“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore

Posted on Gennaio 12, 2019, 7:45 am
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Il titolo del libro ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Come faccio sempre, chiedo una lista di “autori di riferimento”, cioè di denunciare l’identità letteraria. Mi fa la lista. Da Bohumil Hrabal a Beppe Fenoglio, da Oriana Fallaci a Josè Saramago e Ennio Flaiano. Seguono svariati libri di storia, in inglese. Alcuni sono in arabo. “Poi ci sono centinaia di altri libri, soprattutto fra i classici, che non ho più con me perché ogni volta che faccio un trasloco, accade più o meno ogni due anni da quando me ne sono andato di casa ai diciotto, regalo tutto a una biblioteca della città che abbandono per una strana pulsione a disfarmi di pesi ed ingombri”. Lo capisco qui. La necessità di traslocare, di lasciare, di azzerare tutto. Un falò di sé per rendere i fatti inderogabili. La letteratura intesa come vita – sorriso, occhi e sangue – e non come alambicco accademico, sfogo durante fumose discussioni. Gabriele Del Grande ha cominciato contando i morti nel Mediterraneo, nel 2006, con il progetto “Fortress Europe” – il progetto è fermo al 2016, con didascalia ferina, la promessa di censire “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città”. Poi ha fatto un film, Io sto con la sposa. Poi ha scritto un libro dal titolo che ha il sapore di un fiore esotico, Dawla (Mondadori, 2018), ma è un veleno, è un saggio a ritmo romanzesco, che con ferocia narrativa racconta “La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori”. Quando, aprile 2017, Del Grande viene arrestato in Turchia, “per quattordici giorni, undici dei quali in totale isolamento”, sta lavorando a Dawla, il primo organico tentativo di raccontare lo Stato islamico (“Dawla” è “Stato” per gli affiliati alla guerra santa, l’estrema) attraverso la testimonianza di tre disertori. “Col senno di poi posso dire che quelle due settimane dietro le sbarre hanno aiutato la mia ricerca”, scrive Del Grande nell’introduzione, e conclude, “Per incontrare i carnefici, ci si sporca le mani. Ma l’unico modo che ha uno scrittore per raccontare una storia, a meno di non volersela inventare, è quello di ascoltarla a sua volta dalla viva voce dei suoi protagonisti”. dawlaIl libro è impressionante, vi porta nell’harem delle “vedove dei martiri”, donne bramate, protette da Dawla, date in moglie, dopo la vedovanza, ad altri guerrieri, in una filiera del fanatismo, servi al loro erotismo ideologico, pur di guadagnare un posto di primo piano in questo ma soprattutto nei mondi a venire. E poi vi porta a fare una gita al Punto 71, “il nome in codice di una delle prigioni segrete del Dawla in Siria, a Shuhayal”, dove imperversava – prima di essere ucciso durante un bombardamento nel settembre del 2017 – Christian, “un tedesco convertito… l’unico agente del Punto 71 a girare senza la maschera sulla faccia… uomo alto e magro, sulla trentina… volto spigoloso e labbra sottili… ogni volta che c’era da sgozzare qualcuno, soprattutto se era europeo, Christian insisteva per essere lui a tagliargli la gola in piazza”. Ho inseguito a lungo Del Grande. Per raccontare lo Stato islamico ha prediletto la narrazione potente, l’audacia dell’affresco, più che la genia del saggio. Ha scritto l’immane – il libro supera le 600 pagine – Guerra e pace dello Stato islamico, l’epopea infernale di quel cuore martoriato e folle della Storia, tra Siria, Iraq, Turchia, che ha morso – e morde – la placida, ipocrita Europa. Non si sradica l’idea con le bombe. Quando ho letto il libro mi si è chiarificata una cosa, lampeggiante. Non serve fare una intervista canonica a Del Grande. Il libro mette in discussione tutto il nostro vocabolario. Parole come bene e male, tradimento e pietà, guerra e prigionia – che per i militanti è una prova religiosa utile a santificare la loro missione, cauterizzando ogni tentennamento – paura e potere, hanno un significato diverso in quel contesto, spesso opposto. Per questo, ho chiesto a Del Grande di riscrivere il vocabolario, di dettare l’abbecedario di quel luogo di inferno e di gloria. (Davide Brullo)

Parto dalla parola ‘viaggio’ a cui lego ‘avventura’ e ‘avventatezza’.

Viaggio è affermazione di sé. Lo è per chi attraversa il Mediterraneo rischiando la vita sulle rotte del contrabbando, che sia per inseguire la chimera del proprio riscatto sociale o per mettersi in salvo da una guerra. Viaggio è affermazione di sé per chi attraversa la frontiera di un paese in guerra, come la Siria, per unirsi alle brigate internazionali sull’una e sull’altra parte del fronte e finalmente impugnare le armi in nome della propria utopia, sia essa il jihad o il suo opposto, la rivoluzione confederale dei curdi siriani del Rojava. Viaggio è affermazione di sé per chi, come me, da un decennio attraversa il mondo inseguendo le storie che fanno la storia e col senno di poi si rende conto di aver scritto la propria, di storia. Viaggio non ha nulla a che fare con il turismo. Viaggio è un’iniziazione, un’avventura di formazione, necessariamente avventata perché abbandona gli ormeggi delle certezze e insegue il cambiamento del proprio destino. In questo senso viaggio è modernità nella misura in cui contempla l’idea che il destino dell’individuo non sia scritto. Che l’individuo possa ambire a divenire altro da sé e addirittura che in quell’altro e in quell’altrove possa risiedere la propria felicità, a prescindere dal fatto che essa esista davvero e che non si tratti invece di una chimera.

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Aleppo, 2012. Il corpo senza vita di un combattente della brigata islamista Ahrar al-Sham nella moschea di Sukkari (photo Alessio Genovese)

Dimmi cosa significa ‘migranti’.

Confesso di avere un problema con i participi presenti del burocratese politicamente corretto. E poi da autore mi piace chiamare le persone con le parole con cui esse stesse si definiscono. Nell’Africa francofona li chiamano adventuriers, gli avventurieri. In arabo si usa una parola ancora più carica di significato: harraga. È un termine in uso in tutto il Maghreb e vuol dire “quelli che bruciano”. Noi diremmo bruciare un semaforo per uno che è passato col rosso. A Tunisi, Algeri o Tangeri dicono bruciare la frontiera per chi prende la scorciatoia del mare spesso dopo aver ricevuto un diniego alla richiesta di visto in qualche ambasciata europea. L’idea dunque è quella di violare consapevolmente una norma, di buttare il proprio corpo oltre il confine per riprendersi un diritto elementare, quello alla mobilità. I bruciatori, harraga, sono gli inarrestabili, i corsari di questo Mediterraneo trasformato in cimitero dalle norme sui visti scritte a Bruxelles in questi decenni. Norme che mentre aprivano alla libera circolazione con l’est Europa e i Balcani, chiudevano tutte le vie legali per viaggiare tra l’Africa e l’Europa, consegnando indirettamente alle mafie del contrabbando libiche il monopolio della mobilità sud nord in questo piccolo mare. Harraga non ha di per sé un’accezione positiva, può riferirsi a un giovane disoccupato come a un delinquente evaso di prigione, ma contiene l’idea di una ribellione al sistema dei confini e la sfida quasi romantica di un nuovo inizio in un luogo mitico dell’altrove, l’Europa, la terra delle occasioni, dove giocare la partita per il proprio riscatto sociale. Perché non è dalla guerra che si fugge, ma dalla miseria. Dai quartieri popolari di Gabes, Wahran o Khouribga partono i figli dei ceti più poveri, siano essi contadini o operai, con in testa un unico obiettivo: cercare un salario e cambiare il proprio destino. Una volta attraversato il mare, vincere sarà un imperativo sociale. Bruciare è anche questo: per chi arriva in Europa non è ammessa la sconfitta. Torna alla mente la storia leggendaria di un altro bruciare estremamente popolare nell’immaginario collettivo del Maghreb: la traversata dello stretto di Gibilterra, fra il Marocco e la Spagna, compiuta nell’ottavo secolo dall’armata islamica del neonato califfato omayyade agli ordini del comandante berbero Tareq ibn Ziyyad. Una popolarissima leggenda narra che una volta sbarcato in Andalusia, il comandante ordinò ai suoi cinquemila soldati di dare alle fiamme le navi che li avevano appena traghettati. “Nantasiru aw namutu”. Ovvero: “Vinceremo o moriremo”. Vale lo stesso anche oggi per gli harraga e le loro personalissime lotte contro la miseria. Chi non riesce non tornerà a casa da sconfitto. Meglio perdere se stessi nella terra straniera, l’Europa, che ritornare a mani vuote.

Che cosa è ‘Dawla’ per te?

Dawla è una sfida. Finora avevo sempre raccontato il punto di vista delle vittime. Avevo sempre seguito l’empatia. La guerra però, in Libia come in Siria, mi ha mostrato il limite di questo approccio, mostrandomi quanto spesso le vittime si trasformino esse stesse in carnefici. Specialmente quando di mezzo c’è il sangue e la lotta per il potere. Così ho scelto di raccontare quella trasformazione. Ho deciso di andare a parlare con i jihadisti per scrivere una storia orale dello Stato islamico in Siria. Non per giustificarli né tantomeno per sminuire, tutt’altro. Mi sentivo chiamato dalle loro storie per un duplice motivo. Dal punto di vista giornalistico mi interessava ricostruire l’improvvisa e misteriosa ascesa dell’Isis nonché la sua caduta in realtà solo apparente. Dal punto di vista letterario invece mi interessava indagare una storia universale, che è la storia della condizione umana di chi subisce il richiamo della lotta armata, di chi cede al fascino della sottomissione totale all’Idea, di chi si lascia divorare dalla brama per il potere e dall’assuefazione per la violenza.

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Aleppo, 2013. Lapidi nel parco giochi di Bustan al-Qasr (photo Gabriele Del Grande)

E a quali concetti avvicini ‘Turchia’ ed ‘Europa’?

Dovendo scegliere, risponderei una cella e un cimitero. La cella è quella dove sono stato detenuto per quattordici giorni, undici dei quali in totale isolamento, per aver cercato di indagare sui rapporti fra servizi segreti turchi e gruppi jihadisti in Siria. Quella cella è stata per me l’occasione per riflettere sul carcere politico e su vicende ben più gravi della mia. Per quanto spiacevole infatti, il mio breve trattenimento è stata una vicenda irrisoria rispetto alla deriva autoritaria che conosce il paese dopo il fallito golpe dell’estate 2016 e che ha portato in carcere oltre duecento firme del giornalismo turco, processati per terrorismo e condannati anche all’ergastolo, insieme a migliaia di oppositori. Le loro celle rappresentano la sconfitta delle ambizioni democratiche del paese, ma allo stesso tempo sono la rappresentazione plastica della forza di quelle stesse ambizioni. Sono cioè storie di forza e non di debolezza. Storie di resistenza e non di sconfitta. La Turchia che mi piace guardare è questa Turchia in cella, non la Turchia della deriva autoritaria, non la Turchia della censura, delle avventure militari in Siria e della repressione militare dei movimenti curdi, non la Turchia delle nuove élite arricchitesi negli anni del boom economico e vicine al potere islamista e nazionalista. L’Europa invece ha la forma del suo cimitero Mediterraneo. Io il mio lavoro l’ho iniziato così dodici anni fa: contando i morti alle porte del vecchio continente, lungo le rotte del contrabbando in frontiera. Ad oggi le stime più caute parlano di trentamila morti fra Libia e Sicilia, Turchia e Grecia, Marocco e Spagna. E il dato reale è probabilmente molto più grande, perché buona parte dei naufragi sono avvenuti in alto mare senza che stampa e autorità ne abbiano mai ricevuto notizia. Quella grande fossa comune ci interroga sulla nostra indifferenza, non tanto e non solo dei nostri governi, ma in primis delle nostre società che hanno ormai imparato a convivere con questi numeri da guerra in frontiera. Allo stesso tempo quei morti stanno scrivendo una storia che legherà per i secoli a venire l’Europa all’Africa. È una storia potente di mescolamenti di popoli e di culture. Una storia più forte delle paure e delle narrazioni contro la mobilità umana. Se le relazioni umane fossero fili saremmo davanti ad una rete di milioni di nodi intessuta fra l’Europa e l’Africa. Il destino di milioni di noi si è intrecciato con quello di altrettanti abitanti della riva sud. Sono storie di amici, di parenti acquisiti, di amori, di affari, di viaggi, di scoperte. Sono un anticipo del futuro. Perché a metà dell’Ottocento nessuno avrebbe osato immaginare un’Italia unita, un’Italia senza dogane, divisa in regni e regnucoli, stati pontifici, ducati e granducati; così come all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale nessuno avrebbe osato immaginare un’Europa unita e uno spazio di libera circolazione fra Stati che si erano fatti la guerra fino al giorno prima. Allo stesso modo oggi può sembrare inverosimile uno spazio globale di libera circolazione, ma è uno degli scenari possibili verso cui ci stiamo avvicinando seppure fra mille difficoltà e non pochi rigurgiti nazionalisti. Lo dico con un’immagine forte. Chissà che un giorno, nonostante il nostro ritardo sulla storia, quel cimitero in fondo al mare non finisca per diventare un ponte. Un ponte fatto di corpi e relitti così numerosi da ricongiungere per la prima volta le due rive di questo Mediterraneo dopo tanti secoli di guerre.

La parola ‘prigione’ e ‘clausura’, a cosa rimandano, per te?

Diciamo che la clausura è un buon modo per superare la prigione. Soprattutto durante l’isolamento. Restare 24 ore al giorno in totale solitudine non è facile. L’unico modo per uscire da quella cella è chiudere gli occhi e viaggiare in un’avventura della mente. Soltanto così il tempo iperdilatato della cella riprende a scandire il ritmo del proprio respiro e il pensiero ritrova una forte lucidità. A me hanno aiutato molto i quattro giorni di sciopero della fame perché mi restituivano la possibilità di sfidare l’abuso di potere di cui ero vittima e l’illusione di poter incidere sulla realtà anche dall’interno della mia cella. Il resto l’ha fatto la lettura. Durante i miei undici giorni di isolamento a Mugla, in Turchia, mi erano stati messi a disposizione un Corano in arabo e un manuale di conversazione in turco. In una settimana memorizzai buona parte del frasario turco che poi praticavo improvvisando pretestuosi dialoghi con le guardie durante i frequenti controlli della cella, ed ebbi il tempo per rileggermi per intero il Corano. Per me era un modo per occupare il tempo con lo studio. Per i detenuti jihadisti nella cella a fianco alla mia era invece un modo per resistere. Ricordo un libico di Tripoli con cui riuscii a parlare una sera per qualche minuto attraverso gli spioncini delle porte delle nostre celle prima che le guardie se ne accorgessero e si affrettassero a chiuderli urlandoci addosso. Il libico era stato fermato cinque mesi prima in frontiera mentre andava a unirsi al fronte. Dallo spioncino vedevo solo i suoi occhi, ma riconobbi la sua voce. Era la voce che risuonava cinque volte al giorno nel corridoio della nostra sezione quando intonava la chiamata alla preghiera. Nella sua cella non facevano altro dalla mattina alla sera. Preghiera e memorizzazione del Corano. La loro detenzione era una prova, un’esperienza religiosa, quasi mistica. Rivedevo con i miei occhi le storie che mi erano state raccontate da decine di testimoni siriani che avevo intervistato per il libro e che avevano condiviso il carcere duro e le torture con gli islamisti di al-Qa‘ida. In Siria come in Turchia i detenuti jihadisti cercavano nelle parole dei testi religiosi il conforto per superare il dolore e insieme la promessa di un’utopia di giustizia a cui stringersi saldamente non soltanto per non impazzire ma per invertire i rapporti di forza. Per trasformare la debolezza in forza e la sofferenza in un’affermazione di sé. Perché torniamo sempre alle grandi narrazioni che abitiamo o che ci abitano: un conto è subire impotenti e un conto è lottare, un conto è soffrire e un conto è desiderare il martirio, un conto è essere soli e un conto essere l’avanguardia di un movimento globale di lotta armata. In questo senso il carcere spesso non fa che fortificare le convinzioni degli esponenti dei gruppi di lotta armata dei movimenti islamisti, senza parlare della possibilità di incontrare dietro le sbarre leader e guide spirituali di quegli stessi movimenti che in cella hanno la possibilità di fare proseliti anche fra molti detenuti comuni trasformando il carcere in un grande campo di indottrinamento e addestramento.

Qualifica il termine ‘tradimento’.

Difficile. A volte il tradimento è storia di opportunismi e profittatori; a volte è il prevalere del potere sull’idea; altre volte è semplicemente il trionfo della vendetta in uomini accecati dalla violenza subita, altre volte ancora il tradimento è profetico. Esistono cioè situazioni in cui tradire è la cosa più saggia, quando non addirittura l’unica via d’uscita dal circuito perverso del sangue, perché alla fine la pace si fa coi propri nemici e a qualcosa bisogna pur tradire per salvare altre vite. Altrimenti non sarà mai la pace, ma saranno soltanto le macerie della vittoria finale. Dopodiché alcuni lo chiameranno compromesso e altri tradimento. Ed è proprio per questo che diffido molto del termine. Perché tradimento è un’accusa buona per tutte le stagioni del potere per scomunicare i propri avversari. Il che in guerra equivale a una condanna a morte e in pace alla macchina del fango. Ora, essendo io un inquieto cultore del dubbio e della ricerca, non posso che provare simpatia per alcune delle suddette categorie di tradimenti, a discapito delle certezze monolitiche e monoteiste di chi pretende di possedere una morale e una verità assoluta. E questo sia perché la natura umana è debole e costellata di tradimenti, errori ed erranze. Sia perché, come dicevo pocanzi, grandi statisti e pensatori del passato sono spesso stati additati come traditori, eretici o folli, per aver indicato una strada troppo in anticipo sul loro tempo.

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Aleppo, 2013. Bambino alla finestra osserva un gruppo di miliziani in strada (photo Gabriele Del Grande)

Obbedienza’, ‘disciplina’: cosa significano?

Rinuncia alla propria individualità, alla propria libertà, al proprio raziocinio. C’è una scena nel libro che restituisce bene l’immagine. Quando uno dei personaggi sceglie di arruolarsi nel Dawla e viene convocato per un corso di addestramento nei servizi segreti dell’organizzazione. Insieme a una trentina di giovani uomini candidati come lui alla stessa posizione, viene bendato e fatto salire su un autobus che li porterà alla sede del corso. Una volta arrivati a destinazione, nei sotterranei di una vecchia scuola di campagna, il loro addestratore distribuirà loro come prima cosa dei passamontagna neri da indossare. L’ordine sarà di non toglierseli mai per nessuna ragione. Né durante i pasti, né durante le preghiere e nemmeno durante il sonno. Affinché nessuno conosca mai la loro vera identità. Così coperti, il nostro personaggio si stupirà di non riconoscere più i vecchi compagni. E si ecciterà alla sensazione di essere finalmente la parte indistinta di un tutto, non più un individuo singolo, ma un ingranaggio di una macchina molto più grande, dove uomini di tutte le nazioni e di tutte le classi sociali, resi uguali in tutto e per tutto persino da quella maschera, si diranno pronti a morire lottando per un’idea a cui hanno giurato fedeltà assoluta. Chiaro che in Dawla tutto è amplificato, è la guerra ed è il totalitarismo. Ma il meccanismo di fondo è quello dell’obbedienza totale e della sottomissione incondizionata all’Idea. In tempi di pace la sottomissione è all’immaginario collettivo, al controllo sociale, alla morale, al pensiero debole come alle ideologie forti.

Dimmi, nel contesto che hai vissuto, che cosa sono ‘bene’ e ‘male’.

Bene e male sono le prime vittime di ogni guerra, assieme alla verità. Nel senso che sul fronte lo scontro non è fra buoni e cattivi. Lo scontro è fra gruppi di potere, a livello nazionale e internazionale, ed è mosso esclusivamente da interessi molto materiali ovvero il controllo di territori e risorse. Le risorse però da sole non bastano per armare un esercito. Per convincere migliaia di uomini a combattere non basta un buon salario. Serve un’idea, una fede, una grande narrazione che dia senso a quel conflitto e che trasformi i suoi morti in martiri caduti per la giusta causa. In questo senso il bene e il male sono importanti e come in guerra. Perché definiscono da che parte della trincea posizionarsi. Nel caso di Dawla, da un lato c’è la grande narrazione della guerra globale al terrorismo islamista per la causa della democrazia e della libertà; dall’altro c’è la grande narrazione della guerra globale ai tiranni della miscredenza e agli imperi dell’empietà per la causa di Dio. Queste narrazioni arrivano sul campo di battaglia e orientano le scelte di chi decide di impugnare le armi in una sorta di scontro finale fra le forze del bene e del male. Nel libro provo a raccontare proprio questo: il fascino del jihad e la conseguente ridefinizione della scala dei valori in una narrazione che da un lato demonizza il nemico e esalta il martirio, ma dall’altro propone un’etica di fratellanza ed egualitarismo fra mujahidin e promette agli oppressi un’utopia di giustizia e di ritrovata grandezza. Nel libro cerco di raccontare chi sono gli uomini e le donne su cui questa narrazione del Dawla ha fatto presa e come giustificano i crimini efferati commessi da quell’organizzazione. Perché il male poi esiste eccome. Soltanto in Siria parliamo di mezzo milioni di morti in sette anni. E tuttavia il male, per quanto efferato, non è mai disumano. Mi spiego: sarebbe troppo sbrigativo liquidare le azioni anche più cruente come il frutto di menti malate. Dietro ai crimini del Dawla, ma potremmo dire lo stesso dei crimini dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, non c’è altri che l’uomo. E se c’è un modo per dire “mai più” forse è indagare i meccanismi della violenza, dell’odio, dei totalitarismi, della propaganda, della guerra e del potere. Farlo ci costringe ad abbandonare il comodo e illusorio punto di vista della lotta fra il bene e il male, ci costringe a osservare gli aspetti più oscuri della nostra imperfetta umanità. Ed è scomodo perché non ci assolve. Non ci dà cioè la certezza che al posto di altri saremmo stati vittime e non invece carnefici.

Spiegami la parola ‘segreto’.

Se mi dici segreto, ti dico servizi segreti. I grandi manovratori oscuri dietro ogni guerra. Perché mentre sul campo di battaglia ci sono idealisti e avventurieri, guerrieri e fanatici, banditi e signori della guerra, dietro le quinte si muovono giochi di potere molto più grandi delle ragioni di chi rischia la vita per un’idea, per il denaro o per un’avventura. Sono i servizi segreti siriani che giocarono la carta della strategia della tensione rilasciando mille prigionieri jihadisti all’inizio delle proteste nel 2011 per infiltrare e delegittimare l’opposizione siriana. Sono i servizi segreti turchi, francesi, britannici, statunitensi, israeliani, qatarini, emiratini e sauditi, che fra il 2012 e il 2014 portarono avanti una strategia del caos favorendo l’arrivo in Siria di migliaia di jihadisti internazionali con l’obiettivo di destabilizzare il regime siriano di al-Asad. E sono infine i servizi segreti del Dawla stesso, che da Istanbul al Golfo, dagli Emirati alle città europee, pianificarono la terribile stagione degli attentati in Europa prima che la Coalizione internazionale avesse la meglio sul terreno e che in questo momento stanno riorganizzando la guerriglia degli anni a venire.

Spiegami la parola ‘potere’.

Potere è uno dei temi sullo sfondo del libro. Per chi combatte, potere è uccidere. Potere è decidere della vita e della morte di un altro uomo. Ma prima ancora è cessare di temere la morte. Lo racconta uno dei mujahidin nel libro, quando deciderà di abbandonare un’avviata carriera da emiro della polizia morale a Raqqa per tornare sul campo di battaglia, rispondendo al richiamo di quella sensazione di invincibilità che gli veniva dall’uscire vivo dalle trincee, dal puntare le armi al cielo durante un bombardamento aereo senza timore di essere colpito. Più forte di tutto, anche della stessa morte, di cui aveva sconfitto la paura e anzi aveva imparato a desiderare grazie al culto del martirio. Potere è anche il miraggio che spinse migliaia di civili, per lo più uomini delle classi sociali più povere e dei clan più emarginati della Siria interna, ad arruolarsi con il Dawla nella stagione in cui l’organizzazione rappresentava il carro del vincitore ed era in grado di offrire un avvenire e un riscatto sociale. Perché la guerra è anche questo: la distruzione di un vecchio ordine costituito e delle sue elite prontamente rimpiazzate con orde di parvenue arricchiti e fedeli al nuovo Stato. Uno Stato totalitario che esercitava il suo potere con il bastone e la carota. Seminando il terrore fra i cittadini con i suoi quotidiani atti di terrore contro i nemici interni, dalle esecuzioni in piazza alle fosse comuni. Ma anche offrendo una serie di servizi e opportunità, dall’assistenza ai poveri al welfare per le famiglie dei martiri di guerra, dalla liberalizzazione del contrabbando di petrolio alla riapertura del commercio fra Siria e Iraq, per comprare con il denaro il consenso dei ceti popolari e dei commercianti. In tutto questo, in Dawla racconto come mentre il grande apparato di propaganda e censura diffondeva l’ideologia islamista del Califfato e prometteva la realizzazione dell’utopia islamista, dietro le quinte si consumavano violentissime faide di potere tra leader di opposte correnti religiose ultraortodosse, fra vertici di servizi segreti interni ed esterni, fra il comando siro-iracheno e quello internazionale. Faide che raccontano molto di come le dinamiche del potere si assomiglino molto ad ogni latitudine, a prescindere dalle ideologie e dalle narrazioni del mondo.

L’ultima. Ti chiedo di spiegarmi le parole ‘vita’ e ‘Dio’. 

In guerra la vita è un prodotto di scarto, la più economica delle merci. Non valgono niente le vite dei prigionieri politici torturati a morte nelle prigioni dei servizi segreti siriani. Non valgono niente le vite dei civili cristiani e sciiti trucidati dalle squadre del terrore del Dawla. Così come non valgono nulla le vite dei civili massacrati sotto i bombardamenti dell’aviazione siriana prima e di quella statunitense e russa poi. Ed è così che, per una strana legge degli opposti, non valendo più niente la vita diventa al tempo stesso la merce più preziosa. Il dramma accorcia lo scorrere del tempo. Avviene tutto nell’imminenza del tempo presente. Il passato è distrutto. Il futuro scompare dalla vista, non è garantito. Non resta che il qui e ora ed è un tempo di scelte esistenziali. Fuggire o combattere? Uccidere o essere uccisi? Dio è il protagonista di un discorso. È un discorso religioso che offre conforto a chi in mezzo alla guerra ha perso tutto e vede avvicinarsi inesorabile l’ora della propria morte. È un discorso di lotta armata che incoraggia coloro che si sentono oppressi a unirsi nell’esercito dei giusti che riporterà sulla terra le leggi di Dio nella loro interpretazione ultra-ortodossa e allontanerà i tiranni dell’empietà e la corruzione dei tempi, riportando in auge la grandezza perduta del primo califfato. Ed è infine un discorso politico, che legittima il potere dell’organizzazione del Dawla come autentica custode del jihad globale. Proprio per questo ogni discorso su Dio che si scosti dalla visione ultra-ortodossa del Dawla e dunque ne mini la legittimità, è la più grande minaccia per il futuro dell’organizzazione. Le idee infatti non si sconfiggono con le bombe ma con altre idee

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