“Quando si corre si è davvero tutti uguali: attendi la sofferenza che precede la gioia del traguardo”: ecco che cos’è la Maratona di New York, la sfida più dura, la più bella

Posted on novembre 04, 2018, 12:48 pm
13 mins

Parte oggi la Maratona di New York, la più partecipata al mondo, la più suggestiva, che si compie la prima domenica di novembre, dal 1970. Tra i grandi vincitori, Bill Rodgers e Alberto Salazar, i super atleti del Kenya, ma anche, negli Ottanta, i ‘nostri’ Orlando Pizzolato e Gianni Poli. Di fatto, però, soprattutto, la New York Road Runners è un rito, l’altare dove la democrazia si fa sprezzo del dolore, pazienza, muscoli tesi verso la gloria. L’esercizio fisico non ammette retorica mefistofelica: vince chi, in quel regime di tempo, è il più bravo. Cinque anni fa, Fabio Mariani, architetto che ha fatto del correre una forma di lirica, ha partecipato alla Maratona più bella del mondo. Correva insieme al San Patrignano Running Team, che oggi si appresta a correre ancora, nell’indimenticabile scenografia di NY. Questo il suo reportage.

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Il popolo delle maratone
Surrealizza la hall dell’hotel Hilton

Gruppetti colorati chiacchieranti

Singole figure sfreccianti

Tra i lucidi marmi riflessi

Di corpi allunganti

Di muscoli tesi

Inguainati in strette tute

Aderenti attillate

Sprizzanti energia colorata

Tra marmi e lucidi ottoni riflessi da specchi lindi.

Avvocati commercialisti imprenditori operai impiegati professori commesse casalinghe giudici top runner.

Tutti divi in divisa

Con le scarpe troppo grandi e colorate

Dimagriti o dimagrandi

Tutti in attesa trepidante

Di uno sguardo del mondo.


Ecco come si presenta la hall dell’Hotel Hilton Manhattan la mattina della maratona verso le 5.00. Noi quattro del team Carim, siamo parte della coreografia. Per Enrico e Arturo è la prima volta a NY, sono ben preparati e motivati possono stare sotto le 2 ore e 50 minuti; per Gianluca è la seconda NY, è un podista evoluto molto forte si aspetta un tempo intorno alle 2 ore e 25 minuti, che lo porterebbe a chiudere alle spalle dei primissimi; Massimo (Torso per gli amici triatleti) come Gianluca del resto è un’istituzione dello sport di endurance a Rimini, purtroppo NY non gli porta fortuna e si trova impossibilitato a partecipare alla maratona per la seconda volta a causa di un infortunio dell’ultim’ora; io sono al rientro dopo un anno senza maratone, ho come obiettivo di chiudere intorno alle 3 ore. Siamo in fila per prendere la colazione take away. ‘The queue’, la fila appunto un elemento ricorrente e paradossale che accompagna il viaggio da Rimini verso NY: coda in autostrada, code all’aeroporto, code all’immigration, code alla partenza della maratona. Ma non importa la mente del maratoneta è forgiata alla pazienza, sa attendere senza agitarsi, l’arrivo della sofferenza che precede la gioia dell’arrivo al traguardo, una catarsi quotidiana, un mantra lungo quarantaduemilacentonovantacinquemetri.
Preso il pacchettino con la colazione saliamo sul pullman che ci porterà alla partenza a Staten Island distante quaranta chilometri circa dall’hotel e quindi dall’arrivo della maratona. Siamo insieme agli atleti del San Patrignano Running Team allenato dal mitico Dott. Rosa e dal suo staff, tutti in viaggio verso la stessa meta verso lo stesso destino. Quando si corre si è veramente tutti uguali, le nostre storie personali, le nostre vite, sono sostituite da un’unica incredibile metafora, quella della maratona, “oltre il traguardo” recita infatti il motto dei ragazzi di Sanpa. Il trasferimento è lungo e ognuno mette in atto i propri riti propiziatori: assunzione di calorie, controllo dell’abbigliamento (ho il numero ben attaccato alla maglietta?), utilizzo di vaselina nelle parti a rischio abrasioni (inguine, capezzoli, ascelle, piedi). Con noi c’è anche il dott. Huber del Marathon Center che ci ha seguito nella preparazione, e che correrà circa 20 miglia facendo da ‘lepre’ ad Arturo ed Enrico; infatti Huber oltre ad essere un preparatore è lui stesso un forte atleta. Sul pullman con grande pazienza e professionalità risponde alle domande dell’ultima ora e dispensa consigli rasserenanti.
Arrivati al check point veniamo sottoposti nuovamente ai controlli di sicurezza e ci mischiamo al popolo dei 50.000 ‘eletti’. Non so per quale motivo ma per un momento mi sono sentito come quegli immigrati che sbarcati dalle navi venivano ammassati nell’Isola di Ellis Island, con la speranza di diventare cittadini statunitensi, di rendere reali i loro sogni le loro speranze, di iniziare in un nuovo mondo una nuova vita.
Il paesaggio che si presenta prima di entrare ai cancelli della partenza (corral) è surreale: un immenso prato dove  muri di wc in plastica affiancati delimitano gli spazi destinati ai maratoneti in funzione del numero di pettorale e del colore della linea di partenza. Non è facile gestire la partenza di 50.000 atleti con i piedi ansiosi di mordere l’asfalto. Per questo motivo la partenza avviene in tre punti diversi (line) distinti dai colori verde arancione e blu, a più riprese (wave), ogni 20 minuti circa partono dieci-quindicimila persone.
Noi quattro siamo tutti nella blue line nella prima wave in corral (recinti) diversi in funzione dei tempi dichiarati. non sono ancora le otto di mattina fa freddo, non ci sono ripari al chiuso, per fortuna siamo ben coperti con felpe e vecchie tute da ginnastica. È tradizione infatti gettare strato dopo strato gli indumenti pesanti prima dello start ai margini della strada, indumenti che saranno raccolti da volontari e dati agli homeless della città. Sono le 8.40 la paura maggiore è quella di non riuscire a ‘liberarsi’ prima della partenza. Faccio la fila per andare al bagno, l’autoparlante annuncia l’imminente chiusura dei cancelli per la prima onda. Corro verso il mio corral; ci siamo, stretti l’uno contro l’altro ci muoviamo lentamente verso la linea di partenza. Ci si guarda, ci si annusa, si trova sempre un connazionale col quale scambiare qualche parola nell’attesa dello start. Si sente lo speaker annunciare i nomi dei top runner, poi l’inno nazionale americano, e mentre la tensione sale alle stelle  arriva lo sparo. Si parte tutti insieme ma ognuno con in mente un suo ritmo un obiettivo, tutti consapevoli che per quanto ci si sia preparati la maratona è sempre un salto nel buio, per percorrerla tutta ci vogliono contemporaneamente gambe, mente e cuore. Il percorso è splendido ma durissimo, si parte da Staten Island in salita per attraversare il ponte da Verrazzano e si arriva in salita a Central Park, attraversando tutti i distretti di New York City, da Brooklyn con i suoi quartieri affollati e festosi, al silenzioso quartiere Ebraico, a Manhattan con i suoi lussuosi grattacieli, al  Bronx, sospinti da un tifo da stadio e da un calore umano che onestamente non ci si aspetta dagli abitanti di una metropoli. Ma come si dice NY non è una città come le altre NY è NY e basta!
La mia maratona purtroppo è contraddistinta sin dall’inizio da un fastidio alla coscia destra (una piccola contrattura al bicipite femorale non ancora guarita, in una maratona può rivelarsi invalidante al punto da costringere al ritiro), che mi costringe da subito ad un’estrema prudenza nella gestione dell’ampiezza della falcata. In questi casi è la mente che soccorre il corpo, ‘non ci sono problemi’ mi dico ‘il dolore non esiste basta pensare ad altro’, infatti dopo le prime due miglia, inizio a ‘concedere qualche hi five’ ai bambini che sporgono dalle transenne tra le braccia dei genitori, e a godermi la musica che proviene dai numerosi gruppi musicali disseminati per tutto il percorso. La gara procede. Verso il settimo miglio incontro un ragazzo siciliano con la maglia tricolore, molto attento al cronometro. È alla sua prima maratona, insieme arriviamo fino al ventesimo miglio. Mi sento bene ho fatto una gara prudente fino ad ora, inizio a spingere un poco di più ma come rendo più dinamica la mia corsa si ripresenta il dolore alla coscia, gestisco, porto pazienza, nonostante tutto sono costantemente in sorpasso su altri atleti in crisi, mi basta. Il percorso sale e scende fino ad arrivare a Central Park che ci accoglie con i suoi splendidi alberi dalle chiome dipinte dei colori d’autunno. Ormai è fatta, entro sul rettilineo finale salutando il pubblico che affolla le tribune, ci sono anche le mie tre donne: mia moglie e le mie figlie. Taglio il traguardo (3.02) tra le foglie spazzate dal vento godendomi ogni istante. Dovrei essere felice ed infatti lo sono ma di nuovo la stessa sensazione provata alla partenza, mi fa sentire per un attimo come le foglie che mi circondano. Passata la finish line, l’organizzazione perfetta, quasi militare della maratona, torna a prendere il sopravvento su ogni tentativo di epico romanticismo, diventiamo per gli organizzatori solo il numero che indossiamo. I volontari ci convogliano lungo un percorso obbligato: mantellina sponsorizzata di carta stagnola sulle spalle; medaglia al collo; foto di rito; sacca con bevande e alimenti post-gara; percorso interminabile tra decine e decine di furgoni marroni per arrivare a recuperare la sacca che contiene il cambio che avevamo consegnato alla partenza. Lungo il tragitto incontro Loris del running team di San Patrignano, insieme, con il tipico passo lento e caracollante di chi ha appena corso la maratona, percorriamo il tragitto verso l’hotel. Non parliamo solo della gara, parliamo di noi delle nostre vite, di fatti personali di paure e speranze, come se ci conoscessimo da tempo, siamo complici. Sopportare la fatica, il dolore, attraverso l’impegno costante accomunano, rendono la corsa non solo uno sport ma un’arte, una disciplina nella vita; per dirla con le parole di Haruki Murakami: “La fatica è una realtà inevitabile, mentre la possibilità di farcela o meno è a esclusiva discrezione di ogni individuo. Credo che queste parole riassumano alla perfezione la natura di quell’evento sportivo che si chiama maratona”.
Fabio Mariani
2013.11.03 NY Marathon