Quando i poeti (e i filosofi) uccidono: quattro “casi” estremi, da Alessandro Giribaldi che accoltellò un materassaio a Althusser che strangolò la moglie

Posted on Marzo 09, 2019, 11:31 am
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La voce del verbo uccidere è generalmente adoperata, da quella categoria di onanisti derubricata sotto il nome di poeti, più nella forma riflessiva che in quella transitiva. Decine di suicidi, o mancati tali (cfr. Leopardi e il fontanile della casa paterna, o il volo a discendere di Gasparo Gozzi attutito dal provvido fogliame), attestano una melanconia di fondo, un corteggiare, o meglio ancora, un tampinare madama morte a ogni passo, con quella morbosità degna delle autentiche perversioni.

A volte però come avviene nella migliore psicanalisi, capita che la compulsione autolesiva venga proiettata verso un soggetto diverso, secondo il noto principio dello spostamento: da qui nasce per l’appunto l’omicidio, autentico scandalo se imputato a un’anima dall’indole creativa.

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A tutt’oggi sono riuscito a racimolare solamente quattro casi che ricadono sotto questo segno, uno dei quali, essendo perpetrato non da mano poetica ma filosofica, deliberatamente forzato.

Il primo riguarda Alessandro Giribaldi, appartenente alla linea simbolista ligure di marca primonovecentesca, poeta di cui ebbi l’ardire e la fortuna di leggere I canti del prigioniero, introvabili in libreria, ma facilmente reperibili in rete, così come accade per il 99,9% dei titoli poetici, oggi clamorosamente bistrattati, in quanto, a detta dei librai, inalienabili. Dal suo riscontro de visu, l’uomo in questione, mingherlino e occhialuto com’è pare la tipica inferia di un bullismo ante litteram (questo pezzo, per l’appunto, vorrebbe anche essere di monito ai bulli e a quanti fanno della prevaricazione la longa manus della loro spropositata autostima). Le poche pseudo-agiogafiche righe, ad opera del filosofo ed antico condiscepolo Adelchi Baratono, che fanno da preambolo al postumo volume dei Canti del prigioniero, descrivono doviziosamente il battibecco prima, accesosi per non ben specificate motivazioni, sedatosi per breve ora e rinfocolatosi in seguito, poi la colluttazione avvenuta nella Galleria di una tentacolare Genova notturna, fra Giribaldi ed un materassaio. Si parla fra l’altro di botte da orbi e di occhiali (ovviamente quelli del poeta) in frantumi, si parla di un coltello (sempre di proprietà del poeta) cavato fuori in un accesso di furia e brandito alla cieca, che nel parapiglia è andato a conficcarsi giusto nel cardio del materassaio il quale nonostante avesse picchiato sodo come avviene sempre negli scontri fra eruditi e popolani, fu forza che si accasciasse esanime. I suddetti bagordi costarono al Giribaldi quasi un mese di carcere e – stavolta dovuto, credo, ai rimorsi che lo cuocevano – un totale distacco per il resto dei suoi giorni da una vita letteraria attiva.

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Il letteratissimo e tubercolotico Gozzano, in uno dei suoi scritti meno noti dal titolo Intossicazione, raddoppiò la mia conoscenza di questi casi in cui lo stilo si tramuta inopinatamente in stiletto. Intossicazione sta per avvelenamento da letteratura, un morbo che per Gozzano non aveva rimedio, più accanito e mortifero della sua stessa etisia, da cui a più riprese egli stesso tentò di districarsi, con esito nullo. Il fatto narrato non costituisce invenzione ma pura cronaca del tempo. Pare che un certo Stefano Ala corteggiasse la sua prediletta con un mezzo già da allora anacronistico: cioè inviandole le sue mediocri elucubrazioni liriche. L’amata certo fiutando fra i sonetti e i madrigali che pervenivano al suo indirizzo odore di miseria, manifestò alla fine la sua preferenza per un giovinotto senz’altro più rude e meno poetico, ma in compenso ben piantato al suolo, così che la perenne diatriba fra Apollo e Mammona, vide vincitore ancora una volta Mammona. Ciò fu causa di immenso, sanguigno furore per il poeta, che ferito nel centro del suo velleitario amor proprio, condito di belle e brutte lettere, accoppò in una volta, durante un ballo, cavaliere e dama, troppo terreni per i suoi gusti, e resi colpevoli di aver recato oltraggio alla sua anima sublime. Il misfatto, come dice Gozzano, è da attribuirsi a “Monna Letteratura. Stefano Ala è stato vittima dei suoi imparaticci poetici. Poeta egli stesso, ma candido e ignaro, la sua anima non si sarebbe guasta, riarsa, illividita fino al delitto atroce, se non fosse stata esaltata dai troppi libri… letture varie e disparate, perniciosissime tutte per una psiche ingenua, candida, primitiva”.

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Il terzo e il quarto caso ci riconducono a tempi più recenti: tempi assai sospetti, quando vi si vuole intrufolare mezz’etto di poesia non receduta a testo musicale. Qui però il registro deve svestire il Kartoffelgeist che l’ha contraddistinto finora, perché gli uxoricidi e i parricidi sono montanti inferti sotto mascelle aperte, creano bruxismi, comprimono allo stomaco, e l’alito più sublime si smaga dentro lo squallore della cronaca. è notevole come il velo della lontananza secolare riduca quasi a oggetto di scherno le disgrazie “in costume” di allora, mentre quelle contemporanee, sebbene dello stesso tragico tenore, assumano una ben diversa calibratura, uno spessore disturbante e doloroso che interferisce con ogni tentativo di liricizzazione o fabulazione dell’argomento. Pare che la mole di dolore trascorso si offra come già masticata e digerita: quello del distacco è divenuto il suo emblema.

Chiusa poesia della chiusa porta, volume postumo antologizzante soltanto una minima parte dell’opera poetica del veronese Giuseppe Piccoli, è l’extrema acqua viva di un’esistenza compromessa dal disagio e dalla schizofrenia. I suoi versi, borderline nell’accezione psicosociale, e al limite fra conato artistico e patologia, fondano nella cellula sillabica e in una propulsione musicale quasi automatica (ciò è attestato dalla mole dei suoi inediti paragonabile a quella del nostro Lorenzo Calogero) la loro ragione epistemologica: “Osserva la foglia muta / figlia della luna nascosta, / converti la foglia figlia / dell’albero che parla / in strumento / di un’antica rettorica / conosciuta sul sillabario / di una desueta / e ancora consueta infanzia: / sii simile a lei: / che si raccoglie presso il tuo nome / freddo e dorato / nel sepolcro che trasforma / la tua veste in spoglia.”

Nel 1981 l’omicidio del padre dovuto a un suo tracollo psichico, lo introdusse in una via crucis di carceri e strutture psichiatriche che si concluse sette anni dopo col suo suicidio.

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Dalla nebbia della malattia alla lucidità filosofica (?), l’ultimo caso chiude il quadrilatero sul filosofo strutturalista Louis Althusser, noto in ambito accademico per il suo clamoroso e contestato ribaltamento dell’interpretazione della teoria marxista, che riuscì ad astrarre dal suo materialismo di fondo; più noto forse per lo strangolamento di sua moglie, da lui stesso narrato con chirurgico distacco nella sua autobiografia: L’avvenire dura a lungo. Da tempo in cura presso vari istituti d’igiene mentale, scivolò sul processo per “non luogo a procedere”. Pare che le sue vessazioni paranoiche l’avessero indotto con calcolo e deliberazione a compiere il bieco delitto. Pertanto, più che di momentanea incapacità d’intendere e di volere, trattasi più ragionevolmente di un elaborato di lucida follia. Alcuni sacrosanti dubbi hanno condotto in seguito a rivedere gli atti di quel processo. Ma il filosofo intanto è defunto dal 1990.

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Sebbene passibili d’inflazione, anche questi pochi casi mostrano come sia facile che una medaglia mostri d’un tratto il suo rovescio, e come la boite a surprise dell’inconscio possa covare in sé degli ordigni pericolosi o dei volti malefici. Sarebbe bene pertanto che queste segrete forze che si agitano in noi venissero vigilate notte e giorno come il sacro fuoco delle Vestali.

Certo è che nelle anime vistose le barbe del santo e del carnefice sono assai suscettibili di scambio reciproco, se Giribaldi e gli altri della cricca sono giunti per diversi tramiti a contravvenire al quinto comandamento, mentre talaltri, come ad esempio Giulio Salvadori, fecero in tempo a lasciare il cenacolo D’Annunziano per riparare sotto l’ala di Dio e canonizzarsi.

Antonello Cristiano