“Ecco perché non posso fare a meno di Dante”

Il Premio Formentor, massimo riconoscimento letterario del mondo latino, ad Alberto Manguel. L’amico di Borges si scaglia contro Bolaño (“pura diarrea verbale”) e contro Donald Trump

Posted on Settembre 25, 2017, 10:09 pm
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Alberto Manguel ha vinto il Premio Formentor. Cos’è il Premio Formentor? Uno dei massimi riconoscimenti letterari dati dal mondo spagnolo – la cerimonia si svolge a Maiorca – al resto del mondo culturale. Il premio ha avuto una sua notevolissima storia dal 1961 al 1967: è capitato tra le mani di Jorge Luis Borges e Samuel Beckett, di Carlo Emilio Gadda – per La cognizione del dolore – Saul Bellow e Witold Gombrowicz. Il premio è tornato in auge dal 2011, andando quasi sempre ad autori spagnofili – Carlos Fuentes, Juan Goytisolo, Javier Marias – con l’eccezione dello scorso anno, che è cascato tra le mani di Roberto Calasso, il gran khan di Adelphi. Quest’anno il premio – che in soldoni vale 50mila euro – è andato ad Alberto Manguel. Chi è Alberto Manguel? Un esegeta delle meraviglie. Direttore della Biblioteca Nacional argentina, è stato folgorato, a sedici anni, dall’incontro con Jorge Luis Borges. Già cieco, lo straordinario scrittore chiese al giovanotto di leggergli dei libri. Cominciò da lì, sulla soglia delle mirabilie letterarie, la vita di Manguel Con Borges, come recita il suo più famoso pamphlet (edito in Italia da Adelphi). Autore piuttosto tradotto nel nostro paese (Feltrinelli pubblica Una storia naturale della curiosità e Una storia della lettura; Nottetempo ha stampato il delizioso Stevenson sotto le palme), Manguel ha rilasciato, per celebrare il fausto alloro, una bella intervista a El Pais (qui: https://elpais.com/cultura/2017/09/22/actualidad/1506103416_778060.html). “Non so perché mi abbiano dato questo premio. Ne sono grato, ma sarebbe una sconvenienza se pensassi di essere sullo stesso piano di Borges…”, ha detto Manguel, autore di una biblioteca ‘monstre’, da 40mila volumi. Lettore onnivoro, poligrafo, bibliomane, Manguel dà una sfilza di consigli di lettura. “Il Premio Formentor? Tanti lo meritano più di me: Cees Nooteboom, ad esempio, oppure Norman Manea, Anne Carson, Margaret Atwood”. Tra gli scrittori sopravvalutati, Manguel – pavidità da topo di biblioteca? – cita “solo i morti. Lope de Vega e Pérez Galdos, per dire. E poi Roberto Bolaño. Solo un paio di libri sono degni di lettura, Notturno cileno e Stella distante, al contrario, 2666 e La letteratura nazista in America sono opere scritte senza pensare, pura diarrea verbale. Va detto che in America Latina c’è una tendenza, una convenzione, quasi, a scrivere male. Quanto alla letteratura consumata attraverso la Rete, Manguel è piuttosto netto, “non credo nella letteratura virtuale come non credo nel sesso virtuale”. Insomma, la carta è carne, leggere è un gesto carnale, un valzer di seduzioni tra autore e lettore. Immancabile la chiusa – come un bicchiere di olio di ricino – su Donald Trump. “Ciò che fa è molto pericoloso: Trump adopera il linguaggio in modo pigro e tendenzioso. Quando si oppone ai fatti crea verità alternative. Il suo modo di porsi è l’opposto della letteratura, che crea visioni multiple sulla verità”. Il libro più importante di sempre? “Beh, io viaggio sempre con i tre tomi della Divina commedia. Non posso fare a meno di Dante, ne ho bisogno per la mia salute mentale e spirituale”. Borges avrebbe confermato. Resta la domanda capitale: perché uno dei premi più prestigiosi del mondo latino non è andato a un poeta o a un romanziere, ma a un saggista, pur di talento?