“Manicomio! Manicomio!”. A 100 anni dai “Sei personaggi”: la rivoluzione a teatro

Posted on Gennaio 24, 2021, 8:18 am
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“Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre ‘qualcuno’. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere nessuno”.

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Li portano più che bene, i loro anni. Certo, si potrebbe obiettare che in realtà se si va a suddividere il secolo di storia per le “parti” in scena, si avrebbe a che fare con una pletora di giovincelli di nemmeno 17 anni (età che si abbassa se si include anche Madama Pace). Ma l’artista, l’autore, il poeta, di certo non ci ha pensato quando nel 1921 la sua ardimentosa e difficile commedia ha fatto il suo debutto al Teatro Valle di Roma. Il pubblico borghese non l’ha capita, ovviamente: abituato ai testi consolatori o futuristi o – ancor peggio, “classici” -, la storia di una manciata abbondante di figuri che cercano di ottenere una dignità sociale fischiava nelle orecchie benpensanti e ingioiellate come un treno a vapore. Chiuso il sipario, dalla platea capitolina si alzò un grido: “Manicomio! Manicomio!”. Non avevano tutti i torti, i “riccosi” presenti: nessuna storia rappresentata (se non nello spunto iniziale, le prove de Il giuoco delle parti), nessun vincitore, nessun triangolo borghese, nessun eroe del passato, nessuna badessa da accusare, nessuno di nessuno. E poi quella “forma” strana: un dramma senza atti né scene ma solo due interruzioni che sembrano casuali. Troppo, decisamente troppo.

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Alla prima, tra il pubblico, c’era pure Arnaldo Frateili (che poi divenne uno dei biografi dell’autore) che qualche giorno dopo scrisse sulle pagine di “L’idea nazionale” queste parole: “La lotta tra plaudenti e disapprovanti ha toccato intensità sonore mai raggiunte”. E c’era anche Adriano Tilgher che sul quotidiano “Il Tempo” annotò: “Moltissime chiamate alla fine del primo e del secondo atto, alla fine del quale Pirandello fu evocato alla ribalta, non so più quante volte. Ma, a dir vero, fu successo imposto da una minoranza ad un pubblico disorientato e perplesso, e, in fondo, voglioso assai di capire. Al terzo atto però, il più fiacco di tutti, e che finisce in modo assurdo, si scatenò una tempesta cui i fautori del lavoro tennero validamente testa. E così finì una serata che fu veramente di battaglia per tutti, per l’autore, per gli attori, pel pubblico e, anche, pei critici”.

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Luigi Pirandello, chiuso il sipario, nasò il brusio e lo scontento e si rifugiò nei camerini per un’ora buona. Quando uscì dalla sua tana fu oggetto di un lancio copioso di monetine e insulti. Il debutto, che vide sulle assi del teatro la Compagnia Dario Niccodemi (in scena c’erano anche Vera Vergani e Luigi Almirante), fu un flop. Andò meglio ai “figli”: la mano magica del regista Georges Pitoëff lavorò cesellando il testo e i tempi e propose l’opera al pubblico di Parigi. Fu un successo “da tirare giù i muri”.

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Un palcoscenico “com’è di giorno, senza quinte né scena, quasi al buio e vuoto”. L’impatto non fu certo semplice: ti aspetti le scenografie e ti trovi davanti un vuoto da colmare. Logica quindi la disapprovazione iniziale (bei tempi quando il pubblico si sentiva in dovere di “buire” se una cosa non gli andava a genio; oggi è tutto “bello e interessante” e gli applausi scrosciano anche quando lo spettacolo proposto meriterebbe un lancio di pantofole, uova marce, ortaggi “fiapi”, orecchini, guanti di disfida), motivata quella finale: perché un personaggio dovrebbe recriminare una vita quando è stato scritto per vivere a teatro?

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Per Peter Szondi “è un fatto che i Sei personaggi in cerca d’autore hanno trasformato la percezione stessa del teatro, lasciando in ognuno di noi come un lungo brivido che si rinnova ogni volta che si alzi un sipario. Pirandello, ha scritto Ferguson, ‘vede la vita umana stessa in quanto teatrale’. Egli inverte la convenzione del realismo moderno; anziché pretendere che il palcoscenico non sia affatto palcoscenico, ma il salotto familiare, pretende che il salotto familiare non sia reale, ma un palcoscenico contenente molte realtà”.

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Il sipario si apre su un palco nudo. Gli attori stanno preparando il secondo atto de Il giuoco delle parti (capolavoro assoluto) quando un inserviente del teatro dice al capocomico che stanno per arrivare sei personaggi: vogliono raccontare il loro dramma, pensato dall’autore che li creò, ma mai vissuto fino in fondo. Il capocomico però preferisce gli attori ovviamente. Peccato che la loro interpretazione non convinca i personaggi che, vista la scarsezza degli attori, rappresentano il loro dramma familiare. Il Padre, un uomo che nel 1921 aveva 50 anni e che era considerato “di mezza età”, spiega di aver abbandonato la Moglie e uno dei Figli per far sì che la Donna potesse ricostruirsi una nuova vita con l’amante, il segretario di casa. Ma all’improvviso il segretario muore così per sopravvivere la Madre e la Figliastra trovano impiego nell’atelier di Madama Pace che, non contenta di come lavora la Madre ma abbagliata dalla bellezza della Figliastra, propone alla giovinetta di far girare la testa agli uomini. Le chiede di fare la zoccola. Tra i clienti (com’è facile immaginare) c’è anche il Padre. Il capocomico, convinto dell’effetto della scena, la fa subito provare agli attori ma, a causa dell’eccessiva artificiosità della rappresentazione, la Figliastra scoppia in fragorose risate, convincendo il capocomico a permettere che i personaggi stessi rappresentino se stessi sulla scena, perché gli attori non sono in grado di vivere appieno le emozioni provate dai personaggi veri.

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Il pathos si interrompe: il macchinista, “per sbaglio”, fa calare il sipario. Alla riapertura l’ambientazione è cambiata: siamo in un esterno, in un giardino. Il Figlio, che doveva fare da babysitter alla Bambina, scopre che la piccola è morta affogata. Sgomento, tira fuori una pistola e si spara un colpo. Finzione o realtà? Se fosse stato l’attore, la prima. Per il personaggio invece la seconda. Il finale non lo sveliamo.  

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Nei Sei personaggi in cerca d’autore Luigi Pirandello abbatte la quarta parete, ovvero il “muro” tra gli attori e gli spettatori. Forse è per questo che la platea del teatro Valle, cento anni fa, gli tirò le monetine: volevano che quella parete venisse ripristinata al più presto.

Alessandro Carli