A 100 anni dalla nascita, Primo Levi in Nuova Zelanda! In questa storia ci sono: una manciata di poesie, un dente di Iguanodonte, l’autografo di Byron, un libro stupefacente scoperto in una bottega di Torino

Posted on Luglio 28, 2019, 7:40 am
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Come si sa, Primo Levi è nato il 31 luglio di un secolo fa. L’omaggio più alto e curioso a marcare il centenario viene dalla Nuova Zelanda ed è una traduzione, in stampa limitata, delle poesie di Primo Levi. A compiere la traduzione, un poeta americano, Harry Thomas, e un grande studioso e traduttore italiano, Marco Sonzogni – esegeta massimo di Seamus Heaney, speleologo nell’opera di Montale – che insegna e vive a Wellington. Il libro si intitola The Occasional Demon e – al di là dell’autore a cui è applicato e alle ragioni che lo reggono – pare il sunto del dire poetico. La poesia è un demone, cioè qualcosa di anarchico, improvviso, inavvicinabile (che si può rifiutare, per paura d’ingombro); ed è occasionale, perché non ha meridiane né cronologie, non la contieni né la tieni. La poesia è un assalto.

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Dietro all’occasione – il centenario di Levi – in questo caso il destino ha disseminato una storia. La storia ha un nome. Gideon Algernon Mantell (1790-1852). Medico inglese, costui, leggo sulla Treccani, “si dedicò anche alla geologia, raccogliendo un’importante collezione di fossili”. In particolare, si deve a lui “la scoperta dell’Iguanodonte”. Cosa c’entra l’Iguanodonte con Primo Levi? Eccoci. In calce al delizioso librino neozelandese ci vien detto che “Primo Levi ha imparato da sé l’inglese – traducendosi un libro. Nel 1924, quando aveva 15 anni, suo padre, Cesare, ‘un habitué accanito di tutte le botteghe di libri usati in via Cernaia’, a Torino, portò a casa un ‘volume sottile, elegantemente legato’”. Si trattava di Thoughts on Animalcules or, a glimpse of the Invisible World revealed by the microscope, del fatidico Gideon Algernon Mantell, stampato a Londra nel 1846. Il libro, ricco di illustrazioni “abbaglianti”, attrasse il ragazzino che si comprò un dizionario e così, parola per parole, prese a masticare l’inglese.

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Ma cosa c’entrano il geologo inglese, l’Iguanodonte e Primo Levi con la Nuova Zelanda? C’entrano perché il figlio di Gideon, Walter Baldock Durrant Mantell (1820-1895) “emigrò in Nuova Zelanda a bordo dell’Oriental, che salpò da Londra il 15 settembre 1839, arrivando a Port Nicholson il 31 gennaio 1840”. Alla morte del padre, Walter recepì i suoi documenti, compresi un dente di iguanodonte, una collezione di fossili, il Child Harold autografato da Byron. E una copia del Thoughs on Animalcules tanto amata da Levi.

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Così il cerchio del Levi neozelandese si chiude. La poesia di Levi, invece, si inaugura con le sue parole, anno di grazia 1984. “In tutte le civiltà, anche in quelle ancora senza scrittura, molti, illustri e oscuri, provano il bisogno di esprimersi in versi, e vi soggiacciono: secernono quindi materia poetica, indirizzata a se stessi, al loro prossimo o all’universo, robusta o esangue, eterna o effimera. La poesia è nata certamente prima della prosa. Chi non ha mai scritto versi? Uomo sono. Anch’io, ad intervalli irregolari, ‘ad ora incerta’, ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale”.

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Per gentile concessione si pubblica una scelta di poesie da: Primo Levi, “The Occasional Demon”, The Cuba Press, 2019

Nel principio

Fratelli umani a cui è lungo un anno,
Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi;
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d’anni prima d’ora,
Splendido, librato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest’una catastrofe rovescia
L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell’unico spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive.

13 agosto 1970

*

In the Beginning

Brother humans, for whom a year is a long time,
A century, a venerable achievement,
Wearing yourself out for your bread,
Irascible, deluded, sick and lost,
Listen to me, and be comforted and scorned.
Twenty billion years before we were,
Splendid, hovering in space and time,
There was a globe of flames, sole and eternal,
Our common father and our executioner,
And it exploded, and all mutation began.
Even now the faint echo of this one catastrophe
Reverberates to the outermost reaches.
From that one spasm everything was born:
The abyss that engulfs and challenges us,
Time that gives us birth and overwhelms us,
Everything that everyone has thought,
The eyes of every woman we have loved,
The thousands upon thousands of suns,
And even this hand that is writing now.

13 August 1970

**

Approdo

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro sé mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati;
E siede e beve all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

10 settembre 1964

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Sundown

That man is happy who has reached port,
Who leaves behind him seas and storms,
Whose dreams are dead or won’t be born,
And sits and drinks at an inn in Bremen
Near the fireplace, and feels at peace.
The man is happy like a spent flame.
The man is happy like estuary sand.
He has put down his load, wiped the sweat
From his forehead, and rests on the roadside.
Without fear or hope or expectation,
He stares at the sun as it goes down.

10 September 1964