“Portavi croissant caldi a Pound, internato tra le urla dei dissennati”. In memoria di Piero Sanavio, avventuriero della letteratura. Martino Cappai racconta il suo Maestro e gli scrive dal Giappone

Posted on Gennaio 08, 2019, 10:30 am
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In ricordo di Piero Sanavio, avventuriero, giornalista, romanziere e antropologo. Classe 1930, si è bevuto il Novecento con Gombrowicz, Dominique De Roux e Ungaretti come suo testimone di nozze. Intervistò Ginsberg, Pasolini, Robert Lowell, Man Ray, Thomas S. Eliot. Fu amico di Ezra Pound durante e dopo l’internamento al St. Elizabeths. Dormiva in un garage di Washington e faceva il lavapiatti per mantenersi, pur di portargli i cornetti caldi a colazione. La sua vita è stata una danza in giro per il mondo, tra letteratura e giornalismo. Come al solito apprezzato e valorizzato molto di più all’estero (Francia e Stati Uniti) che nello stramaledetto Bel Paese.

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Addio caro Maestro, ieri ti hanno fatto il funerale a Santa Maria in Trastevere. Mi fa male non poter venire a Roma per darti l’ultimo saluto. Da qui, dal finis terrae d’Oriente, non posso far altro che ritirarmi in religioso silenzio di fronte all’Oceano che, oggi, ha lo stesso colore turchese dei tuoi occhi.

Sei sempre stato in prima linea, sempre in trincea con tutto te stesso, faccia al sole e orecchio alla musica. Quei democristianucci unti di gelatina, traditori della vita, venduti e rivenduti, astiosi, inaciditi, pidocchiosi lillipuziani dell’intellighenzia manichea, camaleontici tarzanelli occhialuti, ammanicati come tenie al potere di turno, che per decenni ti hanno ostracizzato, sabotato, messo in disparte, denunciato, tradito e censurato, non sono mai riusciti minimamente a piegarti o a scalfirti. “Erano il minestrone privato della moglie di Feltrinelli”, come mi dicesti tu una volta. “Ombre di un’ombra, sono e saranno per sempre irrilevanti. Il nulla”. Mi dispiace avere la sicurezza che molti di loro (o i loro eredi intellettuali), verranno al tuo funerale.

sanavio

Alcuni scatti in cui Piero Sanavio è con Ezra Pound

Oggi si parla e si scrive in abbondanza di Pound e Céline, sino alla nausea. Ogni giorno spuntano strafalcioni di articoli, collage di video, scoperte del già scoperto, documentari con le grafichette, le musichette e le petulanti faccette da stronzi in pashmina che appaiono per commentare la foto, la frase, la citazione, per la gioia di tutte le pulci 2.0. che vivono per questo, riducendo il discorso critico al solipsismo d’un pendolare moderatamente bibliofago, in moto perpetuo tra Roma, Milano, Palermo e Forte dei Marmi.

Tu sei stato il primo, in questo dannato paese, a investire su Ezra Pound. Non soldi, non energie, non tempo, ma l’intera vita. Nel 1951, la tua tesi sui Cantos fu la prima in Italia. Da lì in poi i lillipuziani ti dichiararono una guerra vile e silenziosa, che certo vinsero, ma unicamente perché tu eri solo e loro tanti, troppi. L’Italia di allora, o meglio la società italiana di allora, era un posto tremendo.
Il prosieguo fu un susseguirsi di dispetti e colpi bassi. Dalla Spagna inviasti l’intera traduzione dell’opera di Henry David Thoreau, che rimase buttata negli archivi della casa editrice per anni. Smarrirono pure un infinito numero di saggi e articoli su Pound che tu mandasti da Washington (dove andavi a portare i croissant caldi al poeta internato tra le urla dei dissennati del Saint Elizabeth’s e il pezzo di cervello sotto formalina di Mussolini), da Madrid, da Londra, da Parigi, perché, come ti dissero, “un fascista non poteva essere un grande poeta”. I resoconti dei tuoi incontri londinesi con Thomas Eliot stanno marcendo negli archivi romani della rivista Il Mondo.
Nella capitale francese – che diede i natali a tua madre – eri di casa. Ci scorrazzavi con personaggi come Witold Gombrowicz, Kateb Yacine e Dominique de Roux. Con quest’ultimo condividevi lo studio e la passione per le opere dei grandi reietti della letteratura. Eri con lui quando, insieme a Giancarlo Marmori e Jean-Edern Hallier, partecipasti alla compilazione del secondo volume dedicato a Céline nei suoi Carnets de L’Herne.

È giusto ribadire che oggi è molto semplice scrivere e parlare di certi autori, lo fanno tutti, persino in Italia, ma certamente non era così sessant’anni fa, quando il solo pronunciarne il nome evocava gli spettri di un passato mai del tutto digerito. Anche la Pivano, il “Caronte” della letteratura anglosassone in Italia, da bravo agente letterario quale era, evitò di occuparsi di Pound. Ripiegò sui suoi figliastri della Beat Generation, tanto di moda e tanto venduti (per te il vero fascista e razzista era Kerouac, non Pound!).

Ti accusarono di tutto! Dallo spionaggio filo-americano al fascismo e al nazismo. Si dimenticarono che tuo padre era stato il braccio destro di Matteotti, con una pallottola squadrista conficcata nella coscia e tuo zio Italo fu, a Cartura (nel padovano), l’ultimo sindaco socialista prima dell’avvento del Fascismo. Si scordarono tutto e tu, da raffinato cavaliere, non glielo ricordasti. Che ognuno muoia nell’arroganza della propria umana miseria.

In Italia, c’è sempre stato questo diktat di matrice politica a delimitare i parametri di ciò che si poteva o meno discutere. Questa è l’Italietta. Non vorrei chiamarlo bigottismo, piuttosto una forma di silenziosa “inquisizione letteraria”. Coloro che sfuggono alle reti della catalogazione, sono temuti come la peste. Tu non li sopportavi gli inquisitori e anche la tua seconda moglie, la bellissima Anuskha Palme, prima traduttrice di Knut Hamsun, era un manifesto di guerra contro il loro monduccio accomodante e servile. La poesia non ha nulla a che spartire con le cabine elettorali.
Andasti lontano, caro Maestro, eleggendo gli Stati Uniti come tua seconda patria. Occupasti la cattedra ad Harvard, la stessa che un tempo fu di Eliot. Poi il Benin e la Guiana Francese per approfondire i tuoi studi di antropologia, in Sud America per insegnare letteratura. Seguirono gli ingaggi come inviato di varie testate giornalistiche e così via. Vent’anni fa il definitivo ritorno nella tua Itaca, l’Italia, sempre più ingrata, sempre più esangue. E le varie congiure editoriali non cessarono assolutamente. Non te lo perdonarono mai, caro Maestro. Le iene non dimenticano quanto è dolce e profumato il sangue del leone. La Destra non ti perdonava le appartenenze socialiste, ma ti ha dato comunque più spazio di quanto non te ne abbia dato questa Sinistra arrogante e presuntuosa.

sanavioLe miserie di questa Italia ingrata le hai vissute e raccontate tutte, dagli impiccati in giro per le strade di Salò, alla sciocca frenesia del Dopoguerra, per passare agli Anni di Piombo sino all’attuale tirannia scemocratica. Al tuo rientro, il panorama era rimasto pressoché identico: l’ostracismo degli intellettuali nostrani, i tabù, i giochi di potere editoriale, l’egemonia culturale di una certa Sinistra organica, gattopardesca, il poter contare su pochissime persone fidate, su tutti lo scrittore Mario Lunetta (venuto a mancare lo scorso anno). Sullo sfondo di una Roma sempre più pesante, consunta, moribonda, come unico antidoto vi era per te l’eremo a Sperlonga, la luce del Tirreno, il rinchiudersi nella scrittura. L’alchimia della parola come unico baluardo di salvezza.

Risulta veramente arduo stilare in poche righe una panoramica il più esaustiva possibile su di un uomo del genere. Il rischio di un risultato scolorito è davvero troppo alto. Sanavio è stato tante, troppe cose: romanziere, saggista, antropologo, giornalista, traduttore, documentarista, avventuriero. Qualsiasi epiteto non renderebbe alcuna giustizia, solo i tuoi libri possono farlo.

Ricordo come se fosse ieri, caro Maestro, il nostro viaggio in taxi mentre ti lasciavo parlare indisturbato dell’importanza che ebbero, per la letteratura mondiale, le seghe che Nora Barnacle fece al suo futuro marito James Joyce in un pub di Dublino. Ancora rido, se penso alla faccia dell’autista che ascoltava. Come un aedo greco invasato, saltavi da un argomento all’altro come si salta sui sassi per guadare un fiume. Era l’urgenza della vita che finisce. La malattia c’era e io non ne sapevo nulla. Dal cristianesimo inconfessato di Rimbaud passasti alle visioni di Santa Teresa d’Avila, da Von Salomon al futurista Giovanni Korompay, dai romanzi di Guimarães Rosa alla tua litigata con Pasolini. In un baleno mi trasportasti nel ’45 parigino, tra le fucilazioni sommarie della Francia liberata: Brasillach con un proiettile in testa, mentre quella vecchia volpe di Céline – arroccata a Meudon – si crogiolava nel suo vittimismo trasformando l’odio in virtù. Conservo ore e ore di registrazioni dei nostri incontri, le custodisco insieme alle cose più care e preziose che ho, in attesa di trovare modo (e tempo) per sistemarle in un volume.

Ora mi piace immaginare la tua salma messa al centro della grande sala in Via Arenula. La “testa romana”, come la chiamò Pound, poggiata su un cuscino verde, con vicino i tulipani rossi da te tanto graditi, le finestre spalancate verso la tua dirimpettaia: la chiesa barocca di San Carlo ai Catinari. Per anni, dal terrazzo ne hai osservato i marmi bianchi piegati e ripiegati sull’insensata bellezza del cielo d’Italia. Il tuo corpo riposa, inerme, trafitto dal plumbeo sole romano, mentre dalle finestre, spalancate, filtra il profumo dei limoni, di quell’albero su cui ti arrampicasti rompendoti una caviglia.

“Siamo luci. Tutte le cose che sono, sono luci”: così mi scrivesti nella dedica del tuo libro, quello che, dopo innumerevoli solleciti, la Marsilio pubblicò aggiungendo la bellezza di ottantasette refusi.

Buon viaggio Maestro Sanavio, bentornato nella grande luce.

Martino Cappai