“Non farebbe del male nemmeno a una mosca”. Per i 60 di “Psycho”, il film che ha cambiato la storia del cinema. Ode a Hitchcock il grande voyeur

Posted on Giugno 17, 2020, 1:09 pm
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La scena definitiva di Psycho, il capolavoro di Alfred Hitchcock, non è la sequenza celeberrima della doccia, il detective accoltellato in cima alle scale, la ‘madre’ che si volta sulla sedia girevole, con inesorabile lentezza. È all’inizio, quando Hitchcock spalanca una panoramica che attraversa il centro di Phoenix, Arizona, prima di penetrare nella stanza in cui Marion Crane (Janet Leigh), segretaria afflitta dal tedio, è con il suo ragazzo, Sam. La telecamera penetra attraverso uno spiraglio nella finestra, tra le ombre, furtivamente, sbirciando. Hitchcock è il voyeur, e noi con lui.

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Più tardi, quando Norman Bates (Anthony Perkin) rimuove il dipinto nel suo ufficio al Bates Motel e guarda nella stanza di Marion attraverso un buco, la stessa idea ritorna. Dalla prospettiva dell’assassino squilibrato vediamo Marion in vestaglia, non diversa da quando l’abbiamo contemplata a letto con Sam. Questo è il motore scatenante che tramuta il timido, solitario, angosciato Norman che riemergerà nella scena dell’assassinio più celebre della storia del cinema: Hitchcock aveva piantato il seme 45 minuti prima. Con paranoica precisione – e assurdità – ci ricorda luogo, ora, data: “Phoenix, Arizona, 11 dicembre, venerdì, 14.43”.

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Hitchcock sa che il fascino peccaminoso del cinema è guardare le vite degli altri senza essere visti. Sei anni prima, con La finestra sul cortile, aveva tramutato le finestre di un appartamento in una specie di schermo, ciascuno con la rappresentazione del suo dramma privato, a beneficio del fotografo con sedia a rotelle e set di binocoli. Ma Psycho è un passo in avanti, più lascivo, predatore. Da allora, i film non sarebbero più stati gli stessi.

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Sessant’anni dopo, Psycho è in cima alle classifiche dei più grandi film mai realizzati. La sua influenza è ravvisabile ovunque, dai film con serial killer ai ‘thriller sexy’ degli anni Novanta. Tra l’altro, è una lezione di cinematografia fai-da-te, che mostra la sconfinata creatività di un artista che riesce a realizzare un film oltre le restrizioni dei grandi studios e degli standard pubblicitari. Hitchcock lavora dentro le fantasie oscure e proibite del pubblico: come dice Norman, “A volte tutti diventiamo un po’ matti”.

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Come deve essere stato vedere Psycho nel 1960, ignari di tutto? La storia del cinema comincia con la leggenda apocrifa di un pubblico che urla, terrorizzato, mentre una locomotiva a vapore si avvicina alla telecamera dei fratelli Lumière, ma Psycho ha costituito un trauma più autentico e duraturo. Gli elementi principali erano presenti in altri film di Hitchcock e nell’orrore in bianco e nero delle produzioni di Val Lewton a basso costo, ma questo fu un salto in avanti, una esperienza cinematografica incomparabile.

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La scena in cui Marion e Norman chiacchierano nell’ufficio del motel è la più complessa del film, opera su più livelli contemporaneamente. L’ambientazione è macabra, ingombra di uccelli rapaci – Norman ha come hobby la tassidermia, ci è chiaro fin da subito che è un malato di mente –, alterna toni cauti ad acuti. Marion guarda uno specchio che riflette la sua solitudine, il rimpianto, il cambiamento. “Siamo tutti prigionieri delle nostre trappole private”, dice Norman, “non ne usciremo mai”. Marion si convince: vuole restituire i soldi che ha rubato. Si è redenta, a differenza di altri personaggi simili del cinema. Per questo, c’è una crudeltà particolare in ciò che subisce: Marion morirà incompresa.

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La famigerata scena finale, in tribunale, dove uno psichiatra monologa a lungo narrando la storia intima di Norman e le forze che lottano dentro di lui, è ordinaria. Sembra una appendice forzata a un film così pieno di comportamenti devianti e moralmente ambigui. Ma la scena finale ribalta tutto, con Norman in arresto, avvolto in una coperta, completamente invaso dalla voce della madre. “Ma se lei non farebbe del male nemmeno a una mosca”. Il sorriso che screpola il suo viso suggerisce il contrario.

Scott Tobias

*L’articolo è stato pubblicato in origine, in forma leggermente diversa, su “Guardian”