“Sto cercando di diventare mare”. La vita infinita di Sergio Claudio Perroni

Posted on Maggio 30, 2020, 10:27 am
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Conto fino a tre, conto fino a te, conto fino a tanto, conto fino a tutto, conto dalle cose perdute fino alle parole volate, fino alle scene tagliate, conto dalla caduta in là, dalla colpa in poi, dal ritorno in giù, conto dal dolore escluso, dal rimpianto compreso, dalla rabbia fino al buio, fino a e-ora-come-faccio, conto dall’amore a salire, dalla tristezza a scendere, conto da non-è-possibile e continuo fino al vuoto, fino a prima, fino a sempre, conto fino a ieri, fino a più, conto fino a zero. (Entro a volte nel tuo sonno).

Sergio è nato a Milano, da genitori siciliani della provincia di Messina   “sono profondamente e inequivocabilmente siciliano” e ha vissuto a Milano i primi dieci anni della sua vita. Poi c’è stata Roma. “Ho fatto il percorso dell’emigrante al contrario”. Intorno ai 30 anni si è trasferito in Sicilia “perché l’isola te la porti dentro, anche tuo malgrado”, e aveva scelto Taormina “perché a Taormina c’è tutto quello che manca altrove”.

L’Infinito di amare (pubblicato di recente da La Nave di Teseo) è un testo a cui teneva, e lo vegliava come si veglia il sonno di un bambino. Due figure ben architettate, di cui osservare le azioni senza il timore di trovarvi motivi. Come personaggi piovuti da una storia altrui.

Era una di quelle rare persone capaci di lasciare il segno e il sogno: una volta incontrato, restava negli occhi, nelle orecchie, perfino sulla pelle. “Lei ha un collo transilvanico di rara bellezza ed è un’alcolista. Beve di mattina. Però è di buone letture” (era un quarto a mezzogiorno). Era un appassionato della conoscenza. Amava la musica, andava dai B-52 a Beethoven passando per Gigi D’Alessio; “ma non dirlo a nessuno, o ti sopprimo!”.

Molti anni fa, mentre percorreva il corso del paese, una vecchina gli cadde in testa, e Luigi Serafini (l’autore del Codex Seraphinianus) eternò in un dipinto l’evento in seguito divenuto un racconto: Qualche anno fa mi si è suicidata in testa una vecchina. Non proprio in testa, altrimenti non sarei qui a raccontarlo; diciamo sulla nuca, più o meno. Nel senso che la vecchina, che aveva deciso di buttarsi dal terzo piano proprio mentre in strada passavo io, mi ha colpito col tacco dello zoccolo un istante prima di schiantarsi sul selciato. Se la mia camminata fosse stata appena più rapida, se fossi arrivato un attimo prima in quel metro quadro, la vecchina suicida mi avrebbe preso in pieno spezzandomi l’osso del collo… quell’episodio gli insegnò a guardare più spesso il cielo e a considerare ancora di più l’istante. “…Andrò a farlo sotto il balcone dal quale si buttò la vecchina, mancandomi di poco proprio per consentirmi di vivere tanto da potere conoscere l’amore e la gioia grazie all’incanto di mia moglie. Ma non so se riuscirò ad arrivare fin lì”. (È un passaggio della lettera che teneva in tasca il 25 maggio, destinata alla polizia).

“È tempo che passa o è tempo che arriva?” era un pensiero insistito, contenuto in ogni gesto e materializzato in una clessidra (CroNosoma) che lui aveva ideato e un artigiano realizzato.

Sognava di vivere su una linea di frontiera “quel pezzo di terra tra due bandiere” e faticava un poco a gestire gli aspetti elementari del mondo. “Scrivo le cose che vorrei leggere”. Ballava sui titoli di coda dei film (“Wow…, ti muovi bene!”, “Ragazzina?, prima che tu nascessi, mi chiamavano il negro bianco a me”). Editava tutto, dall’interlocutore a cena ai libri che leggeva, editava perfino i suoi sogni: li annotava sul suo diario e, tenendo fuori la psicanalisi, andava di segni in rosso: “questo passaggio non regge…, dialogo inverosimile”…

La penultima volta che l’ho visto eravamo sulla soglia di casa; ci siamo abbracciati come sempre facevamo come se non ci si vedesse da tempo, come se non ci si dovesse rivedere mai più. L’ultima volta che ho sentito la sua voce erano le 09.28 di sabato 25 maggio: “Nani? Non uscire. Fa un po’ freddo stamattina. Ti prendo io le sigarette” (quelle sigarette mi sono state poi consegnate al commissariato insieme ad altri effetti personali fra i quali un libretto con alcune nostre foto, “è molto bello. Questo, se dovesse succedermi qualcosa, viene con me”). L’ultima volta che l’ho visto, non l’ho visto, gli piangevo addosso.

Amava il mare. Per un trentennio, ogni mattina, sempre alla stessa ora, è andato in spiaggia a nuotare e a pedinare i voli dei gabbiani. In inverno indossava una muta da sub.

“Sto cercando di diventare mare”, mi disse un giorno. Adesso lo è diventato.

Cettina Caliò