“Prazzesco”! Raffaele Manica racconta Mario Praz, l’umanista innominabile, guardato di sbieco dall’accademia

Posted on settembre 13, 2018, 8:35 am
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Come classificare Mario Praz? Come critico letterario? Specialista di cultura inglese? Storico delle idee? Filosofo dell’arredamento? Collezionista di oggetti Impero? Scrittore tout court? A trentasei anni dalla sua scomparsa resta la difficoltà di definirlo (non sarà che derivi soprattutto da qui l’infausta fama che il mondo accademico diffuse malevolmente su di lui, al punto che divenne per tutti l’Innominabile?). Ma da dove nasce, precisamente, questa difficoltà? Proviamo a leggere direttamente Praz, in una delle sue pagine più belle e struggenti, tratte da quel capolavoro che è La casa della vita, un’autobiografia della mente raccontata attraverso un appartamento, i suoi mobili, il suo arredamento e i suoi oggetti di antiquariato. «La vita non è un quadro, una composizione letteraria – scrive – Non è un puzzle che una volta trovatone l’agganciamento, cade preciso in un disegno prestabilito; è piuttosto come un’acqua all’incrocio di correnti, che ha sì una direzione, ma tumultuosa, un ritmo percettibile solo a grandi linee, mentre quel che appare alla superficie è un frantumarsi, un ramificarsi in innumerevoli episodi».

Mario PrazEcco, in questo sentimento doloroso dell’inafferrabilità della vita, e nel desiderio costante di inseguirla e scandagliarla comunque «all’incrocio delle correnti», nel suo «frantumarsi» e «ramificarsi in innumerevoli episodi», con lo strumento della scrittura, sta, mi pare, tutta la complessità di Praz: nel tentativo infatti di far presa sulla vita con la scrittura, il metodo del grande critico cerca di porsi anch’esso «all’incrocio» delle discipline, dei saperi, delle idee, degli oggetti, mutando sguardo, all’occorrenza, deviando strada, seguendo i nessi più impensabili.

Per questo, uno dei meriti più evidenti del prezioso volumetto di Raffaele Manica, intitolato semplicemente Praz (Italosvevo edizioni, pagg. 85, euro 12,50), è quello di aver sottolineato quanto la prosa del grande anglista sia «un modo conoscitivo in sé», al punto da definire il critico romano «uno stile, oltre che un conoscitore nel campo vario che oscilla dagli oggetti alla storia delle idee». E qui lo «stile» va inteso nel senso in cui lo intendeva Proust, quando scrive che «lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è un problema di tecnica, bensì di visione». È da questa precisa angolazione, infatti, che possiamo tentare di classificare Praz, secondo le indicazioni di Edmund Wilson, «soprattutto come artista», e seguirlo nella tessitura del suo «consueto fitto reticolo», come scrive Manica, permettendoci di riconoscere sempre la sua mano. Che è come dire, la sua «visione».

Il libro di Manica non è una monografia, ma propone quattro studi di argomenti distinti (e una introduzione), con lo stesso metodo «sgusciante» di Praz, con abilità mimetica, vorrei dire: tra i nostri italianisti più dotati, Manica inquadra il suo autore per contrapposizioni, con notevole intelligenza critica, e si veda a proposito il saggio centrale su «Croce e il diavolo», di esemplare limpidezza, dove viene messo in scena il conflitto – edipico – tra il giovane Praz e il vecchio Croce, analizzando la ricezione di quest’ultimo, piena di riserve, de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, all’uscita del saggio, nel 1930 (celebre la durissima sentenza del filosofo: «gli metterei in mano la ramazza e gli farei scopare il quartiere, questo lo guarirebbe»). Oppure lo coglie piuttosto ai margini (nei capitoli «L’elzeviro verso il saggio», «In viaggio», «Roma», quest’ultimo con deliziose pagine dedicate al rapporto di Praz con la Città Eterna, il suo culto per la Roma manierista e barocca, ma anche la sua lettura, attraversandola in bicicletta, del «traffico» e del «sorpasso» come metafore di decadimento). Capitoli con cui Manica fa il punto sul carattere empirico, antiteorico, della ricerca di Praz, nonché sui suoi modelli (Charles Lamb e Vernon Lee, soprattutto) e su una scrittura che cerca l’illuminazione nel dio del dettaglio e nel demone dell’analogia, con un carattere bizzarro e imprevedibile che portò lo stesso Wilson a coniare l’aggettivo, poi divenuto celebre, di «prazzesco», ovvero una mescolanza di grottesco e di incongruo, con il quale sono stati compilati saggi memorabili come Bellezza e bizzarria, Il giardino dei sensi, La crisi dell’eroe, Lettrice notturna, Perseo e la Medusa, Il patto col serpente, Memnosine, e così via. Quanto più appare «decentrato» l’approccio di Manica, tanto più risulta focalizzato, così, il profilo di questo grande critico dall’erudizione sconfinata, che ha tracciato il suo solco in direzione ostinata e contraria al crocianesimo imperante; un profilo ricco e imprevedibile come la leggendaria casa in via Giulia, gremita di bronzi e cornici, mobili, quadri, ninnoli, objets d’art rari e curiosi, porcellane preziose: forse il più grande dei nostri saggisti, che «sarebbe stato un ottimo umanista nel Rinascimento», come ha scritto Giovanni Macchia e che invece, come ha malinconicamente aggiunto Alberto Arbasino in un bel medaglione dedicatogli in Ritratti italiani, è diventato «uno straniero in patria», incompreso e mal tollerato dall’ingessatissimo mondo universitario, al quale apparivano troppo sconvenienti le sue magistrali e pionieristiche ricerche sul Decadentismo e troppo astruso il suo gusto antiquario. Quello stesso mondo accademico che ha scritto una delle sue pagine più vergognose con la presunta fama iettatoria fatta circolare attorno al nome dell’«illustre anglista». Anche per questo, quel semplice titolo del volumetto di Manica – Praz – ci appare oggi come uno sberleffo, una sfida alla stupidità e come un sacrosanto atto riparatorio.

Fabrizio Coscia