“Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro”: Amos Oz è morto, leggiamo Amos Oz

Posted on Dicembre 28, 2018, 5:34 pm
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Proprio così. Gli scrittori non muoiono mai, è l’opera a cementare la voce, a dare frastuono di bronzo e sinfonia di ululato ai verbi. Non so perché, ma Amos Oz, che è nato a Gerusalemme nel maggio del 1939 ed è morto oggi, 28 dicembre, nel giorno dei Santi Martiri innocenti – in memoria della strage ordita da Erode – mi è sempre parso il più talentuoso degli scrittori israeliani contemporanei, lo preferisco a David Grossman, a Abraham Yehoshua, anche per via di quel viso bellissimo, brunito nel dolore, fortificato all’obbedienza al sé – la madre suicida, la vita nel kibbutz, l’eliminazione del cognome d’origine, Klausner, e quel nome, in cui splende il profeta che amo – ma questo è poco importante, ora. Ora, come sempre, conta l’opera, ed è quella che va fatta parlare, un parto di meraviglia. Traggo un brano, esemplare, dal romanzo più bello – e giustamente noto – di Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”. Altri daranno carne al ‘coccodrillo’, io leggo Oz. (d.b.)

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amos ozSolo di libri, da noi, c’era abbondanza: da una parete all’altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: poiché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.

Se capitò due o tre volte che non ci fosse abbastanza denaro per comprare il necessario per il Sabato, mamma guardò papà e papà capì che era arrivato il momento di scegliere la vittima sacrificale. Subito dopo, andava nell’armadio dei libri: era un uomo di principi, e sapeva che il pane veniva prima dei libri e che il bene del bambino veniva prima di tutto. Rammento la sua schiena curva mentre passava dalla porta con tre o quattro amati tomi sotto il braccio, diretto con il cuore infranto al negozio del signor Meyer, a vendere qualche prezioso volume, come fosse stato un taglio della sua carne. Così doveva essere sembrato anche nostro padre Abramo quando quella mattina presto lasciò la tenda con il figlio Isacco sulle spalle, diretto al Monte Moria.

Capivo il suo dolore: papà aveva un rapporto carnale con i libri. Amava toccarli, frugarli, accarezzarli, annusarli. Era infoiato per i libri, incapace di trattenersi, allungava subito le mani, fossero anche stati libri altrui. In effetti, i libri di allora erano molto più sexy di quelli di adesso: c’era di che annusare, accarezzare, tastare.

Amos Oz

*da: Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli 2003, trad. it. di Elena Loewenthal