Prima di andare su Marte, miglioriamo la vita sulla Terra. Reportage dal Rwanda, un paese che riemerge dal genocidio più violento della Storia

Posted on marzo 14, 2018, 1:39 pm
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Qui, in questo paese, ci sono pochissimi ricordi dell’epoca in cui queste colline verdissime, questi sentieri di terra rossiccia e questi laghi celesti erano le proprietà del colono, uomo bianco sapiente e onnipotente in cerca di profitti facili.

Qui, in questo paese, nessuno vuole ricordare i tre episodi che hanno segnato con sangue la sua storia: né il passato coloniale – il “colonialismo distruttivo” secondo la giusta definizione data dal Presidente, che ha portato il veleno della spoliazione, dello sfruttamento, del razzismo e della segregazione là dove c’erano gruppi etnici che vivevano in armonia; né gli anni dopo l’indipendenza in cui l’uomo bianco è stato sostituito da governi vergognosi, corrotti e legati agli interessi della metropoli – “amministrazioni post-coloniali” che hanno ucciso la dignità e prolungato le ferite del periodo precedente, aggiungendo, come se non bastasse, nuove esclusioni politiche, più odio, e una sorta di apartheid tra persone dello stesso colore, lingua e cultura.

E tutti, qui, fanno fatica a ricordare l’episodio più drammatico, il terzo atto della tragedia, quello della guerra civile e di quel genocidio talmente terrificante che è menzionato raramente e con timidezza. Il museo e il parco destinati a non dimenticare i morti e a ripetere “mai più” sono discreti, sobri. Nelle sale del museo, le spiegazioni, le foto e i documenti sono presentati in modo asettico, senza troppe parole e sopratutto senza aggressività, senza puntare il dito contro gli assassini. Non c’è bisogno di sprecare parole: bastano le interminabili liste dei nomi dei caduti, la fredda descrizione dei fatti, l’espressione dei sopravvissuti per capire in pochi minuti che qui un popolo intero è sprofondato nell’inferno più violento, là dove spunta il lato più animalesco della specie umana, quello che nessun animale conosce.

Rwanda

Non voltiamoci dall’altra parte. La fotografia di un sopravvissuto al genocidio del Rwanda, 1994 (photo James Nachtwey)

Nel giro di pochi minuti, anche chi come me è vaccinato e ha visto molte cose brutte, sente che lo stomaco si stringe e il cervello si annebbia, anche se all’entrata il cartello è molto chiaro: “quello che vedrete nelle sale seguenti può urtare la vostra sensibilità”. La bionda signora accanto a me, chiaramente una turista, porta un allegro vestito a fiori, troppo spensierato per questo museo, la macchina fotografica a tracolla e il cappello di paglia arancione, legge attentamente le spiegazioni, guarda incredula i video, fa un passo indietro. E si asciuga le lacrime.

Qui ho capito che il meccanismo che trasforma una società in una cieca macchina mortale è semplice: basta far crescere l’odio annaffiandolo con propaganda, a volte durante poche settimane come in questo caso se il seme dell’odio è stato piantato in precedenza. Dopo aver visto le sale del museo sono convinta che nella nostra avanzata civilizzazione, dopo due guerre mondiali e tanti altri conflitti, non può essere successo niente di più orribile di quello che è successo qui, impossibile.

Impossibile, mi dico, finché non vedo l’ultima sala, un po’ in disparte, dedicata ai bambini massacrati durante questa pazzia. È quasi sempre vuota. Pochi hanno il coraggio di entrare e tantomeno fermarsi.

Nella strada vicino al mio hotel, tutte le mattine, c’è una ragazza che spazza continuamente il marciapiede. Saluta e sorride sempre – come tutti qui, tra l’altro, molto educati e cortesi. Pulisce un marciapiede impeccabile, non c’è un pezzo di carta né una foglia per terra, come in tutta la città, incredibilmente pulita e ordinata. Forse pulisce ancora e ancora per cancellare il fiume di sangue che ha macchiato di rosso le strade durante quel periodo agghiacciante.

 

Il trionfo della speranza sulla disperazione, o la disperazione della speranza

Credo che solo la profondità di questo trauma collettivo possa spiegare quello che è successo dopo, il quarto episodio ancora in atto. Il nuovo governo ha letteralmente fatto tabula rasa, ha rifondato da zero la nazione, la società e l’economia. E ha soprattutto cambiato la mentalità della classe politica: basta con le ideologie, le dottrine, i preconcetti. Posto al pragmatismo, all’innovazione e all’interesse comune. In un certo senso è stato facile: gli adulti e gli anziani sopravvissuti sono relativamente pochi. La ricostruzione è stato soprattutto il compito di chi aveva all’incirca 20 anni quando le armi sono taciute. Erano orfani, rappresentanti di famiglie decimate e di interi villaggi ridotti in ceneri, e quindi non avevano legami forti con le istituzioni precedenti e non erano frenati da nessun rimpianto. Guardano avanti perché il passato è inguardabile. Non ci sono alternative. Bisogna sperare per forza.

Chiedo a un amico del posto a che gruppo etnico appartiene. A occhio e croce calcolo che doveva essere adolescente durante la guerra. Mi guarda con tristezza, in silenzio, e poi sussurra: “non posso dirtelo, è proibito”. La legge proibisce di parlare di identità etniche. L’uomo bianco aveva introdotto carte di identità che indicavano il gruppo etnico oltre alle generalità, anche se non ci sono differenze visibili tra i gruppi. E aveva decretato che un gruppo era più intelligente degli altri, quindi superiore e degno di privilegi.

E ci sono le donne, tante donne, instancabili come formiche, e sono dappertutto perché l’eccidio le ha stuprate in massa ma non ne ha uccise tante come gli uomini. Sono determinate e lavoratrici. Occupano molti posti chiave nell’amministrazione pubblica e nelle imprese. Sono la maggioranza al Parlamento. E non si perdono in sterili discussioni sul femminismo. È così e basta. È toccato a loro trovare la forza di far crescere i figli senza i padri, di lavorare nei campi da sole, di riconciliarsi col vicino che in molti casi ha ucciso il marito, il padre, il fratello, perché i due gruppi nemici della guerra vivevano e vivono ancora insieme, negli stessi quartieri delle città e negli stessi villaggi.

 

La rinascita inizia al livello microscopico

I libri, i documenti che spiegano che il PIL del paese sta crescendo a un ritmo del 6-7 % all’anno mostrano la fotografia panoramica del livello macro. Ma è a livello micro che bisogna cercare le spiegazioni più precise: riprendendo la struttura che esisteva prima della colonia, l’organizzazione sociale inizia con le comunità, cioè gruppi di minimo 50 e massimo 100 case.

Ogni comunità ha il suo mini governo eletto ogni 5 anni, il cui capo e consiglieri incaricati di salute, educazione, infrastruttura eccetera non ricevono nessuno stipendio ma solo delle agevolazioni quando devono usare i servizi pubblici. La comunità si riunisce ogni settimana in assemblea e discute, con i suoi governanti, i problemi da risolvere e come risolverli, e identifica i cittadini che hanno bisogno di aiuto. Un sabato al mese tutti gli adulti maggiorenni della comunità devono partecipare a lavori di pulizia. Chi non lo fa rischia di non avere più accesso ai servizi di salute o altri servizi pubblici. L’ordine pubblico fa ovviamente parte di questo microscopico regime: tutti si conoscono, ci si sorveglia mutuamente, e l’assemblea decide di far intervenire la polizia se c’è un disturbatore o un potenziale delinquente. Nota bene: le leggi sono molto severe, e il tasso di omicidi e furti è tra i più bassi del mondo.

Non c’è dubbio: siamo di fronte a un regime severo, quasi autoritario, con istituzioni democratiche ma con regole rigide e proibizioni assolute. La corruzione è un crimine grave, ma lo è ancora di più qualsiasi azione dei cittadini che spinga all’odio o alla discriminazione per motivi etnici, religiosi, politici, e di genere. Sembra che siano due le preoccupazioni del governo: da una parte eliminare tutto ciò che possa permettere all’opposizione estremista, cioè quelle forze politiche e militari che hanno provocato il genocidio, di ricomparire e di alterare il processo di pacificazione, e dall’altra accelerare lo sviluppo e ridurre le disuguaglianze in modo da evitare tensioni sociali.

La popolazione è divisa in 3 categorie secondo il reddito: i ricchi (che pagano una parte dei servizi di salute e educazione), la classe media (che paga, ma di meno), e i poveri (che non pagano niente). Lo Stato assicura un welfare invidiabile per un paese così povero: il 98% della popolazione ha accesso a ospedali o centri medici, e se si tratta di casi gravi, provvede al trasferimento in Sudafrica o in India. L’educazione elementare è gratuita, ogni bambino ha un computer da 100 $, e lo Stato offre borse di studio agli studenti meritevoli che vogliono frequentare università all’estero. Nelle zone rurali, il governo sta regalando una vacca ad ogni contadino, in modo da ridurre la malnutruzione infantile ma anche di raccogliere i rifiuti delle vacche in un centro comunale e trasformarle in biogas come fonte di energia per il villaggio.

Poi ci sono le piccole perle non solo di saggezza ma soprattutto di buon senso, come queste: in tutto il paese le bottiglie e le buste di plastica sono proibite (pena delle multe salate). Si usa solo la plastica riciclabile. Nei villaggi, l’acqua piovana che cade dai tetti delle case è raccolta e poi ridistribuita. L’acqua del rubinetto del mio hotel, invece, ancora non è potabile, ma tutte le camere sono gratuitamente fornite di bottiglie (di vetro) piene di acqua filtrata. L’esercito è un attore della pace e dello sviluppo, e non sta nelle caserme a pulire le armi: compie funzioni di protezione civile, costruisce strade e scuole, e fornisce molte truppe ai Caschi Blu dell’ONU. La fibra ottica copre ormai tutto il territorio, e scopro con piacere una connessione velocissima. La tecnologia è dappertutto: dai semafori digitali che indicano quanti secondi mancano per passare dal rosso al verde, fino alla burocrazia statale e al governo che si è autodichiarato “non cartaceo”.

I risultati degli ultimi 20 anni hanno superato i pronostici più ottimisti in tutti i settori. Certamente, l’aiuto esterno è stato, ed è ancora, la benzina del progresso: 9 miliardi di dollari dalla fine della guerra civile; ma sono pochi i paesi dove i risultati sono stati così rapidi e la trasformazione così profonda. In pochi paesi gli esperti internazionali, quelli che arrivano con la loro sapienza più o meno arrogante, e con manuali di istruzione più o meno adatti alla realtà, devono rispondere a domande ed esigenze così precise come quelle di questo Presidente e dei suoi ministri. Sono ambiziosi e disciplinati, vogliono raggiungere e superare anche i vicini più avanzati, e hanno ragione: non solo il passato è inguardabile. Sono obbligati a costruire un futuro sicuro per tutta la popolazione. Il rischio di ricadere nell’inferno è ancora alto.

 

Il mostro non è morto

b_genocidio_ruanda_04Le ferite della guerra civile sono state curate. Certamente, le cicatrici rimangono, forse le ceneri non sono completamente spente, e rimane la paura, mai esplicita ma sempre sospesa nell’aria come un velo. Il mostro, cioè il gruppo armato colpevole del genocidio è ancora attivo, nella zona orientale del paese, dall’altra parte della frontiera. L’ultimo scontro con l’esercito è successo nel 2016, quando alcuni ribelli hanno attraversato il confine per attaccare una caserma di polizia. Svilupparsi in fretta e bene, continuare a trasformare il paese – trasformare gli individui uno per uno e la società tutta insieme – senza commettere errori, per fare in modo che il mostro non riconosca più niente e nessuno e non possa più tornare. Mai più.

 

Homo sapiens?

Scusate, dimenticavo di dire che sto parlando del Rwanda: durante il genocidio del 1994 sono morte un milione di persone in meno di 3 mesi. Bisogna leggere bene: un milione di persone in meno di 3 mesi. In proporzione alla popolazione del paese (circa 10 milioni di abitanti a quell’epoca), e in un periodo così corto, sono molte, molte di più delle vittime del genocidio nazista e di quelle di altri genocidi tristemente recenti (Cambogia e Bosnia).

Estrarre conclusioni da un avvenimento così complesso nelle sue cause e conseguenze è sempre rischioso perché semplificando il quadro si rischia di ottenere una caricatura. Ma la tragedia del Rwanda lascia almeno due lezioni al nostro globalizzatissimo, avanzatissimo ventunesimo secolo. La prima è che l’uomo e la società umana possono essere facilmente usati e trasformati in gregge da forze politiche, razziste o nazionaliste mediante meccanismi che non sono cambiati molto da vari secoli, forse millenni. Il fuoco della violenza umana si accende facilmente e velocemente; spegnerlo, e spegnerlo definitivamente, è lungo e difficile. La seconda lezione è che nessun processo di pacificazione e riconciliazione è sostenibile se non ha radici nel benessere e nello sviluppo, in condizioni in cui uguaglianza e parità di diritti per tutti siano l’etica irrevocabile, visibile e condivisa.

L’homo sapiens è arrivato sulla Luna e tra poco arriverà su Marte. Farebbe bene a migliorare il proprio comportamento sul suo pianeta, prima di tutto.

Manuela Tortora

 

Manuela Tortora ha ricoperto incarichi di alto livello, dal 1980 al 1999, presso l’Executive Board della World Bank di Washington D.C., ha avuto il ruolo di negoziatrice e diplomatica al Ministero degli affari esteri in Venezuela, è stata responsabile per le relazioni economiche in diversi luoghi dell’America Latina. Visiting professor presso diverse università del Latinoamerica, è stata “senior staff member” dal 1999 al 2014 presso il Segretariato delle Nazioni Unite. Un profilo specifico è consultabile qui.