Del poeta David Maria Turoldo me ne parlò tanti anni fa un amico di vecchia data (Davide anche lui), accennandomi dell’uomo che era, del gran prete che fu. Prete di strada, uomo di vita. Poi più nulla. Non approfondii mai l’interesse verso la sua poesia. Non so ben dire perché. Un anno fa però lessi un articolo che lo riguardava e, una domenica pomeriggio, al Libraccio, trovai tutte le sue poesie ad un prezzo stracciato, d’occasione. Così ogni tanto dalla libreria prendo il libro e lo apro a caso, trovando conforto in quei “sensi suoi”. E quel che mi consola e incoraggia al tempo stesso, nella poesia Ci perdoni Frei Tito, è questo stralcio:

Della fede nessuno è padrone,

non potete mettere

il bavaglio al vento!

Io ne comprendo il senso, tanto più mi guardo dentro, e penso al poeta che sono, all’uomo che sarò. Perché se mi fermo all’istante già vissuto, tutto avrei già perso. Forse, come Turoldo, anch’io scrivo per penitenza; esercitandomi nella purificazione. Sentendomi perduto, in quella stessa inquietudine io mi tuffo, sperando in una redenzione. 

Delle volte mi chiedo se la ricerca di un mio misticismo sia la strada giusta da perseguire, e non trovo altra risposta se non nella preghiera notturna che nasce dalla morte che ci portiamo dentro. Ecco, forse l’unico momento nel quale mi ascolto veramente, è la notte. Quando ormai tutto si è compiuto, e tutto probabilmente si è sbagliato: quando basta una bestemmia a rovinare i buoni propositi di una giornata intera.

Essere poeta pieno di silenzi non vuol dire ‒ me ne accorgo soltanto ora ‒ udirsi per davvero. Abitare il silenzio a volte non è un ascolto, ma una necessità. Di questa necessità io ne ho fatto virtù, nel tempo, imparando una solitudine dalla solitudine.

Pur tuttavia, mi trovo in sintonia con Turoldo quando, citando Moltmann e la sua Teologia della speranza, ci rende partecipi di una distinzione fondamentale: ovvero, che un conto è l’avvenire, e un conto è il futuro. Dei due si preferisce il secondo, poiché il futuro è fonte di speranza, mentre il primo, l’avvenire, non può che condurre verso la morte. Perciò, se in questo mondo non si può che disperare, è all’altro, all’al di là, che ci si affida con speranza. E non escludo affatto che entrambi i mondi si compenetrino, entrando nella danza del tempo. 

Firmando quasi sempre le mie lettere e le mie dediche con il motto “in speranza immortale”, forse non mi accorgo fino in fondo di quel che cerco, e che, probabilmente, ho già sotto il naso. Non me ne accorgo, perché avviluppato dagli eventi negativi che guardo come tali, tentando di affrontarli con furia, e quindi perdendo in partenza. Eppure vorrà dir qualcosa se ho vissuto e vivo come quel prete poeta, che preferiva essere “Piuttosto nel fumo delle bettole / o tra canti di negri / nella foresta, o bestemmie / di operai senza lavoro, / dove Cristo è più onorato / lì fermarmi / per trovare pietà.”

È forse questo che vuoi trasmettermi, caro amico e fratello (Davide anche tu), volendomi bene più del dovuto? Me lo chiedo, per quella stessa pietà e compassione che fanno di noi poeti uno sguardo sul futuro, un ponte sul presente. Non ho trovato da nessun’altra parte uno sguardo così attento e presente sulla mia persona. Nessuno mai mi aveva guardato con la stessa autorevolezza di un padre e di una madre. Tu, e pochi altri fedeli d’amore, alzate la qualità della mia vita fatta e finita per la letteratura. Ciò che dico e al contempo provo, non è sogno. È, caso mai, quel vivere intensamente la poesia, che fa dei nostri sensi una ragione di esistenza pur dentro la morte.

Giorgio Anelli