Philip Larkin: “Vorrei un grande archivio con le voci dei poeti (compresa quella di Shakespeare)”

Posted on Febbraio 21, 2020, 11:30 am
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Il 2 febbraio 1962 la rivista britannica New Statesman dà spazio a Philip Larkin. Il bibliotecario che all’epoca ha pubblicato, tra romanzi e raccolte poetiche, così poco da potersi contare con una mano, parla delle voci dei poeti. In seguito avrà le sue colonne per raccontare degli eroi nazionali, discorrendo dei carteggi di Thomas Hardy e del poeta Rupert Brooke (morto nella Prima guerra a 27 anni), e poi per bellezza della Dickinson e di Tennyson.

Insomma, la rivista che non fece parlare George Orwell quando questi le inviava il reportage da Barcellona era comunque magnanima. Forse era un piccolo strumento del KGB.

Sia come sia, New Statesman oggi espone diversi cimeli di Larkin con questa precauzione: “nonostante le pagine letterarie di New Statesman attraessero negli anni una vasta gamma di recensori, il permaloso e politicamente ambiguo Larkin non sembrava essere un recensore ideale. Eppure i suoi contributi occasionali trascendevano tutte le nozioni di politicamente corretto. Aveva uno humour freddo ed acuti doti critiche”.

In particolare, nel pezzo del ’62 riflette sui pro e i contro di godersi la voce del poeta in originale. Mentre leggevo mi sono ricordato di un salesiano che insegnava latino & ping pong e sognava, per averlo letto su una rivista, che un giorno avremmo ritrovato nello spazio le voci di chi millenni fa parlava in latino con la pronuncia corretta. La traduzione è anche per lui. (Andrea Bianchi)

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Philip Larkin, Voci di poeti

Se solo la storia della tecnologia si fosse allacciata un po’ meglio con la storia della letteratura starei ora al mio tavolino, con grande riverenza, a sentire un disco inciso dal Globe che manda nell’aria Will Shaxper: Sundrie Sonnets (registrazione e supervisione del Lord Veralum) e, dopo una pausa di scricchiolante vertigine, avrei sentito un Elisabettiano pressoché incomprensibile dire queste parole “Dalle creature più magiche desideriamo crescere anche noi / E che quindi la rosa non abbia mai da morire”. E che potrei ricavarne? Concedetemi, di grazia, il valore del souvenir: sarebbe affascinante come una fotografia, o come quel boccolo di Keats che l’amico Morgan riuscì a tagliargli. Ma se poi vado a sentire gli accenti del Warwickshire del celebre Will (Shakespeare) e di Wordswoth la rilevanza di quelle poesie che fine fa? Una volta che l’eccitazione è svanita? E se poi mi capitasse di sentire l’accento del Lincolnshire di Tennyson mentre declama The Northern Farmer?

Ma forse sono già arrivato a metà. Il fatto è che quando si menziona la poesia recitata tutta la mia rabbia da antiquario prende a ribollire al pensiero che prima del 1928 c’erano legioni di tenori e soprano che venivano registrati e immortalati e però nessuno pensava di preservare, per dire, Hardy o Lawrence. C’è chi la vedrà diversamente da me. (…) Insomma una poesia è qualcosa che andrebbe portato in vita con una performance? Oppure possiamo fare nostro il dubbio di Dylan Thomas su quel business “di viaggiare 200 miglia solo per recitare, con la mia voce fruttata, poesie che non sarebbero altrimenti apprezzate e potrebbero, a ogni modo, esser lette nei libri?”

Vi sono un paio di distinguo da fare prima di rispondere. Primo, per quanto il mezzo fosse appropriato per le ballate nelle sale confusionarie o per un Omero che attaccava il pezzo sulla sua lira nuova fiammante, un’applicazione pubblica della lettura alle poesie moderne, meditative e non comuni mi farebbe male come un coro di centinaia di boy scout che recitasse The Lake Isle of Innisfree di Yeats. Tornare alla lettura pubblica mi pare una regressione, come muovere le labbra mentre stiamo leggendo in silenzio. Non che mi aspetti il consenso totale: molti poeti sono noiosi e paranoici, e quegli assembramenti impuri noti come letture di poesia sono un nuovo, fantastico modo di essere noiosi in modo paranoico. Ma questo perché il mio primo assioma è che la poesia moderna in forma discorsiva è che lei sia semmai del genere che viene bisbigliato nell’angolo (o negli angoli, al giorno d’oggi) dall’hi-fi.

Secondo punto, chi leggerà la poesia? Il prezzo da pagare perché una poesia sia ricreata nell’elemento entro il quale fu concepita (come dicono) è un nuovo fattore, il lettore, che si frappone tra me e la poesia. Non la leggerà con l’enfasi che userei io e questo potrà irritarmi. O magari avrà quel tono di voce che associo con il classico Frank, quello giovane, con gli occhi castani. O, se il lettore è una signora, potrebbe usare quel tono così rinomato tra donne che indica che ogni atto dell’enunciazione del poema è da lei percepito come un indovinello incredibilmente osceno. Tutto sembra essere uno svantaggio. Ma se immaginiamo che a leggere sia l’autore? Qui sorge un altro contenzioso: uno può legittimamente aver da ridire su come un autore legge la sua poesia? Non ci sta fornendo, questo signore, una resa definitiva, autoritaria dalla quale sarebbe ‘sbagliato’ scostarsi?

Sì e no. Dovrei odiarmi se mi trovassi d’accordo con quel genere di critico che nega al poeta la suprema autorità riguardo al suo lavoro – dal momento che per il critico la spiegazione d’autore sarebbe un tentativo di limitare la suggestione della poesia – e per questo motivo dovrei prendermela se un autore leggesse un passo con fierezza, ironicamente, con humor, con tristezza e poi arrivasse qualcuno a recitarlo alla leggera, con tono pomposo, serioso, allegro, tutto il contrario di prima, come un Amleto in gonnella. (…) Di fatto, troppo spesso i poeti sono ingiusti con le loro poesie, e perché i lettori che hanno voci flessibili ed espressive e sono stati istruiti ad usarle dovrebbero rinunciare a mostrare quella musica che giace nella fredda pagina? Si è forzati ad ammettere che la cosa è legittima.

Pure, oggi che stiamo vedendo sempre più esempi di autori dare le proprie letture io dubito che un autore sia poi così incapace di leggersi. Ricordo, ad esempio, di aver messo su una registrazione di Mr Eliot che legge The Love Song of J. Alfred Prufrock per mostrare a un visitatore italiano com’era la sua voce e benché volessi fermarla dopo 30 secondi mi sono trovato a farla andare avanti sino alla fine. Eppure si sa che Eliot non era un buon lettore. Di nuovo, non c’è nessuno che gettasse via le proprie poesie con maggior sprezzante asciuttezza di Mr Graves, ma davvero vorreste che qualcuno ce le leggesse con un’intonazione voluttuosa? Penso di no. Prima di noi si diceva che lo stile è l’uomo. Noi potremmo aggiungere che la voce è lo stile. (…)

Rimane la domanda: la poesia recitata – dico di poesie lette dai loro autori che ci consentono di ascoltare senza distrarci – è una buona cosa? È meglio della lettura? Ancora non riesco a crederlo… La lettura ad alta voce non consente di scorrere eppure permette alla testa di andarsene a zonzo. E se la poesia non ci è familiare quanto è più difficile afferrarne la punteggiatura, la forma delle stanze e sapere a che punto finirà! Queste saranno pure obiezioni di qualcuno schiavizzato, senza speranza, nell’età della tecnica della lettura che sembra andata fuori moda. Forse non si tratterebbe di una regressione se solo avessimo guadagnato di nuovo l’abilità – che un Elisabettiano aveva – di ascoltare, cosa che gli consentiva di godersi Macbeth al modo in cui noi prendiamo il nostro Maigret. Ma quanto a me, alla fine, si tratta di un certo risentimento senza fine che mi prende se solo mi tolgono dalle mani il libro: voglio farlo per conto mio.

La poesia letta in pubblico è dunque una cattiva cosa – un trucchetto dei professori americani per pretendere la nostra attenzione, un pupazzo per insegnanti stanchi, un nuovo modo di incontrare ragazze? No, con altrettanta forza dirò di no. Benché rimanga convinto che il primo incontro del lettore con la poesia debba essere in silenzio attivo, un assorbimento della dizione e della costruzione delle stanze e allo stesso tempo la comprensione del significato in forma di parafrasi, con una conoscenza storica correttiva, dopodiché arriva il momento in cui ogni poesia che abbiamo realmente portato a noi vorremmo fosse letta dal suo autore. (…)

L’unica cosa certa è che le compagnie prenderanno a registrare i poeti e le poesie senza badar tanto all’estetica loro inerente, e per una volta tanto me ne starò zitto senza brontolare. Prendete ad esempio Authopoetry No 1 – British, e troverete le letture di poesie fatte da diversi autori. Si tratta di una registrazione ben fatta. Ora immaginate soltanto che una registrazione simile fosse stata effettuata nel 1598 – Thomas Churchyard, Robert Southwell, Thomas Watson, Anthony Munday, e – qual era il suo nome e cognome? William…?

Philip Larkin

*traduzione di Andrea Bianchi