“Avrebbe potuto essere un Walt Whitman pieno di ironia europea, invece: che fine ha fatto Auden?”: quando il malizioso Philip Larkin sfotteva il divino Wystan

Posted on Maggio 14, 2019, 8:50 am
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Occorre fare pulizia: di preconcetti, malintesi, cattivi pensieri. Primo preconcetto: chiunque sia fuori circolazione è un fallito, un miserabile. Secondo malinteso: Philip Larkin non è ben gradito in Italia. Terzo cattivo pensiero: se vai a vedere che tipo era, ti si accappona la pelle.

Smontiamo il preconcetto. Larkin non è fuori dalla portata democratica di chi apre il computer e si va a leggere queste sue belle lettere alla compagna Monica. Cade il preconcetto puritano che uno come Larkin, silenzioso, bibliotecario, noioso, che elogiava quando gli andava quei fetenti di destra come fosse un Carmelo Bene qualunque – sia anche un mentecatto. Era una persona come tutti.

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Ora mettiamo una mina sotto il malinteso. Martin Amis apprezza Larkin. Ora, Amis è scrittore inglese raffinato che odiando i suoi compatrioti spilorci, facili esaltatori del successo istantaneo, si è rifugiato per amor di paradosso presso gente più puritana ancora: è scappato negli Stati Uniti, da dove pontifica. Se sbirciate il catalogo Einaudi vedete che comprende una dozzina di suoi romanzi, due ne ha addirittura Mondadori. Ho detto “romanzi” perché, apriti cielo, se leggete i saggi vi prende un coccolone: un reazionario della più bell’acqua. Come con Vargas Llosa, finché si tratta di sentire le favole di uno scrittore, sta bene, appena si fa più esplicito qui da noi si storce il muso del salotto e si stampa a spizzichi e bocconi. Questo per Amis: figurarsi per quelli vecchi, come Larkin. Eppure, i due scrittori sono fatti per capirsi (leggete qui, quanto meno).

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E ora buttiamo per aria i cattivi pensieri. In attesa di avere a disposizione raccolte più organiche di Larkin, quando e se ci saranno, leggiamo una lettera di Larkin a Monica Jones del 5 agosto 1953. Ci servirà per inquadrare questo soggetto enigmatico, quando si troverà a parlare di un rebus vivente, Wystan H. Auden, e della sua caduta libera nel vuoto del successo. Ecco, Larkin aveva 31 anni e lei 30 tondi: “Sai, sono certo griderai, ma che ti ha portato a dire di politica, di quel che penso al riguardo? Ho detto per caso ‘il bosco di noi conservatori’? L’ho scritto da qualche parte? Mica posso dirlo, da nessuna parte – e poi riferendomi a cosa, a boschi, bambini, budella, birra? Davvero ti dico che il mio cervellino… ma spero di non dimenticarmi qualcosa delle due settimane passate. No: magari sto diventando sul genere di Montherlant, quello ‘che non perdona, ma dimentica, eccome se dimentica’. Speriamo di no. Comunque, non m’importa di quel che dici: tutto abbastanza ragionevole, chiaro, l’idea che covo le tue idee politiche e poi me le tengo può far ridere tutti, anche lo Stregatto. Sai che non me ne frega di politica: intelligentemente. Trovai che a scuola già litigavamo su tutto quel che si ripeteva in giro, quello che i pappagalli ripetevano sul Lavoratore, sull’Araldo di Pace, sul Club del Libro Giusto (io tra costoro, guarda caso: sapevo di dittatori, di marce in Spagna, lo ricordo bene ora) e poi ci contraddicevamo tutti e la cosa ci seccava sul serio. Venni alla conclusione che serviva una vera e propria ricerca per formarsi un’opinione su tutto e perciò abbandonai la politica intesa come argomento discorsivo. Vero che gli scrittori che mi hanno cresciuto o erano a sinistra o apolitici, e che non trovavo un singolo scrittore di destra che fosse degno di rispetto, ma chiaramente la maggior parte dei signori che ammiravo erano odiosi idioti o qualcosa di taroccato: quindi non so se il mio pregiudizio per la Sinistra abbia qui le sue origini, chissà. Ma se mi scocci a parlare di politica non è perché voglia fare il fesso su quel che tu rispetti come cosa sacra, bensì perché non so rispondere. Al solito, non ne so abbastanza”.

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Veniamo al punto. C’è un ottimo resoconto di Larkin su poesia e politica, è del 1960 e in superficie discorre solo del poeta, del gigante caduto, Auden; sotto sotto, senti come vadano affrontate le vicende sociali. Auden non faceva più sentire al lettore il vero interesse. Larkin affrontava la cosa in modo non troppo fazioso e questo non glielo perdonarono mai; sempre con la menata che bisogna ‘scendere in campo’, uno come Larkin che nelle lettere private scrive che fanno bene a respingere gli immigrati, ma che in UK non lo si può fare anche se c’è quel pazzo di Powell che lo vorrebbe – uno così sembra cavallo pazzo.

In realtà, i cavalli pazzi vedono quel che ci ostiniamo a nasconderci per paura di spaventare gli idioti che siamo. Ecco ad esempio altre cose che Larkin scriveva a Monica nel novembre 1951. Di qui alla poesia, ci vuol poco: “Penso che se qualcuno facesse una piccola ricerca sulle qualità proprie del sesso, verrebbero fuori, ben ordinate, crudeltà e bullismo. Ad esempio. Sembra che legare qualcuno al tuo desiderio sia la vera stoffa del sesso; legare per forza o negligenza se sei maschio, per disprezzo o mugugni se sei donna. E quel che è più, entrambi i lati prima o poi capiranno che questo non potranno averlo. Io non ci sto. Ho la sensazione che questo non voglia dire che non sappia godere del sesso nel mio modo sereno ma che non posso goderlo, punto. Come col rugby: o ti piace colpire e venir colpito, o la tua animuccia si acquatta e scivola via. Non si può godere serenamente del rugby”.

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Lo stesso vale per la poesia. Larkin, fosse un fesso conservatore e basta, direbbe: da quando Auden ha perso la sua vena politica che gli faceva cantare l’Internazionale, non è più in gamba (certo lo direbbe anche un ortodosso di sinistra). Ma il sale di Larkin è altra cosa: per lui ci sono i livelli di poesia, e nel saggio che leggete qui vi porta con mano a capire cos’è il successo.

Andrea Bianchi

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Che fine ha fatto Auden?

Ho provato a immaginare una discussione su Auden tra Tizio, che non ne abbia letto dopo il 1940, e Caio che non sappia niente di Auden prima del 1940. Dapprima i due si intendono su qualche aggettivo per delimitarlo – versatile, fluente, a tratti troppo intelligente – poi però si apre un bel gap mistificatorio tra i due, perché Tizio parlerebbe di un poeta sociale molto esaltante, tutto colpi di energia non letteraria, di un poeta dalla lucidità di frase riconoscibilissima; e Caio direbbe di un talento Americano coinvolgente, libresco, troppo verboso per essere memorabile e troppo intellettuale per trascinare. Tizio e Caio non andrebbero d’accordo sul carattere poetico, sta bene: ma ci sarebbe una profonda divisione di opinioni circa la sua statura poetica.

Solo un esperimento del genere ci fa afferrare quanto poco gli ultimi vent’anni abbiano aggiunto alla reputazione di Auden. E perché mai? Se è rimasto energetico e produttivo; i suoi lavori tardi mostrano la stessa prontezza di sperimentazione accoppiata con nuovi temi (nuovi e più maturi, in teoria); e non ha perso il suo humour. Eppure nessuno lo metterà in alto per Lo scudo di Achille; non più di quanto si giustifichi Swinburne per la terza serie di Poesie e ballate.

La comparsa della sua ultima raccolta, Omaggio a Clio, segna la chiusura della terza decade di vita poetica audeniana e non cambia il fatto che tutto quel che consideriamo di valore lo riponiamo nei suoi primi dieci anni, nei generici “vent’anni” che poi arrivano fino a “trent’anni”. E dobbiamo ricordarci delle sue virtù – retorica ad ampio raggio, liricismo continuo e ben teso, drammatizzazioni improvvise e ben salde – e dobbiamo far così per comprendere quanto la misura del suo successo stia nel fatto che la sua poesia stava dentro il suo tempo. Auden era certamente il primo poeta ‘moderno’ nel senso che sapeva impiegare tratti nostri di cui siamo incoscienti, come il vagone solitario alla fine di ‘Sullo smistamento autunnale’; ma era moderno avendo raccolto e posto in alto una sorta di nuovo Wordsworth, ed era uno sforzo di porre la poesia a servizio della classe lavoratrice quello che fece nel discorso memorabile dove toglieva le barriere tra Paradiso perduto e Il nostro compagno Dave. Queste visioni di Auden tenevano fermo che se il poeta non era integrato dentro le necessità storiche dell’epoca, sul genere del genio immunologo e dell’esploratore, altre figure tipiche, il suo lavoro sarebbe stato posto da parte, e meritatamente.

Pochi poeti da Pope in avanti sono stati così dediti al loro periodo. Questo per dire che per capire Auden ci sono chiaramente figure da tenere per domestiche come Bishop Barnes, la bara di Coghlan, Van der Lubbe e tutta la lista di ‘Ultime volontà e Testamento’ (Lettere dall’Islanda, con Louis MacNeice); ma troveremo pure la depressione post ’29, gli scioperi, chi marciava ed era affamato; troveremo la Spagna e la Cina; e soprattutto troveremo le qualità di un’epoca con le sue ossessioni: sempre lì a sentirsi inferiore alla classe lavoratrice, quel sentimento che ci sarebbe stato un nuovo impeto chissà da dove, però se sbirciavi dietro l’angolo vedevi il fascismo anche in Germania, insieme alla persecuzione ebraica, la raccolta di timore per la guerra successiva che poi era stata programmata a metà nel conflitto precedente.

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È precisamente questa sensazione scomoda, dominante e ubiqua, che sta al centro del verso di Auden e che lui era così abile ad esprimere. Quanto rapidamente, ad esempio, fece suo il simbolo dello “sforzo”, del “gioco che tende a diventare come la guerra”; in altri scrittori come in Auden questo concetto dei “due fronti” era usato a usura per indicare il vecchio contro il nuovo, il povero contro il ricco, il sano contro il malato, il cocoricò della lotta di classe della Spagna e della guerra. E laddove il conflitto era visto come risolutivo (Gli oratori) mentre gli anni Trenta si mettevano in maschera il disastro diventava più verosimile. In questa atmosfera la sensibilità di Auden si affilò e le sue sensazioni si ingigantirono, sensazioni non solo di Disperati a marciare in diecimila/ A cinque, sei, sette piedi da terra ma pure di come nelle case/ I piccoli pianoforte non suonano, e un orologio a muro fischia il suo sciopero.

Ho evidenziato queste similarità non per amor loro ma per far chiaro perché il sembiante di Auden divenne completamente fuori centro allorché cessò. Come sanno tutti, questo si verificò in due modi – scoppio della guerra nel 1939 e partenza di Auden per l’America pochi mesi prima. Perdette in un sol colpo il suo tema chiave con la sua emozione, l’Europa e la paura della guerra – e abbandonò la sua audience, la sua parlata, le sue preoccupazioni. Per un poeta dalla rotta e dal destino diversi, non sarebbe stato rilevante. Per Auden pare sia stato un danno irreparabile.

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La sua reazione immediata fu l’immersione nella letteratura. Prima di allora pochi scrittori erano stati citati nelle sue pagine – Lawrence, Owen, Katherine Mansfield – che era chiaro sulla sua preferenza: Se trovassi chi preferisca l’arte/ Alla vita e all’amore e alla purezza di cuore. Ora fu il diluvio. Non si può fare a meno di rilevare il salto di tono da queste parole del 1937 a ‘Il tipo socievole, il gottoso e il negoziante, i tre maestri supremi’ a quest’elogio di invocazione nella Lettera per l’anno nuovo del 1941: Grandi maestri che hanno mostrato al genere umano/ Un ordine che questo deve ancora trovare./ Ora una calma ben larga, maestosa/ La vostra presenza è così e non varia e disarma/ Le cupe generazioni

Auden non gira più attorno alla domanda ‘Chi sono i grandi?’ come faceva prima, ora c’è una qualifica per il poeta: devi chiedermi chi/ Ha scritto proprio come avrei voluto farlo io.

È diventato un lettore più che uno scrittore e i rilievi sugli autori (81 pagine di autori, 8 pagine di note sue) danno un avvertimento su quanto la letteratura stesse rimpiazzando l’esperienza come materia del suo verso. Gli autori erano James, Kierkegaard, Cechov, Rilke, Nietzsche, Goethe, Milton, Spinoza.

Qualche critico penserà che tutto ciò sia valido. Le conseguenze verosimili, tuttavia – perdita di vividezza, tendenza a tentare temi già esistenti in letteratura, un modo astratto di scorrere, come il vento – erano proprio quelle che portarono Auden a venir criticato. I suoi primi tre libri americani erano lunghi, ambiziosi, variegati stilisticamente, eppure tenevano l’attenzione del lettore solo a tratti (se la tenevano). Lo stracotto intellettuale che cresce come un rampicante della Lettera per l’anno nuovo era difficilmente più di un pianista che prova la tastiera aspettando il solista; Il mare e lo specchio, apparso nel 1945, fu un insuccesso e lo portava scritto nei geni; e sebbene in Per il tempo presente (sempre 1945) Auden lavori duramente per ricostruire il mito cristiano come materia poetica, cade spesso in freddezze (Muovi in noi la libertà/ Di quel che ci manca/ Del vero attuale) o insipidezze (Era giorno di visita per il vignaiolo). Quanto a L’età dell’ansia del 1941, non l’ho mai terminato, né conosco qualcuno che ci sia riuscito.

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Ora, al contrario di quel che a volte si suggerisce, non è un crimine scrivere poesia piatta o magari cattiva. Anche fosse così, Auden si è guadagnato una grazia molte altre volte. Nonostante l’amara delusione degli anni Quaranta per i suoi ammiratori, si trattava né più né meno di quel che ci si aspetta da chi vuol rifarsi tutto l’equipaggiamento poetico. La domanda era semmai: quanto tempo ci avrebbe messo? La sua produttività senza sosta, i successi intermittenti di Calibano ed Erode (Auden fu sempre brillante a imitare la prosa – scrisse Robusto per Nancy, corretto?) e i sonetti La ricerca davano adito a speranze. Se la poesia avesse tratto di nuovo linfa dall’ambiente intorno a lui e non dalle sue letture (e forse L’età dell’ansia fu il primo tentativo) allora avremmo avuto un nuovo Auden, un Walt Whitman newyorkese che vedesse la scena americana con lenti molate dall’ironia europea.

Dopo dieci anni e dopo quei tre libri si deve ammettere che la speranza sul nuovo Auden peccava di ottimismo. Vero, con Nones (1952), Lo scudo di Achille (1955) e ora Omaggio a Clio è tornato alla semplice poesia come mezzo: i suoi Supremi Vecchi Classici hanno ritrattato (benché rimpiazzati in certa misura da figure mitologiche rafferme) e i suoi temi sono diventati più personali e hanno più occasione di interessare. Auden ha preso a produrre un genere di poesia lunga e riflessiva in un tono stabilito dove ogni lato del suo soggetto è mostrato a piacere.

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Queste poesie sono saggi scritti con ingegno sui quali concordare, hanno un destinatario preciso rispetto alle escursioni precedenti come ‘Agosto per la gente’ o ‘Qui sull’erba brucata’ ma la loro pressione poetica non è alta – né, si capisce, Auden voleva che fosse così. Le leggiamo come riflessioni di uno scrittore che ha già praticato ed è stato celebrato, senza preoccupazioni particolari, libero di indulgere nei suoi gusti di lettura e di viaggio, e come tali le accettiamo. Nei fatti, Auden non è andato nella direzione che sperava: non ha adottato l’America né vi ha messo radici, ha perseguito bensì un sentiero individuale e cosmopolita che gli ha precluso quella sorta di immedesimazione che sembrava aver avuto tanta parte nei suoi successi precedenti.

Non c’è senso a dir questo a meno che non vi siano spiacevoli conseguenze sul piano poetico: si forgia un dialetto che la gente non parla, o col quale è forse solo Auden parla a se stesso. E poi, non possiamo evitare la conclusione che Auden, mai in pompa magna, sia diventato ora il meno serio di tutti. Per un certo periodo ha insistito sul fatto che la poesia sia un gioco con gli stessi elementi delle parole crociate: ‘la fortuna delle parole giocate’. Non serve essere dei romantici che questa attitudine verrà messa in pratica, e di nuovo sembra che Auden fosse più felice quando il suo lavoro conteneva una funzione sociale a lui estranea, e se poi sente che la poesia è fondamentalmente senza serietà in ogni caso, è un peccato che debba partire di qui perché la mancanza di intenzioni serie troppo spesso importa carenza di effetti seri.

Alla fine il nostro scontento scivola fin qui: Auden non tocca più le nostre immaginazioni. Mi sbilancio a dire che l’insicurezza specifica dell’Inghilterra prima della guerra ha affilato il suo talento in modi ad altri preclusi; detto altrimenti, una volta che ‘la prossima guerra’ fu arrivata sul serio, tutto parve essere in discesa. Ma questi sono solo sguardi verso il basso su eventi franati. Dopotutto, qualcosa lo ha portato a scrivere ‘Una preghiera del poeta’ nella Lettera per l’anno nuovo: Signore, insegnami a scrivere così bene che non vorrò più farlo. In ogni caso per noi è una perdita secca.

Philip Larkin