Non è un paese per madri. L’ha scoperto, forse, prima degli altri, prima delle altre e sulla sua  stessa pelle, la scrittrice e traduttrice Flavia Gasperetti, come racconta nel suo libro-inchiesta (che in realtà si legge come un romanzo, con la stessa passione febbrile): Madri e no. Ragioni e percorsi di non maternità, pubblicato da Marsiglio. Soprattutto in Intermezzo mette a nudo ed esplora, con intimità e struggimento, il suo legame con una madre diversa, la sua, a cui ha dedicato il libro: Natalie. Forse, il rifiuto consapevole di diventare madre proviene appunto da sua madre. “Questo non è un mondo per madri, in realtà. Essere figlia di mia madre ha avuto un effetto: farmi capire prima e realizzare sulla mia pelle qualcosa che col tempo avrei capito comunque”. Ma perché Flavia Gasperetti (e moltissime altre, “succede al 45% delle donne attualmente in età riproduttiva”) ha scelto di non fare figli? 

Il discorso parte dalla donna, ma si sviluppa poi nell’idea di madre, nel concetto di amore assoluto. “Nel mondo in cui viviamo abbiamo deciso che quello della madre sia l’amore assoluto, invincibile, che trascende e supera le capacità limitate di tutti gli altri amori. C’è chi lo vede feroce, allo stesso tempo generatore e cannibale, un amore veterotestamentario che richiede la resa totale dell’oggetto amato alla sua forza”. E poi: “abbiamo bisogno di immaginarci l’amore della madre perché così vorremmo che fosse per noi l’amore di Dio”. E quindi, che cosa esattamente di quel “primo amore” madre-figlia ha portato l’autrice a questa scelta di “non maternità”? “La mia madre perfetta lasciò l’Italia quando io avevo quattordici anni, tornò nella sua città natale, in Australia. Aveva le sue ragioni”. E lei, ragazzina: “Mia madre voleva portarmi con sé e io rifiutai di seguirla, avevo le mie ragioni”. La sintesi biografica che offre di sé (con coraggio e amore, un amore sofferto) Flavia Gasperetti, racchiusa in delicati, toccanti giri di parole, sostituisce e vale più di tante statistiche. “Nemmeno mia madre si è mai davvero integrata a Roma. Era arrivata in Italia con l’idea di fare una sorta di vacanza lavorativa, mettendosi in aspettativa dalla casa editrice per cui lavorava a Londra e facendosi assumere come commessa dalla libreria inglese di Roma a via del Babuino. Poi ha incontrato mio padre, poi sono nata io. Il lavoro in libreria è evaporato gradualmente nel nulla e quasi niente è arrivato a rimpiazzarlo. Per diversi anni mia madre è stata madre a tempo pieno, e quando ha cercato un modo di tornare a lavorare si è accorta presto di essere diventata incollocabile”. 

Quante donne diventate madri hanno sacrificato all’altare, al sacello, della maternità la propria, di felicità? “Chiamavo mia madre ogni domenica mattina, quando per lei era ora di cena. Mi faceva tante domande per sapere se stavo bene. Non ero mai del tutto sicura di cosa preferisse sentirsi dire, voleva che stessi bene? O le bruciava che io potessi stare bene, nonostante tutto bene, senza di lei? Le dicevo sempre e comunque che stavo bene. Da quel momento, e per tutto il resto della sua vita, le ho detto sempre e comunque che stavo bene”. Ma era davvero così? Quante finzioni, quante bugie vivono, si innestano con forza, dentro un grande amore? “Al telefono, ogni domenica mattina, mi sentivo afferrare dalla corrente di ritorno che si nascondeva appena sotto il pelo delle nostre chiacchiere finto-spensierate, la forza di tutto il suo struggimento, del suo bisogno di me. La mancanza divorante che si sforzava di non dire, la fame che io percepivo comunque e che mi faceva paura. Ovviamente anche lei mi diceva che stava bene, sempre solo bene”. Ma non era così. E infatti. Torna, con i ricordi, a lei ragazzina (uno specchio che riflette molte vite di altri ragazzini anche solo con genitori separati). “A Roma, nei mesi successivi alla partenza di mia madre, ho smesso di fare tutto quello che facevo prima. Andare a scuola, fare le versioni di latino, uscire, giocare col gatto, pulire la lettiera del gatto. Ho portato a casa la mia prima orrenda pagella”. No, non è un paese per madri. E per i figli? “Ogni giorno dopo pranzo, al ritorno da scuola, nella casa vuota, incontravo una tristezza nuova. Questa tristezza era un peso indefinibile che mi teneva inchiodata al divano, incapace di alzarmi. La televisione restava accesa su un canale qualsiasi, raramente mi prendevo la briga di cambiarlo”. Perché quindi non mettere al mondo un figlio? 

“La felicità, sì, per noi tutti è importante. Forse troppo. Noi che figli non ne vogliamo e voi che invece li volete siamo stati ritagliati dalla stessa pezza, perché siamo tutti devoti allo stesso dio minore che è la ricerca della personale felicità. L’unica risposta vera che possiamo dare noi quando ci chiedono perché non vogliamo un figlio è la stessa che dareste voi nel caso, rarissimo, che qualcuno vi chiedesse perché lo volete, perché lo avete voluto”. 

Il libro di Flavia Gasperetti è, dati alla mano, molto documentato. Il frutto di una ricerca annosa, appassionata, mai sazia. Leggerlo è come “poggiare l’orecchio su un furioso alveare”. Perché in questo momento, più che mai, in forza della pandemia, ci siamo accorti dolorosamente (penso a un esempio, anzi due: gli asili chiusi, le altalene al parco proibite la scorsa primavera) che questo decisamente non è un paese per madri. E poi, volgendo lo sguardo più in là, un passato ritorna presente: “Le donne sono a lungo esistite per mettere al mondo gli uomini e crescerli, le donne erano un mezzo e non un fine, erano un mezzo per far esistere un uomo”. Non è forse ancora un po’ così? Inutile negarlo. C’è chi si pente di non avere avuto figli, ma “chi si pente di aver avuto i propri figli, invece, si pente in segreto”. Un tabù. I figli, ora che non se ne fanno più, sono diventati “l’oppio della nostra civiltà”. Si pensi al grande business delle banche degli ovuli, lo sperm-banking. Un’industria da capogiro, il mercato della fertilità vale venticinque miliardi di dollari. Ma chi li mette al mondo questi figli sono le donne, per il momento. 

“Se gli uomini potessero fare figli, – recita una celebre battuta attribuita alla cabarettista tedesca Lore Lorentz – l’aborto diventerebbe un sacramento”. Il pensare alla maternità non può non contemplare l’assenza della madre, l’orfanità, l’abbandono, l’adozione. “Tutti i bambini amano gli orfani, è chiaro, le fiabe e la letteratura per l’infanzia ne sono pieni – libertà, avventure e prove di coraggio, il brivido di immaginarti una vita a misura di bambino come quella di Tom Sawyer, che cosa c’è di più allettante?”. Che cosa significa, poi, crescere i figli delle altre? Non significa anche questo essere madre? “Dopo tutto, essere madri adottive è essere madri, non possono esserci dubbi. Ed essere una fidanzata di papà è una circostanza che ti porta a dedicare a un bambino, anche spesso part-time, un insieme di cure che siamo abituati a chiamare materne”. 

Madri o no è un libro scomodo, non c’è dubbio, perché affronta di petto, a viso aperto, non una ma cento domande sulla maternità che ti iniziano a girare fra le mani e poi nella testa. Domande che fanno appello alla nostra esperienza di figlie quanto alla nostra esperienza (e non) di madri. Ma prima di tutto è un libro necessario perché (oltre a divertenti passaggi sulla figura della nullipara nell’immaginario comune) dal cinema alla letteratura, dalle dinamiche demografiche attuali agli allarmi della natalità (“la minacciosa clessidra che accompagnava lo slogan La bellezza non ha età. La fertilità sì” della indiscreta campagna lanciata nel 2016 dal ministro Lorenzin), fino all’istinto materno e all’orologio biologico (perché si chiama così), ci porta a fare i conti con il nostro modo di concepire l’età adulta, i riti di passaggio. Soprattutto Flavia Gasperetti si domanda e ci domanda che cosa implica e significa essere genitori, in un mondo spesso inadatto e così ferocemente ostile alle madri.

Linda Terziroli