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“Se la metropoli alveare davvero serve agli uomini/ per vivere meglio o non piuttosto al re di turno per meglio possederli”. Indagine su Pietro Berra, un Walden metropolitano

Si potrebbe dire della poesia di Pietro Berra la stessa cosa che H. D. Thoreau scrisse nel suo capolavoro Walden come definizione di un’esistenza non sprecata: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto”. Una poesia che – come la vita – dovrebbe avere come unico compito quello di far risaltare i tratti essenziali e accantonare quanto più è possibile il “superfluo”, non perché esso debba necessariamente essere demonizzato ma perché, con un diverso cambio di prospettiva e di visione, ci si possa accorgere che in fondo la vera “ex-istenza” sta/corre/fluisce (anche seguendo l’etimologia del termine) sotto o al di fuori del “flusso” di tutte le cose inutili di cui potremmo anche fare a meno, ritornando così all’“ex-senziale”, ovvero a ciò che sta fuori, alla Physis greca, alla fisicità appunto dei luoghi che si trovano al di fuori delle nostre menti occidentali ormai logorate dal consumismo, cercando di vivere in una maniera quasi più francescana e sperimentandosi concretamente con la semplicità.

L’intento fondante della poesia di Pietro, specie nel suo ultimo volumetto L’indifferenza del cinghiale. Poesie e visioni dalla quarantena (I Quaderni del Bardo edizioni, 2020 accompagnato dalle splendide fotografie in bianco e nero di Mirna Ortiz Lopez e dello stesso Berra. Prefazione di Stefano Donno) è proprio la riscoperta dell’elemento fisico e naturale intorno a noi, nel tentativo utopico ed estremo, pertanto potentissimo, di rifondare una sorta di “ecologia della mente” che consenta all’uomo moderno di abitare con maggiore grazia questo pianeta e non solo “esserne abitato” come più spesso accade. D’altronde se quella radice -eco si accostasse una volta e per tutte alla più ampia scala del pianeta – e non solo alle nostre singole dimore – probabilmente potrebbe instaurarsi col passare del tempo un maggiore rispetto delle risorse e dell’ambiente che ci circonda: “Abito il bosco da nove anni, ma lui/ da molto prima mi abitava./ Dalla nascita, forse.// Il mio dio ha la pelle verde,/ eppure viene dalla Terra/ più di chiunque altro.≫ Divinità (p. 45), e ancora: “In questi giorni raccolgo/ con la stessa dedizione/ le pietre scivolate dal pendio./ Minaccia per la nostra casa, oggi,/ muri, domani, per rifondare una cattedrale/verde.≫ Pietre (p. 43).

La riflessione dell’autore, avviata con più insistenza e lucidità proprio nei giorni della quarantena primaverile, permette di ampliare la visione alle modalità di concepire gli spazi abitativi nate più pervicacemente con le prime rivoluzioni industriali ed esplose con la massiva industrializzazione prima, e proseguite in maniera esponenziale poi, all’alba del processo di globalizzazione. Il modello metropolitano e accentrante mostra ai nostri giorni le sue falle geografico-logistiche in primis, ma anche di gestione politica “sanitocratica”, ancor più acuite in occasione del manifestarsi del recentissimo coronavirus (basta ripensare seriamente al tanto decantato, poi famigerato “modello Lombardia”): “E dopo tutto questo date almeno/ legittimità al mio chiedervi/ se la metropoli alveare/ davvero serve agli uomini/ per vivere meglio/ o non piuttosto al re di turno/ per meglio possederli.” (p. 29).

Come ben mettevano alla luce gli studi condotti da Ostfeld negli anni Settanta e Ottanta, e riportati più di recente nel capolavoro di divulgazione scientifica Spillover di David Quammen (Adelphi 2014), sappiamo che “un’area più estesa con una maggiore varietà di ambienti naturali permette la sopravvivenza di molti più tipi di creature” (p. 267); e ancora: “Sappiamo che una passeggiata in un piccolo appezzamento boschivo è più rischiosa di una gita in un bosco più grande” (p. 268).

Questo porta al fatto che “una zoonosi può diffondersi con maggiore probabilità in un ecosistema minacciato e frammentato rispetto a uno intatto e pieno di biodiversità” (p. 269). Forse in un immediato futuro la soluzione sarà proprio quella di ripensare il modello città, calmierando periodicamente il fattore della “dimensione critica di popolazione”, per mantenerla costantemente sotto una soglia sufficiente alla non-replicazione dei “cicli epidemici di contagio”, in parole povere ritornare alla dimensione dei paesi e delle comunità più ridotte?

Del resto anche la natura lotta ogni giorno per la propria sopravvivenza in uno scontro infinito e costante che abbraccia tanto la fauna quanto la flora (cosa meno risaputa ma scientificamente ormai appurata), come scrive meravigliosamente Peter Wohlleben nel suo La saggezza degli alberi (Garzanti, 2017): “Nella foresta vergine, la pianta madre mette in atto una selezione naturale dosando con parsimonia la luce in modo che sopravvivano solo gli alberi più forti” (p. 61) e Berra lo sa perfettamente quando scrive: “nel bosco, dove castagni secolari/ levano al cielo gigantesche braccia/ nude e inghirlandate di rampicanti/ che li scalano senza pietà/ per coronare il sogno di diventare alberi” Castagni (p. 37); d’altronde si può anche imparare l’arte dell’attesa – e la lezione è a maggior ragione in questo nefasto periodo valida soprattutto per l’uomo – visto che possono esserci tempi anche lunghi o lunghissimi per prendersi i propri spazi o rivincite, se è vero che “le pigne della douglasia nell’Oregon aspettano chiuse per una ventina di anni, dopo un incendio, prima di aprirsi e rilasciare i semi sul terreno ripulito” (p. 74 Wohlleben).

Sono tempistiche pressoché sconosciute alla velocità dell’odierno uomo ipercinetico, che ha però quasi del tutto perso la facoltà della continua scoperta, del guardare al di là del proprio naso e delle proprie pseudo-necessità immediate, uomo che dovrebbe tornare invece un po’ più a camminare e molto meno a correre perché, come scrive Thomas Bernhard: “Cerchiamo sempre tutto nelle immediate vicinanze, questo è un errore” (Camminare, Adelphi 2018, p. 39). L’augurio finale con cui ci lascia Pietro nella sua poesia forse più riuscita Dorsale (p. 61) è allora proprio questo guardare oltre per sentirsi parte del “tutto”:

Un giorno la faremo tutta di notte

partendo da casa

come in un sogno.

Cammineremo col muflone e col cinghiale

con la volpe e la faina

compagni di un viaggio

all’origine del bene e del male.

Cammineremo tutto il buio

che ci è stato concesso.

E arriveremo alla punta spartivento

in tempo per vederci sorgere

soli.

Diego Conticello

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