nessuno può davvero essere ‘se stesso’, neanche una volta.

Essere bizzarri, vulcanici, imprevedibili. Sfuggire alle classificazioni. Non soffermarsi teoricamente sui problemi sociali, benché si senta come pochi la miseria del mondo, e questo perché il sottosuolo uccide la teoria. Detestare le specializzazioni perché troppo lucidi e ipertrofici per concentrarsi su un solo argomento. Nutrire un’avversione istintiva, feroce per la cultura istituzionale, l’erudizione sterile e i “ritualisti della cultura”. Più ancora, provare una profonda estraneità per l’erudizione, in sé. Essere contro le personalità libresche, e coloro che commerciano con le idee altrui e “credono di essere, con le loro glosse e i loro commenti, dei rischiaratori del mondo”. Criticare, impietosi, l’idea dell’intellettuale impegnato.

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Quando si scrive solo per reazione, per se stessi, per fastidio, e il movente di ogni parola è impuro, misto al disprezzo – una lotta. Quando si è molto sensibili, ovvero si usano i sensi in modo assoluto. Quando parlate, e un buco nero vi lampeggia negli occhi, e lo sguardo è in fuga, per timore di poter ferire gli altri con le macerie del vostro vuoto, quel nulla che intimidisce anche voi. Quando si affacciano i lampi, e la notte è in movimento, e annotate con scrupolo l’assurdo, consonanti e vocali, oltre il vile tumulto di un morbido assedio, per scatenare i gorghi, un agguato senza tregua e vivere il rigore di un naufragio, vertiginoso, e apprezzare il portamento della tempesta nel furore dell’oscurità, quando le cose vibrano al peso dell’ira e del silenzio.

Quando è impossibile sposare la realtà, il principio di realtà, e seguire i propri umori platonicamente, relegandoli ai margini della vita coniugale, sociale, nel privato di uno studio, come dovrebbe essere per quel genere di creatori che si rinchiudono nel chiostro di un monastero laico; non invadere la santità della normale vita domestica, e confinarsi in un asilo privato, ai margini della società, per essere innocui, e non scandalizzare nessuno con lo spettacolo ripugnante di un’agonia, e morire “alla maniera dei gatti o delle bestie selvagge che cercano una tana segreta per proteggere le ultime convulsioni della loro vitalità”. Quando è impossibile vedere nel sociale, una realtà fragile e convenzionale, la realtà ultima, e non pensare che gli esseri umani sono: “un’apparizione straordinaria, ma non un successo”.

Quando credere nell’Uomo vuol dire avere fede in una confortante e illusoria dimora, in un territorio edificante in cui la fiducia nelle regole trascende le regole stesse, un’idea degli esseri umani non solo parziale, ma falsa, che non è mai esistita, non esiste e mai esisterà, se non nelle nostre fantasiose utopie. Quando rimanere all’oscuro della non coincidenza tra quello che realmente siamo e l’immagine ideale, nobile, che abbiamo creato di noi stessi, vuol dire rifiutare il feroce insolubile di un Qohèlet, il “c’è solo quello che c’è, e quel che dovrebbe essere non c’è”, non è mai esistito e mai esisterà; che la vita è bellezza rapinosa e, allo stesso tempo, come la scaletta di un pollaio, corta e piena di merda, dove scorgiamo tutti “l’orrore che scorre appena sotto le abitudini e le pratiche più correnti della vita e della società”; che gli esseri umani si rivelano, finalmente, solo quando “smentiscono l’immagine che hanno dato di sé nelle epoche pacifiche”, ed emerge il lato meschino e tragico delle loro più sofisticate creazioni, l’individuo com’è, irriducibile, sconcertante, con tutto ciò che esso implica d’impuro, atavico e irresistibile, colmo di sovrana ambiguità.

Quando c’è qualcosa di troppo puerile, consolatorio e compiacente, sterile e illusorio nel credere, oggi, di poter salvare le sorti della civiltà o della cultura, dell’arte e della letteratura, facendo appello al pensiero, allo spirito e alle creazioni delle mente. Quando qualcuno che la sa lunga scorge lucidamente che religione, filosofia, ragione, letteratura, arte, tutte, danno troppa importanza agli esseri umani; che, per conoscere la loro reale natura, è sufficiente parlare con loro, vivere in mezzo a loro; che la misantropia è figlia della conoscenza in presa diretta, del realismo; che più si conoscono gli esseri umani, più si è misantropi.

Quando nel mondo visibile, esteriore, domina il decadimento, e la nostra idea di immortalità, ahimè, pretende di strappare la perpetuazione della specie da tutto il reale, dai fenomeni mutevoli, passeggeri e di sigillare con l’apoteosi dell’invano l’individuo, di essere una dispensa dalla condizione umana, per escludere tutto un universo tangibile, brulicante, che si sa immenso; e quando questo rimedio si trasforma nel vero carnefice del genere umano. Quando il pensiero e la creazione, dopo la caduta, si rivelano solo un’abolizione immaginaria di opposizioni reali, e la conoscenza un rimedio che abbiamo escogitato per paura, nell’illusione di attenuare gli effetti della follia del mondo, da cui siamo sopraffatti, per condurre una vita nell’attesa di un fine che non giungerà mai… la Provvidenza, la Misericordia di Dio, il Progresso, la Scienza, l’Umanità, la loro luce redentrice.

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Quando si vive “in esilio, da se stessi, e dagli altri”, e si conserva qualcosa “dell’innocenza e del furore delle persone totalmente sole”, sprofondati, da sempre, in una precoce percezione dell’effimero, in quel sentimento della vanità di tutto che impedisce di credere che le cose possano avere una ragione. Quando vi è chiaro che la Storia non la fanno i probi. Che non esiste la normalità. Che nessuno di noi è normale. Che, a guardare lucidamente la fisiologia del mondo, la Storia umilia i singoli a favore della Comunità, la quale a sua volta edifica le cattedrali delle sue culture e civiltà attraverso la sovranità delle singolarità di rango, equivoche e paradossali, emerse dal travolgente pantano dell’avventura umana; che la Storia, nel bene e nel male, l’hanno sempre fatta i grandi squilibrati, le personalità d’eccezione, i paradossi assoluti, immoralisti che aleggiano cupi, torbidi e ambigui sulla genesi delle nostre istituzioni umane, sulla lumière de la sagesse. Che la vita stessa si nutre di una linfa ambigua, e impone l’evidenza del fondamento teologico, non solo della politica e del formalismo giuridico, ma di tutto il pantheon della conoscenza, dietro cui si nasconde, non la legge e il consenso, ma la forza e l’irrazionale. Che perfino il Diritto si fonda sulla violenza. Che la stessa guerra, nella natura umana, non rappresenta solo un vuoto transitorio della nostra moralità, un errore, un’eccezione alla nostra innata nobiltà o alla nostra superiore facoltà civilizzatrice. Che la violenza fa parte della vita, e la natura riduce in polvere, senza riguardo, le creazioni della saggezza. Che condottieri, imperatori, guerrieri, tiranni, poeti, filosofi, teologi, riformatori, artisti, mistici, popoli, seduttori e mascalzoni di ogni epoca, tutti, sono per lo più squilibrati d’eccezione; popoli, nazioni e individui distinti dalla facoltà di unire patologia e, talvolta, produzione di teoria della cultura; molti coltiveranno piccole oasi, alcuni raggiungeranno grandi distanze, mentre altri, la maggioranza, infine subiranno colpi d’inesorabile ferocia, e li chiameranno i margini della storia, le vittime. Che la maggior parte degli esseri umani, in generale, vivono quasi sempre al di sotto del loro potenziale umano, sessuale, immaginale, intellettuale, e non sono fatti per essere liberi e, peggio ancora, non saranno mai all’altezza dei propri squilibri; che quasi tutti scadono nel quadro dei casi umani, in quel territorio dove i pregiudizi e limiti di un essere umano non muteranno mai, come per paradossale e folle incanto, in mito, in potente e contraddittoria arte. Che solo il fanciullo e colui che è affetto dalla “dissennatezza” di cui parlava Puškin possono scorgere la vanità e l’assurdo di tutto ciò che non è diretto. Che la maggior parte degli artisti aspirano a essere consacrati senza mettere in causa il fatto stesso di esistere, a conquistare il diritto di rimanere ‘bambini’ in un mondo di adulti, e conservare la loro minorità al cospetto di quella società che intima loro di diventare maggiori, guadagnandosi da vivere sulle macerie dell’infanzia altrui, con un gesto di immane prepotenza imperiale. Che le potenze che formano questo nostro mondo sono superiori a ognuno di noi, ed è impossibile promettere che cospireranno in nostro favore; che quando un’anima rovina, ogni essere umano agisce secondo la propria natura – alcuni rimangono atterriti dal terrore, altri fuggono o si nascondono, mentre alcuni spiegano le ali come aquile e si alzano in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare.

MichelangeloQuando il potere uccide l’innocenza, e, superata l’infanzia, tutto è potere, forza di coercizione, seduzione e soggezione, il potere del potere, e poi il potere del danaro, del sesso, della bellezza, delle parole, dell’intelligenza, della passione, della forza fisica; quando il sesso, questa cosa che noi civilizzati facciamo, come scrive Baudelaire, con “organi escrementizi”, e resiste alla pratica dissacrante, prosaica del bidè, è sempre una questione di mangiare ed essere mangiati, di vittima e carnefice; un territorio ferino, là dove si esprimono le profonde faccende umane in cui vige, su tutti, l’amor proprio, il soddisfacimento del proprio piacere, dei propri bisogni e tutta quella selva di moventi impuri che costituiscono il vero motore della natura umana: interesse, opportunismo, ambizione, desiderio, paura, invidia, cattiveria, disonestà, gelosia, viltà, crudeltà. Quando possiamo attaccare addosso agli esseri umani tutta la cultura e la civiltà, il progresso che volete, e l’istinto rappresenta comunque e sempre il fondo oscuro dei nostri atti mascherati da civiltà. Quando ognuno di noi nasce con in dote una dose di opportunismo da spacciare e, se teniamo fede al movente di ogni nostro atto, all’amor proprio, vale solo la capacità di illudersi su stessi e di illudere gli altri sulle nostre illusioni, anche nell’incoscienza del falso.

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Quando non si è splenetici, né introversi, e non si può fare a meno, comunque, di cogliere soprattutto le lucide verità negative che la gente del sottosuolo, della strada, cinica e realista, sa da sempre. Quando si privilegiano le cupe verità, alle illusioni edificanti, perché nell’infelicità e nell’orrore c’è qualcosa di più vero, delle piacevoli malinconie, di artisticamente più vero, benché nessuno ami la bruttezza in sé. Quando si è sensibili solo al sottosuolo dello scibile umano, a un viaggio al termine della ragione, a una visione oscura degli esseri umani, che svela per noi quella bellezza di cui nessuno vuole tenere realmente conto – nessuno corre con fervore verso l’abisso! – perché da sempre si teme che l’arte voglia esprimere qualcos’altro, qualcosa di inumano: un universo tanto inquietante, terribile e nudo, e incredibilmente così poco ‘poetico’, nobile o sublime.

Quando si rigetta con sdegno il compito che il grande Nabokov assegna all’estetica, lui che, al pari di legioni e legioni di creatori, vedeva nell’arte e la grande letteratura solo un gioco, mera voluttà estetica per il nostro piacere e la nostra vibrazione spirituale, intellettuale e nei lettori, in fondo, semplici spettatori; lui, che non ebbe orecchio per il ruggito di Dostoevskij, al punto da disprezzarlo – “non un grande scrittore, e un mediocre” – e rifilarci questo sconcertante ‘miao miao’ letterario: “Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma”.

Quando non si ha fiducia in questo mondo, e tuttavia si rimane in questo mondo, non esistendo un altro mondo al di là di questo, migliore; quando non esiste un ideale luogo di attesa per la conquista della santità o della saggezza; quando è impossibile provare amore per i propri simili, ma solo una pietà senza illusioni; quando è impossibile credere in Dio, negli esseri umani, né tantomeno nell’Uomo; né alla potenza provvidenziale della parola, dell’arte, della letteratura, quando queste vorrebbero rappresentare solo un paradiso che il peccato non dovrebbe macchiare. Quando è impossibile aderire all’illusione imperialista di ogni letterato o scrittore – che abbandonano la vita per la letteratura – di poter sollevare il mondo appoggiandosi sul linguaggio; quando questo scarto dal mondo è solo un baratro invalicabile che separa l’arte dalla natura e l’artificio dal vivente, là dove ogni natura e ogni vita sono ritenuti infami, e di fronte a una carogna si impone questo verso elevato e nobile: “E allora ai vermi che ti mangeranno… o mia bellezza, di’ che in me sono salve la forma, l’essenza divina”, di un Baudelaire ancora preso dalla stretta idealista, che fa l’impossibile per onorarla. Quando i letterati sono degli egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità, e la loro dolcezza, semmai, è tutta per chi scrive bene, poiché, vittime del pregiudizio della parola, suoi cortigiani, si adattano a una pietà da Accademia della Crusca e si emozionano davvero solo davanti allo stile e agli artigiani della scrittura. Quando, a proposito dei mestieranti, “l’obbligo di produrre aliena la passione di creare”. Quando, infranto ogni incanto del mondo, è impossibile credere a qualsiasi finzione euristica di questa terra o sofisma magico, alla lingua della retorica, dei sofisti, di quelli che si nascondono nelle astrazioni, che rifuggono le oscure forze inconsce che si agitano in noi, al riparo nella levigata superficie delle teorie e dell’arte, anche le più trasgressive. Quando non si riesce a tollerare la mera estetica letteraria, i discorsi estetizzanti, nemmeno quelli terribili di un Lautréamont. Quando chi ti legge, e ama la tua scrittura, è un sedotto in più, un’altra vittima da aggiungere alla lista delle tue prede, e la vecchiaia, ormai, solo la vita sotto una luce fredda, la nostalgia, un silenzio che “scava gli occhi dal nord degli anni”, il corso fermo dei fiumi, e neanche l’ombra di una preda.

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Quando non si crede alla strana e illuministica fiducia nella formazione su larga scala di un’opinione pubblica colta, coraggiosa e capace di servirsi del proprio intelletto; quando non si ha fiducia nel lettore, nella sua facoltà critica, in un vuoto formalismo che nasconde un essere umano che per lo più è un ammasso di feroci pregiudizi ambulanti travestito da statuaria apoditticità. Quando nessuna illusione induce a credere che la cura contro l’infelicità e l’iniquità del mondo sia alla nostra portata, poiché si vive nella lucida consapevolezza che il male non sia morale, politico, economico, ma rivesta: “il carattere di una fatalità cosmica, di una legge universale, perpetua e inalterabile”, come afferma il potente nano di Recanati, lucida creatura che non superava il metro e quarantuno di altezza.

Quando non si tollerano i dotti che giocano alla commedia della conoscenza, e la maggior parte dei fruitori di libri, degli illusi che immaginano l’intelligenza coincidere con il sapere, con il tanto più leggere, tanta più intelligenza, con un territorio, quello da circuito culturale, dove ogni cosa è trasformata in un “evento di rango intellettuale”, astratto, in “un attentato contro tutto ciò che può esserci di irriflesso, in una ribellione contro le proprie profondità”, dove domina una falsa illuminazione, la conoscenza nell’eccesso della riflessione, dove si scivola sulla superficie delle cose, o nella cultura pop, che è non più nemmeno la cultura popolare, nel senso potente del termine. Quando tutto il fenomeno della cultura dotta è una funesta apoteosi della coscienza astratta, e un compiacersene perfino, un territorio dove non troverete mai niente che sia deeper, darker, colder – nulla, qui, che sia profondo, notturno, freddo. Quando le produzioni artistiche, letterarie e filosofiche, oggi più che mai, sono rinchiuse un circolo vizioso che le vede subordinate alla stampa giornalistica e alla moda, e queste ultime, a loro volta, lo sono agli interessi commerciali. Quando, come pensava Céline, l’editore è per lo più l’incarnazione del parassita, il padrone che sfrutta gli operai o il ruffiano che campa sul lavoro delle prostitute e solo talvolta, molto raramente, un interlocutore con cui discutere di ciò che è davvero essenziale in Letteratura. Quando – parole di Carmelo Bene – l’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla. Quando si vegeta in un circuito culturale che vuole illuderci, chissà perché, di essere l’arena privilegiata di un dialogo ininterrotto, e in realtà è ben altro, al punto che un famoso esponente della Cultura, smagato, vi scrive in una lettera privata: “Giornali, case editrici, università e media sono collegati in rapporto conflittuale l’un con l’altro: i giornalisti odiano i professori, i professori detestano i giornalisti, gli editori disprezzano gli autori, la gente dei media detesta tutti.” Alla faccia del dialogo.

Quando il molto leggere dei dotti è letale per il pensare. Quando le migliori menti che avete conosciuto sono quelle che hanno letto di meno. Quando il troppo leggere, salvo rari casi, produce una dotta barbarie, e non la rara coincidenza di profondità ed erudizione. Quando disprezzate la poesia da eunuco, e siete contro i falsi figli delle Muse. Quando anteponete i dilettanti e gli autodidatti, ai dotti, e sostenete che le più grandi creazioni siano state prodotte dai primi, non dai secondi, benché gli autodidatti vengano considerati dai dotti come contrabbandieri, anche se sono loro ad avere la merce migliore.

Quando il critico, il più delle volte, è un anatomista al lavoro sulle parti di un corpo morto, che riporta in pieno giorno dalle profondità dell’esistenza, uno che spacca il capello in quattro con l’ausilio della chirurgia, che esaurisce e svuota l’essenziale e vive nel suo iper-intellettualismo critico educando gli altri all’astrazione, a questo processo d’identificazione speculativa con il reale; l’angelo che presagisce la presenza dello scandalo del reale e fugge e si contorce – e non è tanto questo a turbare, quanto l’evidenza che dietro alla dissimulazione pura, a questo ricorrere ai ripari, non vi sia quasi mai del genio se non eventualmente  il probo “eroe della mente”, e la totale assenza del senso del ridicolo.

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MichelangeloQuando è impossibile la fede nel potere cognitivo del concetto; quando si dissolve il primato conoscitivo dello stesso pensiero concettuale. Quando in teoria si sa tutto sulla natura umana, e dunque si capiscono le spietate visioni di Proust sull’amicizia e sull’amore, o il punto di vista dei grandi moralisti classici, al pari di quello degli immoralisti metafisici, o le idee di Shakespeare e Dostoevskij sui fenomeni del mondo e la vita umana nelle loro tragedie, quel genere di contraddizioni e complessità, fonte di innumerevoli disagi e delusioni, che lo scrittore di professione si adatta ad amministrare scientificamente!

Quando si è esclusi, infine, dalla superstiziosa eloquenza del consorzio umano, da questo  stupefacente idolum theatri, e si giunge al confine ultimo, l’epilogo, per alcuni di noi, può assumere solo i toni dello scetticismo e il pessimismo, a varie tinte e sfumature, talvolta anche fosche e abominevoli. Del delinquente puro, dell’assassino, crudele e folle, o del tiranno; di un disincanto assoluto, demoniaco e un cinismo senza scrupoli, che “non contento di riflettere sui difetti dei suoi simili, si adopera per sfruttarli, per trarne beneficio”, con “la mancanza di illusioni, il sarcasmo spudorato e una chiaroveggenza a scopo di lucro”, à la Talleyrand; con la filantropia delusa, malinconica e lucidissima, di chi si ritira nelle Lettere spirituali, non prima di aver scritto: “dopo aver letto, per così dire, tutto quello che avevano scritto gli altri, dopo aver preso notizia di tutte le soluzioni, ed aver fatto del mio meglio per persuadermi di questa o di quella e per appropriarmela – e dopo aver constatato la fallacia e la manchevolezza di tutte e l’impossibilità per una mente sincera di non vedere che ogni pensiero che vuole essere soluzione lo è solo nascondendo a sé medesimo le obbiezioni mortali che dal senso stesso della soluzione affacciata si levano a colpirlo”; con una navigazione in solitaria, inutile, impolitica, da parte di colui che non è interessato, che si pone ai margini dell’esistenza, non propone nulla, nulla vuole, dagli altri, e rifiuta di cullarsi ancora con la critica della cultura, con qualsiasi riforma programmatica o progetto culturale, poiché non ha più, o non mai avuto le “illusioni degli intellettuali contemporanei”; con quello delle personalità impietose, dei Grandi Inquisitori che demoliscono i nostri alibi della salute e della felicità razionali, nell’ambito della diagnosi metafisica sull’esistenza, che non rinunciano, tuttavia, a un senso di pietà e solidarietà umana aperte al mistero, unite allo spirito del liberalismo, alla recita, per discrezione, di una coscienza democratica.

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Quando sai che questo punto di vista impietoso non sarà mai ben accolto, in nessun ambito culturale e che ciò comporterà un sempre maggior isolamento, e te ne fai una ragione, perché in cuor tuo sai che in realtà la misantropia è una lezione di vitale realismo, linfa pura, e una “tenda nel deserto” della nostra epoca, e di ogni epoca.

Che sono, oggi, quelli che si azzardano a dire che i grandi spregiatori metafisici della vita sono in realtà quelli che l’hanno più amata e soprattutto vissuta, e che più l’amano; che sono dei grandi appassionati, e uomini feriti come pochi, “allo stesso modo di tutti coloro a cui fu negato il dono dell’illusione”, e che: “fra tutte le persone, le persone meno insopportabili sono quelle che odiano gli uomini… non bisogna mai fuggire un misantropo… trovo che la cosa veramente bella della vita sia l’aver perso ogni illusione e ciononostante fare un atto di vita, essere complici con una cosa come questa; essere in totale contraddizione con quello che si sa; e se la vita ha qualcosa di misterioso è appunto questo, che pur sapendo ciò che si sa, si è capaci di compiere un atto che va contro il proprio sapere”. Cioran

Non il riso della rinuncia, ma affermazione della vita, nonostante tutto, e un farsi davvero carico del reale.

Luca Orlandini

*L’articolo è costellato da alcuni disegni preparatori di Michelangelo; in copertina, l’autore.