Philip Roth è morto, onore a Philip Roth. Più che parlare a vanvera, conviene leggerlo a dovere. Ecco come e dove

Posted on Maggio 23, 2018, 8:46 am
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Philip Roth è morto. Onore a lui. Il massimo scrittore statunitense. Coscritto di Cormac McCarthy. Fiumi di parole. Uragano di coccodrilli. Noi preferiamo far parlare lui. Attraverso due brani dai due libri maggiori, “La macchia umana” e “Everyman”. Dell’ultimo libro di Roth, una raccolta di saggi, “Why Write?”, abbiamo scritto qui. La sovrana fonte di Roth? Il libro di Giobbe.

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Perché per lei è come per ognuno. Perché la più inquietante intensità della vita è la morte. Perché la morte è così ingiusta. Perché quando uno ha gustato il sapore della vita, la morte non sembra neppure una cosa naturale. Io credevo, dentro di me ne ero certo, che la vita durasse in eterno.

I suoi genitori erano vicini al perimetro del cimitero, e ci volle un po’ di tempo per trovare le loro tombe accanto all’inferriata che separava l’ultima fila da una stretta traversa che sembrava un parcheggio di fortuna per i camionisti che facevano una sosta uscendo dall’autostrada. Negli anni passati dall’ultima volta che era stato lì aveva dimenticato l’effetto che gli faceva a prima vista la pietra tombale. Vide i due nomi incisi là sopra e fu sopraffatto dallo stesso tipo di singhiozzi che assalgono i bambini piccoli e li lasciano svuotati e senza energia… Erano ossa e basta, ossa dentro una bara, ma le loro ossa erano le sue ossa, e lui andò a mettersi più vicino a quelle ossa che poteva, come se la vicinanza potesse unirlo a loro e mitigare l’isolamento scaturito dalla perdita del futuro e ricollegarlo a tutto quello che se n’era andato. Per i novanta minuti successivi quelle ossa furono la cosa che contava di più. Furono l’unica cosa che contava, nonostante l’influenza dell’ambiente degradato dove sorgeva quel cimitero abbandonato. Una volta riunito a quelle ossa, non poteva più lasciarle, non poteva non parlare con loro, non poteva che ascoltare quello che dicevano. Tra lui e quelle ossa c’era un rapporto molto stretto, molto più stretto di quello che esisteva tra lui e le ossa non ancora spolpate. La carne si dilegua, ma le ossa durano. Le ossa erano l’unico conforto che esistesse per uno che non credeva nell’aldilà e sapeva con certezza che Dio era un’invenzione e che questa era l’unica vita che avrebbe mai avuto.

da Everyman

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Ho passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana – disse, ma senza ripugnanza né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza che nutriva il serpente: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo.

da La macchia umana

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