Siccome i maggiori premi letterari, Strega e Campiello, finiscono da sempre nei trofei delle maggiori case editrici, il quotidiano “la Repubblica” si è mosso a interesse verso le piccole sigle e di conseguenza i piccoli autori, giustamente sollevando l’obiezione che l’equazione secondo cui “grande è uguale a migliore” non è matematica né dev’esserlo. Ben detto. Ma non ben fatto, perché (bandendo il premio sul “romanzo popolare del 2019”, nel chiaro intento di promuovere una logica mass-cult) il giornale nato comunista e diventato capitalista ha creato sedici teste di serie, ammesse alle fasi finali, e selezionato 192 titoli di autori “più noti” distinguendoli dagli altri 640 partiti dal basso perché “meno noti”: stabilendo un criterio del tutto soggettivo, il quotidiano degli Agnelli ha così reiterato lo stesso modello che voleva superare e scelto tra le teste di serie gli editori principali operando anzichenò una discriminazione indebita e ingiustificata tra nomi noti e ignoti che tradisce lo stesso spirito del premio.

Scrittori con esperienza ultradecennale come Raul Montanari e Claudia Durastanti sono stati infatti confinati tra gli sconosciuti mentre un’autrice arrivata ieri come Stefania Auci, collaboratrice non a caso di “Repubblica”, si è ritrovata addirittura tra le teste di serie. Dove figurano inopinatamente anche Roberto Calasso con Il libro di tutti i libri, che però è un saggio anche per l’Adelphi, e Claudio Magris, autore di Tempo curvo a Krems che è una raccolta di racconti e non un romanzo, men che meno “popolare”. Particolarità? Ma no, diciamo superficialità: la stessa che ha portato a scartare per qualche ragione romanzi pur usciti nel 2019, a sconfessione dunque del precetto originario di fare partecipare tutti i titoli.

Senza rossore alcuno il patron Giorgio dell’Arti così ha risposto a uno scrittore del quale è stato ammesso uno solo dei due romanzi pubblicati l’anno scorso: “Abbiamo tentato di far la lista di tutti i titoli e il suo, purtroppo, non l’abbiamo individuato: colpa dell’editore? colpa nostra? Non so rispondere”. Come dire: trattandosi di una piccola casa editrice, non ci siamo messi a perdere tempo, quando era proprio sui piccoli editori che era stato promesso di impiegare il maggior tempo possibile. Ma perché poi rivolgersi agli editori per avere segnalati i titoli del 2019 quando sarebbe bastato scorrere qualsiasi storebook, da Ibs ad Amazon, per avere certezza di iscrivere realmente tutti i titoli usciti? Nondimeno è successo che del concorrente di una piccola casa editrice, Gesuino Némus, anche lui considerato uno sconosciuto, non solo sono stati trovati due titoli (come pure è capitato per Di Giovanni, Vitali, Moresco ed altri) ma entrambi, benché iscritti nello stesso turno di qualificazione, sono stati promossi alla fase successiva, con grande giubilo pubblico di Dell’Arti. Particolarità? Ma no, diciamo che è il regolamento a volere così. Già, il regolamento. Che non manca davvero di singolarità.

Prendiamo proprio Némus: si è qualificato avendo con un romanzo vinto tutt’e cinque le sfide e con un altro quattro perché la quinta l’ha persa… contro se stesso. Incredibile ma vero. Sennonché con quattro punti molti altri titoli sono stati esclusi, perché il “regolamento” ha voluto che il cosiddetto “quattropuntista” potesse andare avanti solo se il suo punteggio, determinato da quello dell’avversario che l’ha battuto, fosse il più alto, con la clausola che a parità di punti prevalesse il romanzo… più breve.

Dunque la filosofia del premio è stata di avvantaggiare chi avesse scritto romanzi brevi (per modo che un romanzone come Infinite Jest avrebbe inesorabilmente perso) e di sfavorire titoli che, pur vincendo quattro partite su cinque, venissero esclusi dal romanzo meno quotato e perciò meno piaciuto, cosa che vuol dire elevare gli ultimi a primi e dare potere a chi non ce l’ha. Per cui si è avuto che chi ha vinto quattro gare è stato escluso perché battuto da chi quattro gare le ha invece perse. Quando ciò è accaduto nella quinta gara, è ovviamente sorto il sospetto che il “quattropuntista” sia stato destinato già prima all’esclusione: altrimenti occorrerebbe comprendere come sia stato possibile che il titolo vincitore di una sola gara sulle precedenti tre sia riuscito a prevalere su quello arrivato imbattuto all’ultima. Può capitare, certo: soprattutto quando vengono fissati criteri scriteriati (nemmeno previsti dal regolamento) come quello di escludere quanti siano deceduti non solo nel 2020 ma pure nel 2019, come è successo al vincitore designato Andrea Camilleri. Forse il “romanzo popolare 2019” avrebbe allora dovuto essere meglio intitolato ai non sfigati, nella gara a chi riesce a sopravvivere, come però non è successo a Franca Valeri.

Ma in fatto di criteri alla “famolo strano” non sono da meno due altri premi “aperti a tutti i narratori”: quello bandito dalla Gems e il Dea Planeta dell’omonima editrice. Nel primo giudici sono gli stessi concorrenti, sicché ciascuno (peraltro valutando solo poche centinaia di righe incipitarie) aguzza l’ingegno e assegna punti alti ai romanzi inediti che capisce che non andranno lontano. Il secondo (noto per aver impalmato l’anno scorso la moglie di Gramellini) è assegnato da una ristretta giuria di esperti sulla base di una lista predisposta dalla stessa casa editrice, sicché il vincitore è per metà stato indicato dal soggetto che dovrebbe bandire e non anche benedire.

Gianni Bonina

*In copertina: Jean Auguste Dominique Ingres, “Apoteosi di Omero”, 1827