Quando Lou Reed, l’uomo che voleva distruggere se stesso, decise di abbandonare il palco e di fare il poeta

Posted on agosto 10, 2018, 9:53 am
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Sul finire del 1969, Lou Reed viveva in un appartamento costoso dell’Upper East Side, a New York. Reed era il chitarrista e cantante dei Velvet Underground, autori di tre album che avevano fatto gridare al capolavoro gli appassionati ma avevano lasciato indifferente il pubblico. Il 1970 doveva essere l’anno dei Velvet. La consacrazione sembrava a un passo. Usciti dalla sfera d’influenza di Andy Warhol, primo mentore, ed entrati nella scuderia della Atlantic Records, si accingevano a incidere Loaded, un disco che guardava negli occhi i fan della musica pop senza rimangiarsi il marchio della fabbrica: rock distorto (Rock’n’roll) e ballate eteree (New Age). In Loaded ci sono almeno due classici studiati per scalare le classifiche: Sweet Jane e Rock’n’Roll. Nonostante le premesse, la lavorazione fu drammatica. Lou perse rapidamente interesse al disco e lasciò il gruppo prima della fine delle incisioni. Cosa stava succedendo? L’appartamento costoso di Lou Reed è completamente vuoto, come scopre Sterling Morrison, l’altro chitarrista dei Velvet. Ci sono una cassa di legno in un angolo, un registratore, una chitarra acustica. Il frigorifero contiene un cartone di succo di papaya. Nient’altro. Reed è in piena crisi d’identità. Ha cacciato dal gruppo il geniale polistrumentista John Cale e lo ha sostituito con il più servizievole Doug Yule. Sterling Morrison è infuriato per i modi dispotici di Lou. La batterista Moe Tucker è incinta e viene sostituita dal fratello di Youle. Ora Lou sente che il manager punta proprio su Youle, il volto pulito dei Velvet. Altro che la faccia da teppista del minaccioso Lou Reed. Non è tutto. Reed avverte che sta perdendo il controllo della situazione. Non vuole il successo a tutti i costi. Vuole innanzi tutto essere riconosciuto come un artista vero. I suoi testi cercano di portare l’arte nella musica rock in disaccordo col suo maestro all’università di Syracuse, il poeta Delmore Schwartz, che detestava i parolieri da canzonetta. Invece Lou si trova a dire nelle interviste che gli piacerebbe se i Velvet diventassero un gruppo da discoteca. Per quanto sia offuscato dalle droghe, Lou capisce di non essere se stesso. Al termine di un concerto al Max’s di New York, lascia di stucco il resto della band e se ne va. La batterista Moe Tucker lo trova seduto in disparte, in attesa dell’arrivo dei genitori. Cerca di farlo tornare sui suoi passi, senza riuscirci. Quindi Lou saluta Sterling Morrison e gli presenta Toby e Sidney Reed. Morrison ne è sorpreso. Reed aveva sempre parlato dei suoi genitori come aguzzini che lo avevano sottoposto all’elettroshock per scuoterlo dall’apatia e dalla depressione ma soprattutto per correggere una latente omosessualità. Lou non perdonò mai Toby e Sidney. Ma nel momento del bisogno si rifugia da loro, a Freeport, benestante sobborgo di New York.

libro reedNell’autunno del 1970, Lou lotta contro l’astinenza dalle droghe e dalla musica. Torna dallo psicanalista. Abita dai suoi genitori. Accetta un posto nella ditta di famiglia non come erede dell’attività ma come dattilografo a quaranta dollari alla settimana. Prova anche a fare lo spazzino ma resiste un solo giorno. Nel frattempo Loaded viene pubblicato con discreto successo. Doug Yule è il nuovo volto dei Velvet, la stampa a stento si ricorda dell’autore di tutti i brani, il dattilografo Lou Reed. Il 1971 coglie Lou Reed nello spaesamento e nella indecisione. Ha fatto causa al vecchio manager, riprendendosi i diritti delle canzoni dei Velvet ma perdendo la proprietà del nome della band. Poco male. I Velvet senza Reed produrranno un solo disco, il debole Squeeze. Lou non si decide a ritornare nel circo del rock pur sapendo che è il suo destino. Per un attimo, decide di dedicarsi completamente alla poesia, come avrebbe voluto Schwarz. Il 10 marzo 1971 è invitato a leggere le sue poesie alla chiesa di San Marco, a New York. Tra il pubblico ci sono Allen Ginsberg e Jim Carroll. Sono poesie su politica, sesso e whiskey. Il sapore è vagamente beat ma molti testi sono chiaramente pronti per essere cantati su base rock. E in qualche caso era già stato così, The Murder Mistery era finita nel terzo e omonimo album dei Velvet. Oggi quelle poesie, recuperate da un nastro trovato nell’immenso archivio lasciato da Reed alla Public Library for the Performing Arts al Lincoln Center di New York, sono oggetto di un piccolo ma prezioso libro edito da Anthology, Do Angels Need Haircuts? Ogni testo è introdotto da Reed e il libro offre anche la postfazione della musicista d’avanguardia Laurie Anderson, moglie di Lou. Siamo solo al primo frutto di una pianta rigogliosa. Nell’archivio ci sono infatti tonnellate di carte, contratti, fotografie e cassette dove Lou appuntava verbalmente testi e melodie. C’è un 45 dei Byrds, Eight Miles High, con una scritta: «Forse preferirai John Coltrane». Firmato Jimmy Page, all’epoca chitarrista degli Yardbirds. Ci sono i contratti con i musicisti e con David Bowie, produttore di Transformer. Ci sono immagini provenienti dalla Factory di Andy Warhol. Comunque quella famosa serata finì con Lou così gasato dall’entusiasmo del pubblico da fingere di boxare, declamare qualche poesia per la fidanzata Bettye e qualche altra sull’amore omosessuale. Al termine, Lou afferma di aver mollato per sempre il rock, anche per non far infuriare lo spettro di Delmore Schwartz. Pochi mesi dopo, lo troviamo in partenza per Londra dove lo attende lo studio affittato per incidere il primo omonimo album solista, composto quasi per intero da brani scartati dai Velvet Underground, suonati da turnisti esperti ma estranei all’estetica selvaggia di Reed. Il risultato è un flop.

La contraddizione non deve stupire. È nel carattere di Lou. Anche il controllo è nel carattere di Lou. Se non può controllare qualcosa, la distrugge e riparte da zero. La sua carriera musicale è proprio così, un saliscendi vertiginoso tra grandi successi e altrettanto grandi cadute. David Bowie, che da tempo suonava I’m Waiting for the Man, uno dei classici del repertorio Velvet, decide di prendersi in carico, assieme al chitarrista Mick Ronson, la produzione dell’amatissimo Reed. Il risultato è noto a quasi tutti: Transformer, l’album di Walk on the Wild Side, Vicious, Perfect Day e Satellite of Love. È un successo. Lou Reed prende subito a detestare il disco perché suonava come se fosse di Bowie. Cosa vera solo in parte, visto che Transformer non naviga troppo lontano dalle acque glam di Loaded. A questo punto, mentre la casa discografica si aspetta un “Transformer 2”, Lou recluta il produttore Bob Ezrin per mettere in musica un drammone, ambientato a Berlino, su una coppia che abusa di tutto: sesso, violenza, droga. L’atmosfera è quanto mai decadente, il suono è in continuità con i Velvet, anche se si sente la mano di Ezrin nelle aperture orchestrali e nella teatralità di alcuni brani. Restano nelle orecchie dell’ascoltatore le urla e i pianti dei figli della coppia. Dal punto di vista commerciale è un bagno di sangue. Inoltre la stampa fa a gara per la stroncatura più feroce. Oggi Berlin è considerato uno dei miglior dischi della storia del rock.

'O Magazine

La copertina di ‘O Magazine di luglio, da cui è tratto l’articolo di Alessandro Gnocchi

Per la carriera di Reed è una grave battuta d’arresto. A Berlin seguiranno i tour nei quali Reed, eseguendo soprattutto brani dei Velvet, si presenta come il rock’n’roll animal, una belva da palco. Il suono hard rock della band è segnato dai duelli chitarristici tra Dick Wagner e Steve Hunter. Il pubblico gradisce. Il problema è che Lou Reed non gradisce proprio ma fa buon viso a cattivo gioco. Quando è tempo di tornare in studio, Reed non ne può più. È strafatto al punto da dichiarare di non ricordarsi neppure di essere stato presente alle incisioni del nuovo disco. Ironia della sorte, Sally Can’t Dance, album di moderno rhythm and blues, rimarrà il più grande successo di Lou Reed, che ne trasse questa morale: «È fantastico: più faccio schifo, più il disco vende. Se la prossima volta non compaio nemmeno nel disco, probabilmente arrivo al primo posto in classifica». Non comparire nel disco… La battuta si trasforma in profezia. Lou infatti sembra deciso a far deragliare la sua carriera ogni volta che rischia di diventare una star. Insomma, gli piace auto-boicottarsi. Quando Loaded potrebbe aprire le porte al successo dei Velvet, Reed se ne va per tornare a Freeport a fare il dattilografo. Quando Transformer lo impone come esponente di spicco del glam rock, Reed manda tutti a casa quelli che si aspettavano una festa. Ora Sally Can’t Dance è addirittura salito ai vertici della classifica del 1974. Ci vuole una risposta adeguata, un fallimento glorioso, un tonfo spaventoso. Nel 1975, i negozi si vedono recapitare Metal Machine Music. Quattro facciate di feedback chitarristico senza alcuna melodia. Roba da far sanguinare le orecchie. Specialmente alla casa discografica. Il disco è invendibile. E chi lo compra, spesso lo riporta al negozio, protestando. In effetti in copertina c’è Lou Reed versione rock’n’roll animal, immagine quanto mai ingannevole, visto il contenuto del disco. Sul retro, c’è una autogiustificazione firmata dall’autore: «A molti di voi, questo disco non piacerà». Lou Reed descrive con entusiasmo la sua nuova scoperta: il noise delle chitarre cela armonie e sinfonie segrete. Per la stampa, invece, trattasi di un disco pubblicato per “onorare” nel peggiore dei modi il contratto discografico. Eppure Metal Machine Music ha seguito la strada di Berlin. Rivalutato da una generazione di musicisti abituata al gelo dell’elettronica, finirà trascritto dal gruppo d’avanguardia Zeitkratzer ed eseguito con lo stesso Lou Reed nel 2002. Il risultato è stupefacente e lascia intravedere una delle strade che Lou forse avrebbe percorso se fosse ancora tra noi. Il noise come musica d’ambiente capace di risvegliare forze assopite. La musica da ascoltare mentre si praticano le discipline orientali come il Tai Chi, che Lou Reed adorava. A riprova c’è il “Metal Machine Trio” (Lou Reed, Ulrich Krieger e Sarth Calhoun) che, oltre a esibirsi dal vivo, incide The Creation of the Universe, uno splendido disco di ambient “rumorosa” con improvvise esplosioni strumentali. Nel modo in cui il vecchio Lou suona la chitarra si riconosce il giovane Lou che prova a far suonare il suo strumento come il sassofono di Ornette Coleman, pioniere del free jazz.

Alessandro Gnocchi

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Le poesie di Lou Reed

 
Pensò all’amore nell’indolente oscurità

Pensavo alle nostre notti insieme
A noi due e a come tu non mi abbia ferito
E capisco che sei stata davvero brava,
Ti ho accusata di avere un sapore scadente (mentre mi amavi)
E pensai, in quell’istante
Che si erge oltre ogni riflessione,
Di annullarti come una zecca o
Schiacciarti…
Come una coccinella.

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Noi siamo il popolo senza terra. Noi siamo il popolo privo di tradizione. Noi siamo il popolo che non sa come morire pacificamente e a proprio agio. Noi siamo i pensieri dei dolenti. Il termine dei domani. Siamo le ciocche dei governanti e i burloni dei re.
Noi siamo il popolo senza diritti. Noi siamo il popolo che ha conosciuto soltanto menzogne e disperazione. Noi siamo il popolo senza un paese, una voce o uno specchio. Noi siamo lo sguardo di cristallo che ritorna attraverso la densità e l’immensità di una nazione bizzarra. Noi siamo le vittime del manifesto indicibile della mancanza di profondità del pieno, pesante vuoto.
Noi siamo il popolo senza dolore che si è spostato oltre l’orgoglio nazionale e l’indifferenza verso una parodia dell’istinto. Noi siamo il popolo disperato al di là delle emozioni che sfidano il pensiero. Noi siamo il popolo che concepisce la propria distruzione e la porta a termine legittimamente. Noi siamo gli insetti del pensiero di qualcun altro. L’incidente del giorno, della notte, dello spazio e di dio senza razza, nazionalità o religione. Noi siamo il popolo. Il popolo. Il popolo.

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Tutto questo è perché ho sempre desiderato qualcuno che creasse un rossetto nero, così un giorno incontrai un mio amico che lo metteva e gli ho detto, “Dove l’hai preso?” e lui mi ha risposto, “Ehi, amico, tutti lo mettono”. Io gli dissi, “Pensavo di aver fatto qualcosa di nuovo”. Mi dissero, “No, amico”.

Rossetto

(Se il rossetto fosse nero
tu lo metteresti
Se l’amore fosse dritto
tu lo torceresti
Se la vita fosse bagnata
tu la incendieresti.
Se la morte fosse assolta
tu l’adempiresti
Se tu fossi la morte
ti sussurrerei
Se tu fossi la vita
ti afferrerei
Se tu fossi qui
ti bacerei
Ma visto che non ci sei
mi mancherai)

trad. it. di Matilde Casagrande

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L’articolo di Alessandro Gnocchi, “Il canto malinconico di Lou Reed”, è pubblicato per gentile concessione del mensile ’O Magazine.