Quando l’“imprevedibile e funambolico” Pupo pubblicò un romanzo. Ovvero: sull’ipocrisia di un certo mercato editoriale (ma per fortuna, i lettori non sono cretini come credono)

Posted on Settembre 30, 2020, 9:48 am
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«Racconta un dirigente Mondadori che anni fa si tenne una riunione per decidere sulle barzellette del capitano romanista. Il nuovo manager sedeva davanti a un manifesto del primo romanzo di Thomas Mann. “Chi sono questi Buddenbrook?” domandò con candore. “Chi è Totti?” chiese nello stesso istante, con altrettanto candore, una storica funzionaria e raffinata traduttrice dal tedesco. I due si fissarono, entrambi smarriti, mentre il filo del loro sguardo reggeva in perfetto equilibrio due secoli» (Matteo Marchesini su Facebook, 26 settembre 2016).

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Proviamo a immaginare una situazione analoga dove, in una riunione editoriale, chiediamo con candore «Chi è questo Enzo Ghinazzi?», sentendoci rispondere: «Come, chi è? È il cantante Pupo». Siamo negli uffici della Rizzoli, dove quelle volpi dei manager hanno fiutato l’affare e non vogliono sentire ragioni. Si sa che il richiamo del nome può essere un fattore imbattibile nel lancio di un libro, e se Giorgio Faletti è diventato un bestseller scrivendo “l’uomo, con un gesto istintivo, sollevò la manica della tuta per controllare l’importo della ferita”, e Fabio Volo ha sbancato il botteghino descrivendo come fare scarpetta con la carta igienica quando si piscia sul pavimento, allora potrebbe farcela anche l’interprete della celebre hit Gelato al cioccolato, reperto ultra-quarantennale della musica leggera italiana.

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Ecco dunque il “thriller” La confessione di Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, edito da Rizzoli nel 2012, di cui si può leggere un’analisi accurata ne L’importo della ferita e altre storie di Pippo Russo (Edizioni Clichy 2013), una rassegna delle pesantezze, degli strafalcioni e delle incapacità somministrateci da una serie di autori italiani nella prima decade di questo secolo. Qui non vorremmo occupare troppo spazio per La confessione, fatto salvo un filo di curiosità suscitato dalla bandella di copertina: se lo stupido romanzetto di Andrea Scanzi – La vita è un ballo fuori tempo, sempre edito da Rizzoli – s’imperniava sulla redazione di un assurdo giornalino di provincia, si provi a immaginare quale potrebbe essere l’imprevedibile cornice del “thriller” firmato da Pupo.

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“Sanremo. A poche ore dalla serata finale del Festival della Canzone, un clamoroso omicidio scuote il mondo dello spettacolo e l’Italia intera: uno dei cantanti più amati dal pubblico è stato ucciso nella sua lussuosa suite con un colpo di pistola al volto. Delle indagini è incaricato il commissario Oscar Borrani – qualche chilo di troppo, un matrimonio fallito che brucia ancora e una gran voglia di chiudere il caso nel minor tempo possibile: in vent’anni di carriera, di morti ne ha già visti abbastanza, e sa che portano sempre rogne. Ma i morti non sono tutti uguali, ed Enrico Bertini in arte Chico non è mai stato un uomo come gli altri. Sregolato, geniale, eccessivo in tutto – nell’amore per le donne, il rischio, il successo – ha vissuto bruciando ogni tappa, spingendo sempre al massimo, lasciandosi alle spalle un esercito di nemici. E di segreti che soltanto il sangue della vendetta potrà lavare via. Imprevedibile e funambolico come il suo autore, La confessione è un thriller che ci trascina nel mondo sfavillante dello spettacolo, mostrandoci dall’interno la sua anima nera. Un romanzo che non ha paura di commuovere, di stupire e, fino all’ultima pagina, di colpire dove fa più male”.

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L’editore Rizzoli, dunque, vuole ricordarci quanto sia imprevedibile e funambolico il cantante Pupo, e quanto sia capace di farci male. Allora, vediamo l’incipit: “Il corpo senza vita di Enrico Bertini in arte Chico era riverso sul parquet della suite 606, quella che l’hotel Royal di Sanremo riserva esclusivamente agli ospiti più importanti. Quella con vista mare a 1.100 euro al giorno, 500 in più delle camere affacciate sul parcheggio e il campo da tennis. Quella con il terrazzo a L: per avere sempre un posto dove sedersi all’ombra. Chico odiava il sole, lo schivava in ogni modo e adesso, per una beffa del destino, i pallidi raggi dell’inverno rivierasco filtravano attraverso le tende e rischiaravano i suoi capelli brizzolati, il suo volto inanimato, trafitto da un proiettile calibro 9. Gli occhi celesti, spenti per sempre, fissavano un angolo imprecisato della stanza. Sorpresi, delusi, estasiati”.

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Sembra chiaro che Chico, con gli occhi estasiati spenti per sempre, sia l’alter ego dell’autore Pupo: oltre al nome, troppe le somiglianze biografiche (“Era finito tutto così, in un soffio. Le donne, il gioco, le illusioni. Le sfide, i successi, le paure”), tranne la statura, aumentata di un buon venti per cento: “Il personale dell’albergo non aveva sentito rumori o visto entrare qualcuno di sospetto, e i centottanta centimetri del suo corpo giacevano scomposti a terra”. Perdoniamo il vezzo e proseguiamo: “La morte era venuta a fargli visita e non aveva chiesto permesso. Lui forse l’aveva vista entrare e avrebbe voluto dirle ‘Fermati, no, non sono ancora pronto’. Ma non ci era riuscito, non ne aveva avuto il tempo”.

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Ecco la commozione, a cui il lettore non può sottrarsi. I sommi capi della storia sono presto detti: nonostante quella tragica morte, la serata conclusiva del Festival di Sanremo si svolge regolarmente, com’è nelle cose; le indagini partono, procedono e si concludono; prima di morire, Chico è andato a confessarsi da un prete a cui racconta se stesso e le sue avventure, annunciando la propria morte. Il racconto procede sui due piani temporali del prima e del dopo; a un certo punto s’individua come colpevole il cinico manager, che è come dire il maggiordomo, ma alla fine arriva il colpo di scena, talmente fatuo da far vergognare anche chi legge. Qui linvestigatore è il secondo alter ego di Pupo, quello concreto, che nelle pagine 22 e 23 mette subito in chiaro la sua posizione: “«Buongiorno, signora, sono il commissario Oscar Borrani, dica pure a me». Mentre parlava, si strappò un sopracciglio usando come una pinzetta le unghie di pollice e indice, le uniche due che non tagliava mai. Un tic che si portava dietro da quando era bambino e che di sicuro non poteva passare inosservato. Lei però non ci fece caso, aveva in mente ben altro. «Ma che sta succedendo?» sbottò contrariata e aggressiva. «Sono la compagna di Chico. Sono uscita per fare jogging, torno dopo due ore e trovo tutto questo casino e un poliziotto sulla porta che non vuole farmi entrare in camera mia. Mi spiegate che cazzo succede?». Borrani non era un mostro di simpatia. Il tatto e la diplomazia non erano mai stati il suo forte, specialmente con il gentil sesso. E dal giorno in cui sua moglie se n’era andata all’improvviso, dopo dieci anni di matrimonio, con un commercialista lampadato di Imperia, il suo carattere non era certo migliorato. Tutte puttane e rovinafamiglie, le donne”.

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Ecco. Respiriamo e – anche qui – non ridiamo, perché la cosa è seria. A parte lo schifo delle unghie di pollice e indice usate come strappa-peli (sperando che non servano anche come rimuovi-cerume, ma sappiamo che lì è più indicato il mignolo), troviamo subito lo stereotipo ancestrale delle donne-tutte-puttane, talmente stantio da sentirsi la puzza, che non sappiamo con quale stomaco si sia potuto infilare in un romanzo. Non solo: a pagina 30 il commissario-Pupo “Guardando Laura ripensò per un momento a sua moglie e a tutti i problemi, le scenate e le follie che la fine di un matrimonio comporta. Le donne sono pericolose ed è necessario star lontani da loro, anche se non si è mai lontano abbastanza. Nessuno lo avrebbe mai convinto del contrario”.

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Grazie, Pupo, ci hai dato suggerimenti importanti. Forse è per questo che Rizzoli ha pubblicato il libro: dare consigli preziosi per la formazione sentimentale del giovane maschio. Ritornano in mente i carmi di Semonide di Amorgo, il poeta giambico del settimo secolo avanti Cristo, che nelle celebri invettive contro le donne aveva condensato il pensiero arcaico sull’argomento. Le uniche femmine buone erano quelle che somigliavano all’ape: “Quando la trova uno è fortunato; / a lei sola non si accompagna biasimo, / fiorisce grazie a lei, e prospera la casa, / invecchia amata con l’amato marito, / la prole è bella e ammirata. / E ammirabile ella diviene fra le donne / tutte, e divina grazia la circonda. / E non si compiace a sedere con le donne / quando fanno discorsi d’amore e di letto. / Tali donne graziosamente dona agli uomini / Zeus: esse sono le migliori e le più sagge”. E Pupo, infatti, non manca di descrivere il tipo giusto di donna: “Laura era nata in un tempo in cui alcuni valori resistevano ancora”; “Questo perché lei era una donna paziente e tenace, e pur compiendo degli errori aveva sempre cercato di crescere sua figlia nel rispetto di valori che alcuni considerano ‘antichi’ ma che in verità non hanno tempo”. E che dire se una donna non è bella? “Angelo Rosai aprì la porta della sua camera e si trovò di fronte una donna. O meglio, qualcosa di simile a un essere umano di sesso femminile dal fisico deforme”.

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Siamo inorriditi. Non meno avvilente è leggere l’elogio firmato Mogol nella fascetta del volume: “Anche con la penna in mano Pupo resta geniale. Lasciatevi trasportare dalla curiosità. Questo thriller non vi mollerà fino alla fine”. Ecco a che punto può arrivare l’ipocrisia del merchandising, la volgarità del marketing, l’insipienza di una casa editrice, il cinismo di chi mette l’interesse davanti a tutto. Se Pupo “resta” geniale, significa che genio lo era già, e se è questo il messaggio che si vuole far passare, invitiamo i responsabili di questa operazione a ripeterlo de visu, senza abbassare gli occhi: lo dicano e lo argomentino, se ne hanno il coraggio. E ora andiamo a disgustarci con un paio di passi filosofici della confessione di Chico, l’alter ego assassinato, che aiutano a completare il quadro.

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“«(…) Laura chiamò i parenti e gli amici che facevano parte della famiglia Cristiana, Florence si occupo di quelli della famiglia Buddhana…».

«Di che?»

«E un mio modo di dire, un gioco. Quando mi chiedono della mia famiglia, io rispondo sempre: ‘Quale, quella Cristiana o quella Buddhana?’. Nel senso che una, quella ufficiale, crede in Cristo, mentre l’altra crede in Buddha. È una battuta»”.

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“«Un giorno, in uno dei tanti viaggi per l’Italia, stavo chiacchierando con il mio autista, Piero, e come al solito mi vantavo per le mie doti di seduttore, ‘Nessuna donna è in grado di resistermi’ gli dicevo, e lui muoveva la mano come a dire seeee, non ti credo. Così, per fare lo sbruffone, lo invitai a farmi il nome di una donna, una qualunque: chiunque fosse stata, me la sarei portata a letto. Piero sparò due o tre nomi di ragazze che avevano lavorato con me, ma io lo freddai subito rispondendogli che quelle avevano già dato… Ci rimase male, non sopportava l’idea che io mi portassi a letto donne che anche lui conosceva, e che anche a lui piacevano, senza che poi glielo raccontassi. A un certo punto, quando sembrava che si fosse arreso, mi provocò: ‘La moglie francese di Fabrizio, il tuo tastierista. Quella è impossibile che te la scopi’. In quel periodo Fabrizio suonava il pianoforte nella mia band ed era anche il responsabile di tutti gli arrangiamenti dal vivo. ‘Se riesci a portarti a letto quella lì’ disse Piero, ‘sei veramente un grande. È troppo innamorata di Fabrizio e poi è una delle poche che, secondo me, non subisce il tuo fascino. Sono pronto a scommettere centomila lire che non ce la fai’ concluse»”.

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E concludiamo anche noi. Notiamo le assonanze fra La confessione di Pupo e La vita è un ballo fuori tempo di Andrea Scanzi: la misoginia, plateale nell’uno e subdola nell’altro; il machismo naïf da scopatore incallito, esibito da entrambi; la sciatteria delle soluzioni narrative, che non riesce a creare un risultato credibile. Per non parlare dello stile, insopportabilmente inadeguato. La sospensione dell’incredulità è impossibile in libri come questi, talmente narcisisti ed ego-centrati, recitati in modo tanto antiquato e maldestro da far fallire qualunque ipotesi costruttiva. E non è un caso che sul mercato abbiano avuto lo stesso destino: schifati dal pubblico, vengono offerti a metà prezzo nei magazzini remainders, perché invenduti.

Paolo Ferrucci