Quando Marx scopiazzava Sismondi: un ricercatore italiano ha scoperto l’inganno ordito dal caro, vecchio Karl

Posted on Dic 07, 2018, 12:17 pm
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C’era una volta un erudito ginevrino, studioso di storia e di economia politica, intellettuale cosmopolita che frequentava i salotti più colti di Francia, Inghilterra e Italia, dove visse in una bellissima villa, oggi museo, a Pescia vicino a Pistoia. Il suo nome è menzionato con elogi nelle opere di Stendhal, Madame de Staël, Sainte-Beuve, Lord Byron, Shelley. I suoi articoli brillavano nelle migliori riviste inglesi. La sua Histoire des républiques italiennes du Moyen Âge (1807-1818, in solo 16 volumi) ispirò il nazionalismo italiano dell’Ottocento. Le sue ricerche su come le banche britanniche, zitte zitte, finanziavano le guerre di indipendenza delle colonie spagnole in America Latina erano conosciute oltre Atlantico. Si chiamava Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi, nato nel 1773 e morto nel 1842.

SismondiNel suo incendiario Manifesto (1848) e nel suo indigesto mattone Das Kapital (1867) Marx cita tutti i nomi dell’Olimpo degli economisti, sopratutto Adam Smith e David Ricardo. E anche Sismondi. Con i primi due Marx regola il conto in fretta e furia: sono paladini del capitalismo, quindi suoi nemici. Con Sismondi, invece, Marx è ambiguo perché è geloso: nei suoi studi (Nouveaux Principes d’Économie Politique, 1819 e 1827, e Études sur l’Économie Politique, 1837), Sismondi sostiene che il capitalismo, ancora imberbe agli albori della Rivoluzione Industriale, può essere redento dai suoi peccati se i governi intervengono, con politiche sociali, per correggere le disuguaglianze estreme e dirigere l’economia verso una crescita equilibrata e sostenuta. A quell’epoca l’etichetta “social democrata” ancora non è stata inventata, ma ciò non impedisce Marx di squalificare il suo pericoloso rivale Sismondi, chiamandolo “socialista piccolo borghese”. Quello che preoccupa Marx è che Sismondi propone ricette per raddrizzare e salvare il capitalismo, non per distruggerlo e raidarlo per sempre dalla lista delle teorie economiche. Se le idee costruttive di Sismondi si espandono, pensa Marx, come faccio io a convincere con le mie idee distruttive? Semplice: leggo quello che ha scritto, parto dalle sue stesse premesse e gli rubo le sue buone idee, menziono alcune sue frasi qua e là quando mi servono, me le scordo quando non mi danno ragione, e poi lascio che il baccano della mia rivoluzione copra il pensiero troppo pacifista di questo borghesuccio sofisticato.

Umberto Mazzei ha avuto lo stomaco di fare la dissezione sia delle viscere del Capitale che dei libri altrettanto indigesti di Sismondi. E ha svelato come Marx ha distorto, manomesso, omesso, maltrattato e solo poche volte elogiato le idee pioniere di Sismondi (Umberto Mazzei, Sismondi, précurseur ignoré par Marx. Slatkine Erudition, Genève 2018). Il ginevrino è un incrocio prematuro tra i socialisti più o meno “riformisti” dell’Internazionale Socialista degli inizi del Novecento (e in effetti, Lenin criticherà Sismondi) e un ideologo del PD o di altri partiti socialdemocrati europei dagli anni ’70 al 2000 e rotti. Sismondi non è soltanto un precursore moderato e raffinato delle idee di Marx; è anche un precursore dei dibattiti di politica economica dei nostri giorni. E l’opera di dissezione di Umberto Mazzei non è paleontologia, ma riflessione sulla nostra attualità.

Sismondi, per primo, parla di equità nella distribuzione delle ricchezze frutto del capitalismo. Inventa il concetto di plusvalore e ne spiega i meccanismi. Parla del ruolo dei governi mediante leggi del lavoro, pensioni, educazione, regole del sistema bancario per evitare speculazione e crisi finanziare – simili a quella del 2008. Difende il salario del lavoratore che lo rende capace di comprare, quindi di consumare e di mantenere la crescita dell’economia, ma distingue il consumo di beni necessari a tutti dal consumo di beni di lusso riservati solo ai Paperoni. Ancora non sa che l’intelligenza artificiale del nostro secolo è l’equivalente della Rivoluzione Industriale dei suoi tempi, nel senso che il progresso tecnologico provoca precarietà dei posti di lavoro e nessun governo, oggi come allora, sa come rimediare. Analizza i benefici del libero scambio ma lancia segnali di allarme perchè ha capito che commercio e industrializzazione possono scappare a ogni controllo. Sa che gli eccessi del capitale possono portare alla sovraproduzione, e da là alla saturazione dei mercati, i fallimenti di imprese e la disoccupazione. Ieri come oggi. La parola “globalizzazione” non esiste nel vocabolario dei suoi tempi, ma già capisce il fenomeno ed è cosciente delle conseguenze, che sono vicine a quelle dei nostri giorni.

Sismondi è freddo e realista nelle sue critiche al sistema politico ed economico, ma lo è ugualmente nelle sue proposte: per lui gli interventi statali, se giusti e mirati, sono necessari, anzi indispensabili per fare del capitalismo un processo di benessere per imprenditori e lavoratori, fonte di impiego e di riduzione della miseria. Crede che la propietà privata sia un bene per la società e deve essere accessibile grazie a riforme graduali, non violente perché la violenza non è sostenibile. Sismondi è anche il primo a parlare di lotta di classi, per farne una forza di progresso nell’interesse di tutti. Inventa il termine “proletariato” con un senso positivo: i lavoratori devono avere i mezzi di migliorare le condizioni di vita della loro prole, che non è, non deve essere, la futura mano d’opera sfruttabile ad libidum e senza etica sociale.

Marx, invece, sbraita, scalcia e scalpita. Per lui, la miseria è necessaria perchè è la fonte di redenzione del capitalismo: più ce n’è, più le masse lavoratrici si sentono oppresse, più c’è rivoluzione, più si distrugge il sistema, e non importa se non c’è molta chiarezza su come sostituirlo. L’analisi di Marx parte da osservazioni economiche molto simili a quelle di Sismondi. Ma mentre il ginevrino vuole mettere in moto un processo di cambi graduali basati sulla proprietà privata e su politiche sociali e regolatorie, il tedesco vede la violenza come unica via.

Sismondi

Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842)

Le definizioni del valore economico del lavoro e del capitale sono praticamente identiche, quasi parola per parola, nel testo di Sismondi e in quello del Kapital. Ma la visione sociale è completamente diversa. Parlando di salari, Sismondi dice che non soltanto devono compensare le ore lavorative, ma devono anche essere sufficienti durante la vecchiaia o la malattia del lavoratore, e per mantenere la sua famiglia. Nessuno ci aveva pensato prima. Pure Marx parla di salari, ma invece di proporre pensioni, assicurazioni e ammortizzatori vari, il suo discorso (contorto) spiega (si fa per dire) la differenza tra salario reale e nominale, poi calcola il valore giornaliero e settimanale del salario con esempi aritmetici simili ai problemi da risolvere nei compiti di quinta elementare: “se ad esempio il giorno di lavoro normale è di 10 ore e il valore giornaliero del lavoro è di 3 scellini, il prezzo dell’ora di lavoro è di 0,3 scellini, ma questo prezzo cade a 0,25 quando l’orario lavorativo sale a 12 ore” (K.Marx, The Capital, Encyclopedia Britannica, Chicago. 1991, Part IV, Chapter XX, p. 268).

A quanto pare, i contemporanei di Marx già sapevano del suo vizietto e ci avevano fatto l’abitudine: non è la prima né l’ultima volta che il tedesco scalpitante scopiazza idee altrui senza citarle, oppure ruba e rinterpreta concetti di altri economisti per trasformarli a modo suo, come ci ricorda Umberto Mazzei nella sua ricerca. Per carità, ognuno ha il diritto di sbirciare sul compagno di banco per cercare l’ispirazione, e anche per radicalizzare le proposte che giudica troppo molli. Ma citare rigorosamente le fonti è sempre un dovere. Il comunismo, ad esempio, pilastro centrale del Kapital, lo aveva già inventato Babeuf durante la Rivoluzione Francese. Marx menziona Babeuf “en passant”, una sola volta, nel Manifesto, ma poi (distratto?) dimentica di citarlo nel suo librone fondamentale. La dialettica inventata da Hegel è complessa; quella riciclata da Marx è soltanto economica, la chiama materialismo dialettico e decide, con prepotenza, che è l’opposto di quella hegeliana. Ci sono altre vittime illustri degli scalci rabbiosi e delle scopiazzature di Marx: Proudhon, Saint Simon, Fourier, Owen. La crème de la crème degli intellettuali che hanno partorito (con dolore) il socialismo, e con lui, le politiche sociali e il welfare che oggi consideriamo come diritti acquisiti e pericolosamente minacciati dagli eccessi del capitalismo. Puah! Sono tutti “socialisti utopici”, dice Marx con stizza. Come se lui, invece, avesse i piedi saldi per terra e non proponesse illusioni, mai. Sismondi, secondo Marx, è anche “reazionario”. Ma l’ha scampata bella: se il ginevrino fosse vissuto un po’ più a Est e un secolo dopo, sarebbe finito in un gulag stalinista. Chissà, forse ci sarebbe finito anche Marx, perché a furia di urlare “voglio subito la dittatura del proletariato” rischiava di essere accusato di fare troppo casino e di minacciare i gerarchi del regime.

Marx ha fatto ombra a Sismondi. Ingiustamente. Così come è ingiusto che oggigiorno, a Ginevra, sua città natale, solo una triste fermata di tram, una scuola ancora più triste e una piccola strada triste pure lei portano il suo nome. L’associazione che si occupa della diffusione del pensiero economico di Sismondi si è sforzata invano di attirare l’attenzione delle autorità ginevrine su questo figlio ignorato e sulle sue proposte politiche – forse troppo scomode in questa città mecca delle banche? Quest’anno è riuscita però a mettere una bella targa di marmo sulla facciata della casa di Sismondi, nel centro storico. Una piccola rivincita.

Manuela Tortora