Quando Anthony Burgess (traducetelo!), favorevole alla Brexit, propose il latino come lingua comune europea

Posted on Marzo 01, 2019, 7:30 am
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Come si sa, Anthony Burgess ha avuto una moglie italiana, la seconda, la definitiva, Liliana ‘Liana’ Macellari, che è nata 90 anni fa ed è morta nel 2007. Di buona famiglia, ‘Liana’ ha studiato a Bologna, ha imparato la lingua leggendo Henry James, si è perfezionata a Parigi e negli Usa. La Macellari, già maritata allo scrittore afro e traduttore americano di Italo Svevo, Benjamin Johnson, va in fuoco per Anthony Burgess dopo aver letto Arancia meccanica, di cui propone la traduzione di un estratto per l’almanacco Bompiani. Siamo nel 1963 e Burgess, infelicemente sposato a Lynne, ricambia l’eccitazione: l’anno dopo Liliana partorisce Paolo Andrea, indubitabilmente figlio di Anthony. Nel 1967 ‘Liana’ divorzia dal marito, nel 1968 la moglie di Burgess gli fa il favore di togliersi di mezzo, muore di cirrosi epatica, e i due, Liana e Anthony – 12 anni più grande di lei – convolano a nozze. Felici. Tra le altre cose – cioè: oltre ai libri del marito – la Macellari ha tradotto in italiano Lawrence Durrell, Thomas Pynchon, il Finnegans Wake di Joyce.

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Parte della torbida vicenda è raccontata da Anthony Burgess in uno dei romanzi meno noti, Beard’s Roman Women, recentemente ristampato, con cura impeccabile, dalla Manchester University Press, che, in connessione con la ‘International Anthony Burgess Foundation’ sta ripubblicando tutte le opere di AB, un progetto letterario invidiabile, garanzia di parziale immortalità e tutela dell’opera. Nel romanzo, ambientato a Roma, con supporto fotografico appresso (photo di David Robinson), c’è una moglie morta che ossessiona il narratore e una bella fatale, Paola Lucrezia Belli (maschera di Liana), discendente del poeta Giuseppe Gioacchino Belli. L’ossessione per Belli (che Burgess traduce in un mobile e nobile inglese) e per la Città Eterna, come si sa, è la trama di Abba Abba, tra i libri più noti di Burgess, che è stato ripubblicato dalla stessa editrice accademica questo mese, per la cura di Paul Howard.

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“Roland Beard è un regista e scrittore inglese dal carattere triviale ed egocentrico con una moglie, Leonora, morta a causa della cirrosi epatica scatenata dal bere. Il tema del libro riguarda il complesso senso di colpa del vedovo, il tentativo di iniziare una nuova vita. Durante un viaggio a Hollywood, Beard conosce Paola Lucrezia Belli, giovane fotografa romana, in passato unita a un romanziere caraibico che odia i neri. Ben presto, il nostro si trasferisce a Trastevere con Paola, con l’intento di costruire una sceneggiatura televisiva su Shelley, Mary Shelley e Byron, mentre lei fotografa la città, ‘una specie di fantasma che guarda Roma’)”. Così Julian Moynahn in un articolo del 1976, Death trip, by Anthony Burgess, pubblicato poco dopo l’uscita del romanzo autobiografico sul New York Times. “Morire è l’ultima frontiera della letteratura moderna”, comincia il giornalista, avvicinando il libro a Fuoco pallido di Vladimir Nabokov e a Lady Lazarus di Sylvia Plath.

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La prima questione è meramente editoriale. Burgess è semplificato, tolte le frattaglie, ad Arancia meccanica. Mi domando perché il suo romanzo ‘romano’ sia ancora inedito – e Abba Abba pressoché introvabile – considerando i rapporti del grande narratore inglese con l’Italia (come si sa, c’è la sua penna nel Mosè di Gianfranco De Bosio con Burt Lancaster e dietro il Gesù di Nazareth di Zeffirelli con Robert Powell).

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La seconda è ‘politica’. Insomma, Burgess fa paura. Se rileggiamo le sue idee riguardo all’Europa – riassunte in un articolo piuttosto interessante: Anthony Burgess, Europe and Brexit – Anthony fa la figura del macellaio dei puri di cuore. Considerazione preliminare: “La storia dell’Europa è la storia di Europei che uccidono altri Europei”. Ne segue che una Europa unita dalla “fede comune nel consumismo” è una porcata, l’unione si fa mica con l’unione monetaria ma con una lingua e una cultura comuni. Esempio: Francia e Inghilterra sono diametralmente opposte, “il modo di pensare francese è radicato nel razionalismo cartesiano, quello inglese è empirico e pragmatico: questo significa adottare approcci diversi, persino contrari, sui problemi della politica e dell’economia”. Nel 1989 Burgess dichiara di sentirsi ‘europeo’ da quando ha 21 anni, “quando lascia l’Inghilterra per la terraferma europea”. Vive a Malta, in Italia, in Francia, in Svizzera, a Monaco. Ma la sua identità ‘europea’ non sfoca mai in una adesione ‘europeista’. Quando afferma che “l’Europa è stata unita fino a che Lutero non ha affisso le sue tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg e Giovanni Calvino non ha messo in discussione il principio del libero arbitrio” gli danno del retrivo cattolico. Quando, a Venezia, nel corso di un convegno organizzato dal Parlamento Europeo, lo scrittore disse che “la lingua comune all’Europa non può essere l’inglese, né tanto meno l’esperanto: bisogna lavorare per un ritorno al Latino”, tutti sbiancarono. Burgess è lo scrittore che fu troppo. In Italia, tendenzialmente, ci accontentiamo del minimo, del misero. (d.b.)