Comunque la si dica, sul poeta rimane un fatto incontrovertibile: egli è solo. E non staremo certo a discutere se la sua solitudine sia un bene o un male: piacere ricercato o sofferta condanna. Il poeta è solo. Come ciascuno di noi, del resto. Ma il fatto che lui lo sia, rende speciale quel che racconta. Non potrebbe mai vivere quel che sente, se fosse sempre accompagnato ovunque lui vada. Non potrebbe sentire con la stessa intensità, se con lui ci fosse sempre un cane al guinzaglio. Insomma, egli deve bastare a se stesso, farsi attraversare dal mondo.

E come la mettiamo allora con l’amore? Se ci fosse per davvero l’amore, se una donna ascoltasse ogni notte il suo respiro, rimarrebbe comunque solo. Semmai più felice, ma parimenti solo. E questo, che gli piaccia o meno, lo salva ‒ paradossalmente ‒ dalla disperazione. Eppure, non poter condividere appieno con nessuno la vita, è un peso che a volte si fa sentire, tanto da far oscillare i pensieri sul filo di un funambolo ubriaco. Quindi, raramente, si rischia di cadere, di oltrepassare il limite nel senso inverso, di debordare dagli argini. Ben vengano queste illusioni.

Ciò nonostante, più che la disciplina in lui vince l’amore per quello che è, e di conseguenza per quello che fa. Più che la passione, nel suo mestiere per nulla pagato, conta il piacere che prova pur dentro la fatica da affrontare. Più che la pazienza, vige in lui un onore. Il peso che lo prova di sorpresa, il poeta deve essere in grado di portarlo sulle proprie spalle. Altrimenti che faccia altro, senza nulla togliere a nessuno. La forza che lo spinge nella propulsione dello slancio l’acquista sul campo. Se dimostra nel tempo di sapersi rialzare, dall’asfalto come dall’ennesima infinita lettura, una certa militanza potrebbe in qualche modo riguardarlo, appartenendogli.

Qui si tratta dunque del talento. Di possederne. Di darne prova, sostanza: forma. Tuttavia, sarà soprattutto il genio che è in lui a fargli scoprire il significato profondo del suo rigoroso ritiro per contrappasso. D’altronde, quel che gli deve importare realmente, è di essere se stesso. Che vi basti. Allora si potrebbe obiettare che un sano egoismo giovi a chiunque. Vero. Ma fino a un certo punto. Non si tratta proprio di essere egoisti. Sprovveduti, piuttosto. E furibondi. Relativamente pronti ad ogni possibile assalto. Tutt’al più, funamboli.

Ma ‒ andiamo ‒ importa veramente a qualcuno della sorte di un poeta? Siate sinceri. Finita la poesia, si cerca subito un’altra festa. Datogli il contentino, tutti a casa a sbronzarsi, o a fare l’amore. Forse però a lui importa. Ed è già un progresso. Egli è interessato a qualcosa dal nome straordinario che gli appartiene fino in fondo. Egli difatti ama, sente, vive la sua “chiaroveggenza”. Se questo fosse uno dei prezzi da pagare per la sua beneamata scrittura, dovrebbe capirlo col tempo che il gioco varrebbe la candela. Ma non basta ancora. Non basterà mai, perché siamo fatti per superare i limiti, per non averne giustappunto mai abbastanza, per desiderare la bellezza! E la bellezza, sta tutta intorno a noi. Siamo ingordi. Golosi. Voraci. Può, un poeta, essere da meno?

Si tratta, per concludere, di fare delle scelte nella vita. Ogni azione porta a una conseguenza. E non è detto che poi vada sempre in un modo come in un altro. Gli imprevisti a volte ci stupiscono persino piacevolmente. Ma, in linea di massima, se si sceglie di dare tutto per le parole ‒ unico respiro del poeta ‒ lo si decide per stare attaccati a un mare bianco che è la pagina. Una pagina non può che essere bianca. Sola, nella sua solitudine, attende qualcuno che la chiami per nome, nel silenzio delle parole, che l’addobbano come arabeschi. Però, comunque la si dica, due solitudini s’incontrano, a dar forma al mistero.

Giorgio Anelli