“Guardo i porno e leggo Simone De Beauvoir, cosa c’è di male?”: Mariagloria Fontana, in un dialogo sospeso tra luci rosse e Philip Roth

Posted on Agosto 07, 2019, 8:29 am
13 mins

È abbastanza in salita immaginare una donna che guardi i film porno. Sarà che difficilmente lo ammettono. Ancora più complicato è che a confessare una simile passione sia una scrittrice. Tant’è che quando una di queste, Mariagloria Fontana, ha rivelato di essere fruitrice dei prodotti incriminati, le ho subito chiesto di concedermi un’intervista. Al netto del pruriginoso – che, comunque, esercita su tutti un certo fascino –, ho pensato che potesse essere interessante discutere delle eventuali implicazioni della pornografia nell’ambito artistico e, in particolare, per quel che concerne la scrittura. Tanto più che la Fontana ha pubblicato, per i tipi di Curcio, un libro intitolato La ragione era carnale, ed è una grande fan di Houellebecq, un autore che certo di pornografia se ne intende. Quanto segue è lo scambio che abbiamo avuto a seguito della sua rivelazione.

Dialogando con te, su Facebook, mi ha colpito il fatto che dichiarassi – direi anche candidamente – di guardare filmati di natura pornografica. Nessuno lo ammette, pur essendo questi i siti più visitati. Meno che mai lo fanno le donne e, se possibile, ancora meno le scrittrici. Come mai, secondo te, e perché tu non hai timore nel palesarlo?

Davvero? Forse non lo dichiarano perché nel mondo della letteratura si è impegnati a dare un’immagine di sé che sia credibile e autorevole. Soprattutto quelle italiane hanno questa vocazione e, dunque, pensano che parlare di sesso, o addirittura, di pornografia, potrebbe delegittimarle e scalfire la loro credibilità. Le scrittrici nostrane hanno spesso quest’aria dimessa, senza trucco, e guai a indossare un tacco alto, a mettere un rossetto – non so se hai notato. Si prendono molto sul serio e ciò denota zero sense of humour. Ritengo che tutto questo sia la risposta al retaggio di un pensiero maschilista, non del tutto superato, che ha dominato la cultura italiana, in cui gli autori erano per la maggioranza uomini. Pensare che parlare di pornografia e usufruirne sia un fatto del tutto maschile è irrealistico. Certo, poi, c’è una schiera di donne e di autrici che pensa, a ragione o a torto, chissà, che la pornografia abbia utilizzato strumentalmente la figura della donna. Un po’ credo sia vero, ma tutti e tutte ne siamo vittime, nessuno è indenne, così come accade per la moda, per la taglia in cui noi donne cerchiamo di entrare a ogni costo. Penso che l’antidoto sia esercitare sempre un senso critico nei confronti di ciò che ci circonda e non demonizzare nulla. Sono cresciuta leggendo, tra gli altri, Simone De Beauvoir, Anais Nin, Anne Sexton, Marguerite Duras, Edna O’Brien (peraltro, donne belle, che mettevano il rossetto), libere e fuori dal loro tempo, donne rivoluzionarie, che hanno scritto di altre donne, di corpi, di relazioni, di amore, di erotismo che è legato all’indicibile di noi, alla morte, ai nostri demoni oltre che alle nostre fantasie. La pornografia vive in prossimità di questo e tratteggia una mappa delle nostre pulsioni più recondite, non meno interessanti di altri aspetti della vita. Dalle fantasie di una donna puoi capire molto della sua esistenza e tracciare una linea verticale che arriva al suo inconscio. E poi la pornografia è anche lo specchio di tanti desideri e fantasie maschili. A me incuriosisce l’animo dell’uomo, lo studio come fossi un’entomologa.

A questo punto non posso che chiederti cosa ti trasmetta il porno, come donna e come scrittrice. Immagino che tu non lo guardi unicamente in modo spassionato, ma lo consumi con un certo gusto. Ecco, ti inviterei a spiegarmi che genere di piacere ti comunichi?

Il sesso nel porno è la realizzazione dell’utopia pura. È la concretizzazione di un pensiero senza alcuna responsabilità, privo di necessità causale, senza conseguenze. È la libertà di arrivare nel più profondo dei tuoi abissi, senza darne conto a nessuno. Da spettatore, corrisponde alla catarsi pura. Almeno apparentemente sembra che sia così. Le conseguenze ci sono sempre: nel nostro modo di essere, di sedurre e di essere sedotti, nel nostro modo di fare sesso e considerare l’oggetto del nostro desiderio. Tuttavia, questa apparente libertà sortisce adrenalina e appagamento. Poi, anni fa, poco più che ventenne, mi piaceva pensare a cosa guardassero gli uomini e mi divertivo a interpretare i loro pensieri. Credo che, quanto più si è cerebrali, tanto più si viva una pornografia ad alta intensità. Negli anni ho constatato quanto questa sia entrata nelle nostre vite, attraverso un processo che è stato definito pornification: un fenomeno presente soprattutto nel modo di conoscere il sesso da parte degli adolescenti americani. Certo non è auspicabile, ma il sesso online non è mica colpevole del fatto che i figli non siano più in grado di vivere la sessualità e le relazioni. Nel febbraio scorso, il “New York Times Magazine” ha pubblicato un articolo intitolato Cosa stanno imparando gli adolescenti dal porno online, descrivendo in modo straziante come una generazione, che ha facile accesso alla pornografia, sta cambiando e quanto gli adolescenti parlano e pensano al sesso e le loro idee su mascolinità, femminilità, intimità e potere. Beh, mi pare eccessivo e reazionario.

Tralasciando per un attimo gli adolescenti, vorrei capire in che senso la visione del porno abbia influito sulla tua vita sessuale e sulla tua scrittura. È stata positiva, negativa, indifferente, ha lasciato tutto come l’aveva trovato o ti ha smosso qualcosa dentro?

Domanda insidiosa. Nella mia vita sessuale ha influito nel modo di aprire i miei occhi verso un mondo che stavo conoscendo appena – naturalmente, parlo di anni fa. Allo stesso modo, alcune pratiche sessuali di cui ignoravo l’esistenza le ho potute conoscere attraverso questa. Certo, per la mia generazione la pornografia non è stata sovversiva e rivelatrice come lo è stata per quelle del passato. Penso all’amico Giampiero Mughini che mi disse quanto per lui e la sua generazione avesse rappresentato la scoperta di un mondo nuovo e quanto lui ne fosse felice. Non possiamo neanche immaginarlo, era l’Italia puritana degli Anni Sessanta. Come scrittrice mi sono posta domande sulla fruizione per lo più maschile del porno, su quanto l’immaginario dell’altro sesso si sia formato su di essa, non solo con figure di donne bellissime, palestrate, perfette e senza un filo di cellulite, ma anche nel piacere, nel modo di godere che sicuramente nella pornografia è incentrato soprattutto sullo sguardo maschile. Se vuoi far godere una donna davvero (ricordi la finzione dell’orgasmo nel film Harry ti Presento Sally scritto da quel genio che è stata Nora Ephron?), beh, non imparare da un porno: l’orgasmo femminile è molto più complesso e infinito. Se vuoi far godere un uomo, puoi guardare anche un porno e trarre una qualche idea. Per quel che concerne la mia scrittura, invece, la pornografia non ha influito. Mi sono ispirata semmai a scrittori come Houellebecq e Roth, per capire e rubare le descrizioni di un amplesso e non solo – le caratteristiche di un personaggio complesso e straziante come Mickey Sabbath, ad esempio, che, lacerato dal dolore per la morte della sua amante, Drenka, fa dell’onanismo sulla sua tomba.

Mi piace come mi eludi. Giustamente dici, ma senza essere troppo esplicita. A questo punto, però, ti devo sfacciatamente chiedere il perché di certe tue immagini su Facebook? Si tratta di pura vanità, o che? Da scrittrice, non pensi che una tua foto scollata possa in qualche modo, per così dire, deviare, o almeno condizionare il giudizio sul tuo lavoro? In soldoni, non pensi che possano guardare alle tette invece che alle pagine della tua opera?

Oddio, Fais, da te questa domanda un po’ banale, a dire il vero, non me l’aspettavo. Sono comunque fotografie tratte dalla mia vita quotidiana. Non sono certo foto spinte, ammiccanti. Sono immagini fatte durante presentazioni di libri, in vacanza a Parigi, al mio compleanno. Ho la presunzione, da quando ero bambina, di sentirmi più intelligente che bella, o seduttiva. Anzi, ho sempre avuto il complesso di essere una racchia e lo sono stata per molto tempo, almeno fino all’adolescenza. Sicuramente c’è della vanità. Chi non ce l’ha? Chi dice di non esserlo o è falso o non se lo può permettere. Anche se, a pensarci bene, ognuno ha il suo pubblico, quindi lo siamo tutti. Però, io credo in ciò che sono: una persona con un grande spessore esistenziale. Chi mi conosce lo sa. Credo anche in ciò che scrivo e so che lo faccio per non morire. Anche questa è vanità. Ho una fottuta paura della morte. Basta leggere il mio romanzo, in cui non c’è né sesso, né scene hard, o tette, per ricredersi – scherzo. Chi mi conosce, mi sente parlare, o ha letto quello che scrivo, mi stima. Degli altri… Chi sono gli altri? Vivo pure isolata, in un eremo. Le tette non slanciano. Poi, non sono neanche una stangona. Mi sarebbe piaciuto essere Isabelle Adjani, ma non lo sono, e quindi qualche scollatura slancia la figura, tutto qui. Indossando un collo alto avrei davvero un’immagine tracagnotta – sto ridendo, ma lo penso sul serio. Nella mia professione, avere le tette piccole o accennate è un bel dono, sei presa più sul serio. Ne scrissi anche un pezzo anni fa sull’“Huffington Post”, citando la mia amata Nora Ephron che le aveva minute e, negli anni Settanta, sull’“Esquire”, già ne parlava. Ridurre tutto alla misura delle tette? Anche questo è il lascito di un pensiero dominante maschilista, a mio avviso tutto italiano. Aldo Busi è un grande scrittore, a prescindere dalle castronerie che ha fatto. Io di corbellerie, per ora, non ne ho fatte e non sono talentuosa come lui, ma certo giudicarmi da una foto in cui indosso un bell’abito è da idioti. Infine, non c’è modo di deviare lo sguardo degli imbecilli, o degli ottusi. Pensa che il titolo del mio ultimo romanzo era tratto da un verso di un poeta puritano inglese, della seconda metà del ’600, e tutti credevano fosse un’allusione alla carnalità.

Matteo Fais