“Perché non ci accorgiamo di chi ci ama?”: discorso intorno al romanzo necessario e ingiustificabile di Andrea Caterini (dove conta più Dostoevskij che Proust)

Posted on Gennaio 17, 2019, 12:35 pm
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Vita di un romanzo (Castelvecchi, 2018) di Andrea Caterini ha vinto il Premio Bonura per la giovane critica: un riconoscimento meritato e che giunge con il libro della maturità, un libro in qualche modo definitivo, di quelli che ti lasciano a ‘metà della vita’, cioè in un ricominciamento. Per questo mi permetto una lettura che volutamente evita l’oggetto della critica, Marcel Proust, e si sofferma sul critico, Caterini.

La fine della creazione è dall’origine imminente e immanente, in uno dei tanti tempi relativi in cui noi viviamo queste due dimensioni sono divise da un confine sottile. Qui si determina l’io come perdita originaria e inevitabile, costitutiva del suo poter essere. L’immanenza è la invisibilità, l’imminenza è ciò che vediamo. Possiamo addentrarci nello spirituale ma questo costa la perdita della realtà vicina; possiamo sezionare i nostri dintorni e si volatilizza l’invisibile. Quel che comunque perdiamo nella scelta, è la vita che si chiude nel suo segreto, nel senso che ci sfugge, attimo dopo attimo. Siamo destinati a un racconto che renda nostra l’incomprensione, affermi il non poter comprendere. Questo è il fascino di Vita di un romanzo, cioè l’unica forma che possiamo dare alla nostra vita. Caterini ce lo dice subito: non gli interessa ‘quando’ è cambiato, ma il ‘come’. Vale a dire pone un problema irrisolvibile. L’autobiografia non spiega niente, rilancia continuamente l’inspiegabilità di un cambiamento. E poi Proust: perché questa scelta? Proust è l’autore più lontano, forse il meno amato, per quel tratto di snobismo che ne è inseparabile e fa parte della sua intelligenza, della sua cattedrale mentale.

Penso che il libro sia una sottile ma profonda contestazione dell’affermazione, riportata, di Proust: la vera vita è quella rivelata nell’arte. Contestata perché ammirata e perché messa alla prova non si dimostra vera. Leggendo il libro si potrebbe invece affermare: la vera vita è quella che non viene rivelata dall’arte. Caterini sceglie l’autore più lontano da lui, ma forse quello più invidiato e sinceramente ammirato. Ma il veleno nel sangue è altro: basta vedere gli autori di cui parla, e il veleno più profondo è quello di Dostoevskij. Capisco la suggestione del meraviglioso periodo proustiano che lo attira, quel dissolversi dell’io rimanendo presente in ogni parola della frase, quell’essere una mente che si parcellizza rimanendo se stessa; ma si noti anche la differenza con quello di Caterini. Certo è un periodo mentale, ma dove l’io non scompare mai, è un dubbio continuo, una nevrosi, spigoloso, spezzato e ricomposto perché non trova la risposta finale, una giustificazione per quel pronome di prima persona che dovrebbe diventare un pulviscolo dorato che si posa sulle cose. È che la mente di Caterini agisce in modo diverso; la comprensione non ha redenzione, non riesce a sostituire la vita. Fuori del libro, chi restituirà alla moglie di Caterini ciò che ha sacrificato per lui? Ci può essere rimorso maggiore quanto inevitabile per chiunque scriva? Di nuovo: imminenza o immanenza. La vita mantiene una parte oscura, impenetrabile e refrattaria, un’ombra che lo segue fino alla fine. Forse la profonda consonanza che prova con Proust è nell’averci letto la capacità di erigere un monumento su di una morte decretata in vita, un atto di somma intelligenza e crudeltà ma necessario, l’uccisione della madre; però Caterini non ne è capace, gli manca l’ascesi del grande francese, il suo è un delitto gratuito e ingiustificabile, deve confessarlo e sperare nella redenzione, come Raskolnikov; Caterini non può ricreare un mondo, una vita, in una camera insonorizzata, non può votarsi a un lavoro, la realtà non si fa chiudere in un recinto. Il problema etico che Caterini pone e lascia aperto: come è possibile che non vediamo ciò che accadde sotto i nostri occhi, come è possibile essere cattivi senza un motivo, pur di non mostrare la propria debolezza? La conciliazione è lontana, possibile, ma lontana: nel paradiso in cui il cane preso a calci lo aspetterà per perdonarlo. Perché non ci accorgiamo di chi ci ama? Siamo lontani dal bacio della madre al protagonista della Recherche. Il suo libro non potrà chiudersi con il grandioso ballo come in Proust: l’avvenire è già accaduto, lo rappresenta Cordelli, che è il suo futuro e non certo il suo padre. Ancora un’impossibile genealogia che gli indica qual è la maschera estrema della vita, la morte, alla finestra di un ospedale, che ancora non può vedere. Cosa voglio dire? Che il libro è un’occasione volutamente mancata, la preparazione a qualcosa che non avverrà mai, un libro su Proust, e il libro non è che la giustificazione di questa impossibilità che è la sua vera ‘necessità’, la sua urgenza. E forse quelle parole finali sono il vero punto di contatto con Proust e quello che implicitamente vorrebbe affermare il libro: nemmeno Proust ha scritto il suo libro, la circolarità del finale è una ipnosi. Nello sterile dibattito sul rapporto arte e vita, Caterini tronca le chiacchiere con l’unico atto vero: penetra nell’essenza del libro e lo fa entrare nella vita, bruciando nell’atto della comprensione la bibliografia accumulata, qualche volta citata, altre no. È un gioco sottile, difficile, ma il solo possibile: il libro scava la sua strada tra due sublimi menzogne: la presunta e indimostrabile vita del critico e quella affidata all’opera, alla finzione di Proust che è vera perché scritta: e così traccia sentieri sconosciuti, anticipa scoperte successive e soprattutto insegna a vivere o l’inevitabile confrontarsi con quanto della vita non potrà mai essere detto.

Paolo Del Colle