Il suo nome significa candore. A 10 anni dalla scomparsa di Pina Bausch

Posted on Luglio 03, 2019, 10:09 am
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Esattamente dieci anni fa la più grande coreografa del mondo ha deciso di andarsene, lasciando una straordinaria eredità movimentale.

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L’ha capito Wim Wenders, non il primo che passa. E a lei, al cigno che fumava, ha dedicato un documentario. Il mondo gira – anzi, danza – a passo di Pina Bausch.

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Al “Sadler’s Wells Theatre” (fermata Angel), il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch qualche anno fa ha messo in scena “Vollmond (full moon)”, che per chi ha visto il film, è lo spettacolo sull’acqua. Dell’acqua. Il Sadler’s è un posto che in Italia nemmeno ci sogniamo: è la Scala della danza, a livello mondiale. E il pubblico, molto british in ogni sfumatura, è attento, e certi capolavori non li perde: i biglietti per le due serate di mise en scene, sono stati polverizzati nel tempo di due respiri.

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L’evento Pina Bausch, a due lustri dalla scomparsa dell’artista, è in crescita: il suo nome significa candore. E qui, a Londra, il pubblico, riconosce la luce vera. Lo fa sempre, quando si presentano le stelle. Ludovico Einaudi alla “Royal Albert Hall”. Nel 2012 il corpo di danza tedesco, che ha scelto lo scrigno di questo teatro ai margini di theatreland (Leicester square) per divulgare il verbo del corpo bagnato.

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Gli orari degli spettacoli sono insoliti per noi italiani: sera, ma alle 19.30. Il sole è già tramontato, ed è pronto per brillare in scena. “Vollmond” (anzi, come lo avrebbe chiamato la stessa Bausch, “Stuck”) è una luna piena di movimenti, corteggiamenti allegri, giocati sull’acqua, elemento primordiale di purificazione.

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La scena è sormontata da una grande roccia, forse caduta sulla terra, che fa da simulacro, elemento totemistico attorno al quale i danz_attori realizzano una tribalità spirituale, fatta di gesti e di sospensioni, semplicemente meravigliosa. Dal cielo piove acqua, e il profumo elementare del filosofo presocratico Talete scandisce ritmo e azione.

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Il resto, è la vita dell’essere umano, fatto di quotidianità rituale solo all’apparenza banale, corteggiamenti, leggerezza, scontri sessisti, incolmabili strappi tra l’uomo e la donna, amore. Soprattutto amore, nell’accezione di sentimento che si compie. Così, per due ore e 20, la goccia d’acqua incontra un’altra goccia, e non forma mai due gocce ma sempre una goccia più grande (non è mia ma dell’ottimo Tonino Guerra): corpi che diventano lievi, bagnati, trasparenti, con le mani che mulinellano l’aria, e lo spazio rompe gli argini – antico fiume di coscienza – per defluire verso la platea, e poi demolire la quarta parete, bagnare gli occhi, sedimentarsi dentro al cuore, stamparsi nella mente.

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Assoli bellissimi e dialoghi a più gesti, sensualità e raffinatissimo erotismo, ma anche tanta dolcezza e innocenza, accompagnati per mano da un tappeto musicale di primissimo ordine, su cui spiccano le sonorità del Balanaescu Quartet e soprattutto della mantrica “Lilies of the valley” di Jun Miyake. La standing ovation che tutto il Sadler’s ha dedicato allo spettacolo e alla compagnia è la conferma il verbo della sacerdotessa è immortale, e che questo lavoro è un evento unico, come la nascita di una nuova vita.

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Recensire Pina Bausch è impossibile: “Vollmond” non si può raccontare ma solamente vivere, se si ha la fortuna di poterlo fare.

Alessandro Carli