Pound parlava con i gatti, Hemingway scriveva dall’Hotel Riviera, Yeats sognò la sua Bisanzio: tour a Rapallo, l’Eden degli scrittori

Posted on Giugno 07, 2019, 8:31 am
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Rapallo, ossia l’Eden sognato dagli scrittori. Verrebbe da dire così, osservando quanti Premi Nobel (assegnati o ingiustamente mancati) siano stati calamitati dal Golfo del Tigullio ai primi del Novecento. Tra questi, il primo posto spetta a Ezra Pound, che qui soggiornò in pianta stabile, dopo le delusioni di Londra e Parigi, dal 1924 fino al 1945 e che qui tornò spesso dopo il 1958, l’anno in fui liberato dalla lunga prigionia del manicomio criminale di Washington.

Massimo Bacigalupo, massimo studioso poundiano e insostituibile genius loci, ricorda che per il poeta americano il Tigullio fu una sorgente continua di ispirazione, così come i personaggi che lo animavano. Il poeta acceso dal demone della curiositas non poteva restare indifferente alle tradizioni secolari della città: «I marinai che scaricavano con grazia e agilità la sabbia dai leudi [tipo di imbarcazione a vela latina, ndr] ricordavano a Pound gli uomini d’Ulisse, “col cappello frigio”. I botti di mortaretti, le feste di luglio mai sufficientemente deprecate, non lo offendevano ma gli ricordavano le feste pagane. Un grande tema ricorrente nei Cantos è quel gesto che si ripete ogni anno il 3 luglio, la posa nell’acqua del golfo di lumini galleggianti che la tramontana sospinge al largo. Offerte a Nettuno, alla Madonna, alla dea della fertilità per cui Adone sparse il suo sangue. I lumini sono rossi. Presso gli altari, di Giovedì santo, è disposta un’erba bianca appositamente cresciuta al buio che ripete dopo millenni – suggeriscono i Cantos, nostra guida Michelin – la pratica dei “giardini di Adone”» (Introduzione a Ezra Pound – un poeta a Rapallo, a cura di Massimo Bacigalupo, San Marco dei Giustiniani, Genova 1985, p. 5).

Pound, nuovo Ulisse, poteva trasformare queste immagini di mare in vivida poesia, come accadde per esempio quando scrisse il Canto 47, redatto proprio a Rapallo nel 1937: «Le lampare vanno alla deriva nella baia / Dove il mare le artiglia. / con la bassa marea beve Nettuno / Tamuz! Tamuz!!! / la fiamma rossa muove verso il mare. / Da questa porta tu sei misurato. / Dalle lunghe hanno calato luci sul mare, / E la corrente le attira. / Ringhiano i cani di Scilla ai piedi dello scoglio, / Candidi denti rodono la roccia, / Ma nella pallida notte le lampade vanno alla deriva / TU DIONA / KAI MOIRAI ADONIN / L’onda è striata rossa da Adone, / Guizzano rossi i lucignoli nelle coppette. / Intorno all’altare spunta il grano / fioritura di seme veloce».

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L’attività di Pound a Rapallo fu febbrile: innumerevoli articoli, il libro Jefferson e/o Mussolini, Guide to Kulchur, Carta da visita, Oro e lavoro, Confucio: studio integrale… e naturalmente la stesura dei suoi Cantos, in cui fece confluire tutto il lunghissimo apprendistato poetico precedente (le poesie romantiche della giovinezza, gli idilli delle traduzioni di Catai, le nervature incendiarie della Sestina Altaforte, che è meraviglioso ascoltare nella lettura d’Autore a colpo di clic su Youtube). Per chi non avesse confidenza con il poema poundiano, ecco l’efficace sintesi di Bacigalupo: «Pound lavorò tutta la vita a un progetto di grande poema, The Cantos, che fosse insieme la storia del mondo e di sé stesso, una nuova Odissea in quanto racconto del ritorno di un esule alla patria-terra promessa, e una nuova Divina Commedia in quanto faticosa salita dagli Inferi a un Paradiso erotico e visionario. Solo che ciò che nei modelli classici avveniva linearmente, attraverso una narrazione, in Pound, poeta di immagini e intuizioni fulminee, avviene circolarmente…» (Ezra Pound, Canti postumi, Mondadori, Milano 2002, p. VII).

La «fucina» di Pound era in via Marsala 12/5 (oggi per il turista è il 20/5). Del suo interno ha lasciato una vivacissima descrizione James Laughlin, giovane aspirante poeta che su incitamento di Pound mise in secondo piano la vocazione artistica per fondare le edizioni New Directions, gloriosa Casa dei modernisti angloamericani: «Dietro alla grande terrazza c’erano quattro o cinque piccole stanze, arredate con la semplicità cara a Pound: lui stesso aveva costruito la maggior parte dei tavoli e delle sedie con dei pezzi di legno trovati nelle botteghe locali. C’erano le belle sculture di Gaudier, piccole ma molto pure, e, fra le pitture, un notevole Max Ernst, ammirevole astrazione di due conchiglie bianche. Dei disegni di Wyndham Lewis si trovavano nel piccolo salotto di Dorothy Pound, oltre ad alcuni schizzi di lei, eseguiti con molto talento. Scaffalature fabbricate da Pound erano disposte in basso lungo i muri: c’erano dei libri, meno numerosi di quanto non ci si sarebbe attesi. Pound li selezionava sempre con cura e s’era sbarazzato di quelli che non erano degni del “canone” (l’espressione è mia). Ricordo l’ordine che regnava nel suo studio, un piccolo ufficio fra la sala d’ingresso e quella di Dorothy, che altrimenti sarebbe stato un caos. La corrispondenza in corso, che abbracciava tutto il globo, era attaccata con puntine e in cartelle a fibbie, disposte lungo il muro dietro la sua poltrona. Le matite e le forbici erano appese a spaghi che scendevano dal soffitto, perché non si perdessero fra le carte sparse sul tavolo. (A quel tempo le spese postali dovevano rappresentare la voce principale fra le sue uscite). Gran parte di questa corrispondenza era di natura pedagogica: era solito rispondere a ogni giovane scrittore e a ogni editore, fornendo agli uni le liste di lettura e critica e suggerendo agli altri linee d’azione atte a diffondere i suoi principi critici ed economici. […] L’insegnamento (gratuito) di Pound era condotto presso l’Ezruniversità senza cerimonie e sempre conversando. Cominciava a pranzo (Pound lavorava ogni mattino) e continuava spesso dopo la siesta, nel corso delle lunghe passeggiate che i Pound facevano sui dirupi in cima alle montagne dietro Rapallo, attraverso piccoli orti a terrazzamenti e uliveti. Il greco o il provenzale suonavano bene all’orecchio fra i grigi della pietra, il verde degli ulivi e il bagliore di quel mare antico, tanto blu là in fondo alla baia…» (Ezra Pound – un poeta a Rapallo, cit., p. 74).

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Ernest Hemingway a Rapallo, negli anni Cinquanta

Rapallo era celebre per gli alberghi sul lungomare. Ed è un peccato che alcuni di questi testimoni di un’età dorata siano chiusi da anni. Sono gli stessi che videro, nei giardini prospicienti, le camminate di Hemingway e di Yeats (questi sì, Nobel riconosciuti). L’autore di Addio alle armi si fermò all’Hotel Riviera nel 1923 scrivendo il racconto Cat in the rain. Ecco l’incipit del racconto: «Cerano solo due americani alloggiati in quell’albergo. Non conoscevano nessuna delle persone che incontravano per le scale quando andavano e venivano dalla loro stanza. La loro stanza era al primo piano e dava sul mare. Dava anche sul giardino pubblico e sul monumento ai caduti. Nel giardino pubblico c’erano grandi palme e panchine verdi. Col tempo bello c’era sempre un pittore col suo cavalletto. Ai pittori piaceva come crescevano le palme, e i vivaci colori degli alberghi affacciati sul giardino pubblico e sul mare. Gli italiani venivano da lontano a vedere il monumento ai caduti, che era di bronzo e luccicava sotto la pioggia. Pioveva. La pioggia gocciolava dai palmizi. L’acqua stagnava nelle pozzanghere sulla ghiaia dei sentieri. Il mare si rompeva in una lunga riga sotto la pioggia e scivolava sul piano inclinato della spiaggia per tornare su a rompersi di nuovo in una lunga riga sotto la pioggia».

Per la cronaca, il monumento ai caduti era opera (1921) di Giacinto Pasciuti (suoi alcuni splendidi marmi al cimitero di Staglieno), e venne fuso durante la guerra a causa della penuria di materiale bellico. Durante la permanenza di Hemingway, fu presente anche il pittore Henry Strater che non si lasciò sfuggire l’occasione di ritrarre il giovane scrittore con la moglie Hadley, che, come apprendiamo in Festa mobile, aveva appena smarrito i manoscritti del marito: «I ritratti di Hem e quello di Hadley, una bellissima rossa, furono dipinti nella loro stanza in un albergo di Rapallo. Tutti i primi manoscritti di Hem erano appena stati perduti, ed egli stava componendo e rivedendo i racconti condensati in poche righe poi pubblicati col titolo In our time, che posero le fondamenta del suo stile. Per esercizio, facevamo del pugilato al pian terreno, e come pubblico c’era solo un tassista italiano che a volte era tanto interdetto dalla nostra idea di divertimento che dimenticava di indicare la fine delle riprese» (Massimo Bacigalupo, AngloliguriaDa Byron a Hemingway, Il Canneto, Genova 2017, p. 154).

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Non lontano dagli Hotel, in Corso Colombo 36, soggiornò William Butler Yeats, chiamato a Rapallo proprio da Pound. Così lo ricorda la targa accanto al portone d’ingresso di Palazzo Cardile: «Qui visse e operò nel 1928-1930 / William Butler Yeats (1865-1939) / poeta irlandese, premio Nobel 1923 / Montagne che riparano la baia da ogni / vento fuor che quello del sud, case / riflesse in un mare quasi immobile… / un’altana a veranda che ricorda un / dipinto cinese, la linea sottile di / Rapallo, di madreperla spezzata, lungo / il bordo dell’acqua… dove troverei un / posto migliore… per trascorrervi gli / inverni che ancora mi restano?».

La targa prende spunto da un ricordo di Yeats del 1928 che continuava così: «Sulla lunga banchina lungo il mare passano contadini e operai italiani, gente che esce dalle piccole botteghe, un celebre drammaturgo tedesco, il fratello del barbiere che sembra un professore di Oxford, un capitano inglese in pensione, un principe italiano discendente di Carlo Magno e non più ricco di tutti noi, alcuni turisti in cerca di tranquillità. Non essendoci né un grande porto colmo di panfili, né una grande spiaggia dorata, né grandi sale da ballo, né un grande casinò, i ricchi portano altrove le loro dure vite» (Ieri a Rapallo, cit., p. 15).

Ed è ancora Yeats a informarci della passione di Pound per i gatti rapallesi: «Qualche volta verso le dieci lo accompagno su una strada che ha da una parte gli alberghi, dall’altra delle palme e il mare, e qui, avendo tratto di tasca ossa e pezzi di pane, incomincia a chiamare i gatti. Conosce la storia di ognuno di essi: quello pezzato sembrava uno scheletro finché non ha cominciato a cibarlo; quello grasso e grigio è il favorito d’un proprietario d’albergo, non mendica mai ai tavoli degli ospiti ed estromette dal giardino i gatti che non appartengono all’albergo; questo gatto nero e quello grigio laggiù hanno combattuto sul tetto d’un palazzo di quattro piani qualche settimana fa, sono precipitati in una girandola di unghie e pelo e ora si evitano» (Ieri a Rapallo, cit., p. 81).

Ancora due curiosità su Yeats: dopo essere stato malato e avere redatto il proprio testamento, nell’inverno del 1930 si spostò nell’incantevole posizione di Portofino Vetta, dove iniziò a sognare la sua «Bisanzio». Il suo appartamento fu quindi affittato dai genitori di Pound, Homer e Isabel.

Alessandro Rivali

*Il reportage di Alessandro Rivali, di cui si riproduce un brandello, sarà pubblicato per esteso nel numero prossimo di “Studi Cattolici”, il 700

**In copertina: Ezra Pound a Rapallo, dopo essere tornato in Italia dalla prigionia al St. Elizabeths di Washington