Quando René Char disse a Vittorio Sereni, “voi siete una persona sgradevole”. Una pagina di storia della letteratura, estorta tra la pizza e la bicicletta

Posted on luglio 13, 2018, 11:51 am
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Questa storia mi fa impazzire. L’ho covata, un po’, in mezzo all’ugola, manco la gola fosse un pagliaio. Volevo allineare dati, circostanze, eventualità. Ma non riesco a tenere le briglie. Allora. Il cuore della storia è René Char. Più che il cuore della storia direi. Il centro del labirinto. René Char, altissimo, atavico, dalla fronte primordiale, in effetti, pare un Minotauro. Gli avventurieri, in questa storia, sono un gruppo di giovani poeti. La storia si svolge tra l’Adriatico e Valchiusa, ed è una storia che ha tenerezze petrarchesche e una sorta di avventatezza beat. Se René Char è il Minotauro, a fare la parte di Teseo, in questa storia, è Vittorio Sereni, il grande poeta de Gli strumenti umani, il grande traduttore di René Char. Le circostanze di questa storia, però, sono quasi una storia a parte.

Allora. Dopo un paio di articoli (qui e qui) pubblicati su Pangea intorno a René Char, una ragazza nobile, dall’importanza cubica, mi fa, sai che mio papà l’ha conosciuto? Chi?, replico. René Char, fa lei, pigliandomi per scemo. Beh, ma cosa fai ancora qui, corri, interrogalo, investiga. Il papà della ragazza, evocando un titolo buono durante l’epoca bizantina, imperiale, si definisce silenziario, “nel gruppo ero quello che stava in silenzio, ascoltavo”. Il pudore è un segno dell’aristocrazia dell’anima, per questo – per ora – non ne rivelo il nome. Il papà della ragazza fa parte di quel gruppo di poeti, capitanato da Ferruccio Benzoni e da Stefano Simoncelli, che negli anni Settanta, a Cesenatico, fonda la rivista, che ha un certo, definito carisma, Sul porto. Della rivista – e del gruppo – il totem, il modello è Vittorio Sereni. “Diceva di non avere mai avuto amici così presenti e affini come Benzoni e Simoncelli. Verso di me, aveva un atteggiamento paterno”. La storia che racconto, è, di fatto, un’estorsione. La ragazza e il papà vanno in pizzeria. Cena a tema: il tuo incontro con René Char. Il papà non ha voglia di parlare. La ragazza, che conosce i marchingegni della gioia, usa lo stratagemma. Dopo la pizza, di sera, il papà accompagna la figlia a casa, in bicicletta. La ragazza lo stimola ancora, ne sfida la memoria. E, a sua insaputa, con il cellulare, lo registra. Poi mi invia le registrazioni. Una roba da Mossad dello spionaggio letterario – e, ad ascoltarle più volte, quelle registrazioni, da spassoso sketch televisivo. I fatti, registrati, sono questi. Più volte Vittorio Sereni va a Valchiusa – Vaucluse – insieme al gruppo di poeti ‘adriatici’. Il viaggio si svolge da Cesenatico a Milano, da Milano verso Char, che abita a L’Isle-sur-Sorgue. “Quando ci tornammo, l’ultimo anno, ci fu la clamorosa rottura tra Char e Sereni”, racconta, in bicicletta, stimolato, forse, dalle dita della notte, il papà della ragazza. I fatti: “Di solito Sereni, per incontrare Char, telefonava alla sua donna, che lo metteva in contatto con il poeta. Char era un tipo rude, introverso, pieno di sé, un vero orso. Beh, quella volta Sereni, pur titubante, decise di non telefonare. Arrivammo a Valchiusa, nel solito hotel, dove pernottammo un paio di giorni. Poi, un giorno, vedemmo Char che pranzava con una ragazzotta. Il poeta aveva saputo che Vittorio Sereni era lì da qualche giorno e quando lo vide, a bruciapelo, gli disse, ‘voi siete una persona sgradevole’. Sereni era davvero un signore, sempre vestito con giacca e completo, un uomo all’antica: rimase come stecchito dalle parole di Char. Per tutto il pomeriggio non disse nulla, Char lo aveva trattato in modo davvero brutale. Verso sera si riprese, e Sereni ci raccolse intorno a sé, torneremo in Valchiusa con o senza Char, ci disse. Ma l’anno dopo, nel febbraio del 1983, Sereni morì”. René Char, verso il quale Sereni subiva una specie di sudditanza, morì cinque anni dopo. “Era un uomo di una delicatezza rara, assoluta”, ricorda il silenziario, parlando di Sereni. “Una volta, immagina, Sereni mi scrisse una lunga lettera – cosa piuttosto rara per uno come lui – per confortarmi perché mi ero lasciato con la morosa di allora, una ragazza che evidentemente gli piaceva…”. A questo punto, chiedo all’agente del Mossad letterario di trovarmi la fatidica lettera: c’è trama e tema per un prossimo articolo. (d.b.)