“La sola cosa da capire è che non c’è niente da capire, che si muore come si nasce, per caso”: discorso sul talento di Philippe Forest

Posted on Agosto 22, 2019, 10:21 am
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Spesso si legge di una società di rivali senza scrupoli, di terribili egocentrici, di gente che lotta solo per un tornaconto. Papa Francesco, di recente, ha invitato ad abbandonare ogni spinta verso la vanagloria anche da parte di chi usa i guanti bianchi. Ma c’è il rovescio della medaglia: chi si lascia andare ad un modus vivendi multifattoriale, ad una disforia che inaridisce l’io e lo annienta.

Philippe Forest scrive del pieno e il vuoto del malessere e dell’eclissi umana, della selva oscura dantesca, della voragine priva di luce che si apre nel limite estremo dove tutto precipita, non solo il protagonista del romanzo dell’autore del capolavoro Tutti i bambini tranne uno (edito in Italia, per la prima volta, da Alet nel 2005). Sono questi i temi addipanati in una malattia spirituale contagiosa, che diffonde un sintomo sinistro, bieco, un canto silenzioso (“Il grande dolore è muto”, ricordava Seneca). Malattia per la quale non esiste diagnosi, né cura medica.

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Piena (Fandango 2018) riprende di nuovo l’assolutezza dell’incubo di Philippe Forest, narratore, critico letterario e professore di letteratura all’università di Nantes. Viviamo nel regno dei finali drammatici: occorre accettare coscientemente l’esperienza del dolore per toccare il senso vero della gioia e dell’amore, quando non si hanno più ambizioni e desideri? Forest è razionale e sensoriale. Razionale quando descrive il dato tangibile dal quale parte, sensoriale nell’intuizione soggettiva, interiore. In questo libro vivere in un quartiere periferico e quasi del tutto abbandonato combacia con il credere, all’inizio, nel ritrovamento delle proprie radici perdute nella città di una volta. Invece tornare vuol dire esiliarsi, specie se un fiume straripa con veemenza e riempie le strade, le metropolitane, le piazze, i piani dei palazzi, al punto che ciò che resta a galla sembra una zattera che fluttua in un mare lugubre, mortifero. Succede una volta ogni cento anni che i quartieri vengano riempiti da una cascata irrefrenabile di pioggia, da un velenoso nubifragio. Dietro la storia di Philippe Forest c’è un uomo che guarda la città spettrale, fangosa (Parigi?), scesa in un corteo di ombre. “Si è spesso vicini di casa dell’inferno senza saperlo. Anche quando salta agli occhi il contrario, si cerca di convincersi che non esiste. Io abitavo nel luogo più basso della città”.

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Il posto è soggetto ad una strana forza gravitazionale che inghiotte sempre più giù i malcapitati, misere espressioni di un mondo angosciato da venditori di droga, prostitute, protettori, “un popolino di derelitti e reietti”. Ma non è neanche questa la “piena” di Forest, il male delle persone e delle cose. Come non lo è una seconda città, sopraelevata, lussuosa, che sta nascendo, che domina grottescamente il paesaggio. È, invece, l’incubo dei vicini, spossessati di beni e affetti, smarriti, anonimi quanto anestetizzati sulla scia di un’esistenza monotona come quella dei sudici piccioni, vittime dell’epidemia, del batterio del tempo sospeso nello sconquasso, prima di mettere piede, definitivamente, nel terreno dei vinti senza la forza di cogliere un’altra occasione. “Da quando mia figlia era morta, vivevo nel vago. Non riuscivo a fissare la mia attenzione sui fatti e le cose che compongono la materia di ogni esistenza. La mia stessa vita mi appariva come quella di un altro che l’avesse vissuta al mio posto, qualcuno con cui intrattenevo rapporti decisamente sporadici”. L’io narrante è chiuso in una specie di “segregazione mentale” e non ne esce. Un’inattività degradante al pari dell’abuso di alcol e della malnutrizione, dove le voci sono lamenti, i lamenti richieste d’aiuto a non si sa chi. Ma questo torpore, questa dissolvenza, cosa resuscita, se non conduce direttamente alla morte? Un caos simultaneo e un presente ostile, un’usurpazione che prende consistenza come una bestia feroce, famelica. L’eccesso di solitudine viene incarnato da un uomo e da una donna alloggiati nello stesso pianerottolo della casa del protagonista. Lui elabora teorie filosofiche sulla scomparsa delle persone, lei suona dolcemente il pianoforte. Lui diverrà un amico petulante, lei un’amante temporanea.

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Philippe Forest domina il tempo assente e lo spazio neutro, lo stesso degli smarriti. Questi soggetti non fanno domande, parlano portando addosso, come un vestito liso, “tenebre gelate”. Infine se ne vanno. In questi momenti lo scrittore sottrae abilmente al mondo la realtà e inietta un’aria soporifera, un “aspetto inverosimile”, eppure cogente. Sulle identità dei fantasmi di cui scrive pesa un’oscura e implacabile maledizione, “condannati a rifare sera dopo sera gli stessi gesti, a ripetere gli stessi discorsi”. Il pozzo senza fondo è l’accidia che si propaga tra i cantieri e le nuove costruzioni sopraelevate, simbolo di una rapida, implacabile decadenza. La terribile minaccia annuncia l’apocalisse che riempie di torrenti un’immaginaria capitale ridotta a cloaca, accerchiata da un nemico limaccioso che non si può combattere. Dall’alto, sul tetto di uno stabile, lo specchio d’acqua stagnante riluce rendendo il malessere, paradossalmente, uno spettacolo della natura. In Tutti i bambini tranne uno Philippe Forest scrisse una frase che potrebbe concludere anche questo romanzo, certamente figlio del primo: “La sola cosa da capire è che non c’è niente da capire, che si muore come si nasce, per caso. Ma questa verità appare impensabile, troppo cruda. All’assurdo nero preferiamo una favola qualsiasi”.

Alessandro Moscè