Il prete è balbuziente e i fedeli lo vogliono detronizzare. Ma è proprio quello il segno! Da Mosè a San Paolo (uno scrittore geniale), Dio si fa rappresentare dagli irrappresentabili

Posted on Giugno 24, 2019, 12:17 pm
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Secondo me Paolo di Tarso è il più grande scrittore d’Occidente. La sua verve è vibrante, la violenza verbale, la qualità dell’agnizione, è pazzesca, imitata da uno stuolo di geni, da Pascal a Dostoevskij, da Kafka a Kundera. Il breve cerchio di frasi della liturgia domenicale, tratto dalla lettera ai Galati, è impressionante. “Mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”. La Legge immobilizza, la crocefissione libera. Paolo è il genio del paradosso.

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Per caso, passo per San Giuliano, il borgo di Rimini. La chiesa intitolata al santo è una delle più belle: era una abbazia, nel primo Medioevo, sorta sui frammenti tramortiti di un tempio – il luogo è il sacro, su cui l’uomo, che passa, incardina i propri dèi. Ricostruita nel Cinquecento, la chiesa ha in dote un’opera di Paolo Veronese, il Martirio di San Giuliano. La nudità di Giuliano, accerchiato da lame e corazze, splende, ha qualcosa di barbarico.

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Entro nella chiesa, perché voglio l’odore boschivo del silenzio. C’è Messa. Mi siedo per sorbire almeno la liturgia della parola. Il prete si avvia alla lettura. Quello che legge è lingua incomprensibile, quello che dice è una poltiglia di parole. Il prete si muove un po’ nervosamente, parla con rapidità, mangia le parole. I volti dei fedeli, pochi, che appartengono alla comunità di questa chiesa, sono più arrabbiati che imbarazzati. Dapprima, per zodiaco narcisista, sono pronto a decrittare l’accaduto come un segno: il Padre mi respinge, sono venuto ad ascoltare la parola e non la capisco, non ne sono degno. Al principio, per camera oscura del magico, credo di avere io dei problemi, che abbia l’udito sfasato. Solo dopo mi accorgo della balbuzie – o ciò che è – del prete.

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Più tardi mi informo. Pare che il prete abbia avuto un incidente che gli ha compromesso la voce. I fedeli, quando è lui che dice Messa, si dicono infastiditi, vorrebbero capire qualcosa. Io mi chiedo cosa c’è da capire, se bisogna avere fede: Dio non si vende porta-a-porta, non deve convincere qualcuno della sua esistenza. In sintesi: i fedeli vorrebbero allontanare il prete, che gli venga interdetto di dir Messa, non ne è in grado.

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La liturgia della scorsa domenica è centrata su un brano tremendo di Giovanni: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.  Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. L’esito della vite-vita è il vino-sangue, il frutto, se cresce come deve, in bontà, è un sacrificio. La parola del Nazareno fa pulizia, purifica, lava, è una lama bianca. Dando la libertà, il Figlio la estirpa: senza di me non potete fare nulla. Bisogna, piuttosto, domandarsi qualcosa riguardo al frutto.

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Chi legge la Bibbia sa che il sacerdote incapace di far udire la Parola è un segno di per sé. Mosè era “impacciato di bocca e di lingua” (Es 4, 10); Isaia non sapeva parlare (“Io sono perduto/ perché sono un uomo dalle labbra impure”, Is 6, 5). Dio sceglie chi non sa dirlo, chi non è in grandi di rappresentarlo, chi non può esserne il paladino ma il pallido. Forse il carisma è proprio quello: sostare nel balbettio, destare la propria ignoranza, ascoltare oltre l’ascoltabile, senza dare un perimetro alla pietà. Chi è davvero fedele, dovrebbe scegliere quel prete, che è il colmo della Parola, una pasqua all’udire. (d.b.)

*In copertina: Caravaggio, “Conversione di San Paolo”, 1601