Da Clitennestra a Villanelle, da Sylvia Plath ad Anna Karenina, perché siamo affascinati dalle donne estreme, assolute, perfino assassine?

Posted on Luglio 22, 2019, 12:10 pm
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Tra lo strazio e la bellezza, l’orrore che è conseguente alla meraviglia: ciò che lascia senza fiato e uccide. La donna assassina, appetita e ‘virile’ è attraente. D’altronde, ci si getta nell’amare con l’ansia di morirne: la donna offre l’amore e partorisce la morte. La legge dei contrasti bordeggia il divino.

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L’asse canonico è Clitennestra. Nata da Tindaro, re di Sparta, e da Leda – la donna che si unì a Zeus sotto fattezze di cigno –, fedifraga, ammazza Agamennone con sovrumana gloria. Il fatto ha liceità di vendetta: il re di Micene s’era convinto a sgozzare la figlia, Ifigenia, per invocare buona sorte sulla guerra di Troia. Piuttosto, è la cruda gioia con cui Clitennestra scotenna il marito a farne l’icona delle donne assassini, ribelli al dominio maschile. Così la tragedia di Eschilo secondo Ettore Romagnoli: “Gli stringo intorno, come a squalo immensa/ rete, la pompa di funerea veste:/ lo colpisco due volte: e con due ululi/ abbandona le membra: sul caduto/ il terzo vibro, e all’Ade sotterraneo,/ protettore dei morti, il voto sciolgo…/ e me colpisce con un negro scroscio/ di vermiglia rugiada, ond’io m’allegro/ non men che per la pioggia alma di Giove,/ nei parti della spiga, il campo in fiore”. Il genio dello scrittore è qui: il sangue è come rugiada, rallegra, dà la vita. Occorre che qualcosa muoia perché altro nasca. Dall’assassinio nascono i prati in fiore.

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Pur con periglio freudiano – “Brandendo il coltello la Villanelle di Killing Eve dimostra il desiderio di uccidere una forma di patriarcato del XX secolo proprio come fece Clitennestra 2500 anni fa” – la riflessione di Sean O’Connor (“Da Clitennestra a Villanelle: perché ci affascinano le donne assassine?”) è fascinosa e piena di dati. Esempio: “Nel 1849 Maria Manning, una cameriera svizzera, sparò al suo ex amante. Il marito, Frederick, lo finì con un piede di porco e seppellì il cadavere sotto le piastrelle della cucina. Il caso, aureolato da un’inebriante atmosfera di avidità e sesso, fece scalpore sulla stampa dell’epoca. Un editore riuscì a vendere 2 milioni e mezzo di opuscoli quando la Gran Bretagna contava 20 milioni di abitanti. L’esecuzione della Manning fu vista da 50mila persone… D’altra parte, il modello in cera di Mary Pearcey, che uccise la moglie e il figlio del suo amante, realizzato da Madame Tussauds, ha attratto un pubblico record di 31mila visitatori al giorno”.

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Il punto focale, in realtà, è un libro. Si intitola The Fatal Passion of Alma Rattenbury (Simon & Schuster, 2019), e racconta la storia di una (quasi) Clitennestra moderna. Francis Rattenbury, rispettato architetto col piglio per gli affari, fa fortuna in Canada, ha moglie, due figli. Casca, impenitente, tra le braccia sinuose di Alma Pakenham, di 27 anni più giovane, con un paio di matrimoni alle spalle. La relazione crea scandalo e quel beota di Francis si deve sposare l’audace Alma per mettere a tacere i pettegoli. La famiglia abita a Bournemouth, ambita località nel sud d’Inghilterra. La fortuna dell’architetto declina insieme alla pazienza di Alma – nome che è sigillo – la quale si comportava da donna libera, audace, libertina: “era elegante, fumava, beveva, faceva uso di droghe, si considerava la confidente, e non la padrona, dei propri domestici”. In sintesi: Alma se la fa con George Percy Stoner, l’autista di casa, che ha 18 anni. Dopo dieci anni di matrimonio, il 23 marzo del 1935, il marito di lei viene scoperto con il cranio spappolato. “Pareva uno scenario canonico: l’anziano avaro circuito dal servo scortese e dall’insaziabile moglie”. L’anziano architetto fu lasciato a morire dissanguato. Il processo ad Alma diventò un fatto pubblico: le seggiole in tribunale erano debitamente prezzate. “I giornali erano ossessionati dall’apparizione di Alma. I suoi vestiti, i suoi gesti, i suoi sospiri erano scrutati come fossero l’indizio di una colpa, per lo meno della sua degenerazione morale. Attraente e fotogenica, era perfetta per i tabloid”. Condotto, dice l’autrice, come “un esercizio di misoginia dato in pasto alla stampa scandalistica”, il processo si concluse con il giovane Stoner condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo perché ‘manipolato’ dall’amante. Per la cronaca: Stoner fu arruolato durante la Seconda guerra, gli fu dato modo di ‘rifarsi una vita’: muore nel 2000 afflitto dall’Alzheimer. Lei, Alma, sciolta dalle accuse di assassinio, fu rilasciata. Si uccise qualche giorno dopo, pugnalandosi, per poi gettarsi nel fiume Stour. In un posto che, paradosso topografico, si chiama Christchurch.

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L’eccesso di crudeltà come l’eccesso di purezza. Che sia Clitennestra o Jane Eyre, che sia la Monaca di Monza o Anna Karenina, Isabel Archer o Carmilla, Moll Flanders o Diotima, Sylvia Plath o Amelia Rosselli, Emily Brontë o Maria Maddalena o la Tatiana di Onegin, in un coagulo di realtà e finzione, della donna attrae l’inatteso e l’insospettabile, l’egida del mistero, lo screzio tra palpebra e labbra, ciò che non ha misura se non l’enigma, il millimetro che separa bacio da morso, la natura selvatica e il precipizio, l’autonomia di albero, dare la nascita e comminare la morte, cosa da contemplare e icona da disintegrare, il segreto senza scampo. (d.b.)