Per proteggerci dalla nostra infinità: discorso intorno a Ghiannis Ritsos, il poeta più vasto, che ha fatto risorgere Agamennone, Oreste, Elettra negli anni Sessanta

Posted on Giugno 21, 2018, 10:45 am
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Del tuono e del cielo nutriente della mitologia (“e il cielo sconfinato – copiosamente azzurro, nutriente”, da: Cronaca, in Quarta dimensione, Ghiannis Ritsos), dei suoi mari rosa come saponette da barba, resta la strombettante caricatura supereroica del cinema da grande incasso, le suggestioni chiassose con cui ingolfare sceneggiature stiracchiate da cui far sortire fuori ogni tot minuti, cronometrandole, le rodomontate da green screen e da computer grafica, come tanti conigli scotennati che saltellano fuori da un cilindro che ormai sente di fetore tramite il macabro meccanismo di una molla da espulsione. La nuova mitologia trionfante è fumettistica e a lieto fine, mescola assieme magia e high tech, genetica e teologia da videogames, in una banalizzazione che sterilizza il suolo dell’immaginazione come mai nessun assediante vittorioso, neppure a seguito della più cruenta delle espugnazioni.

Poco più in là, leggermente discosto, amato ma senza che lo si faccia sapere in giro, il poeta Ghiannis Ritsos ha offerto un nuovo volto alle mille maschere del mito, trasformandolo in maniera più spietata e radicale, mille volte più figlio amorevole, mille volte più parricida efferato. Agamennone è stanco, ha bisogno di prendere un bagno, tra il dicembre del 1966 e l’ottobre del 1970 Ghiannis Ritsos gli riempie la vasca coi versi raccolti nelle idrie tra Atene, Sicione, Ereo e Samo. Le sue ultime parole Agamennone crede siano per la moglie Clitennestra ma sono per l’ascia bipenne che lo condurrà al riposo che non ha ritorno: “[…] Tu resta pure; –/ non c’è bisogno. Insisti? – Vieni”. Impossibile da decifrare se quell’ascia infine l’abbia brandita Ritsos o Clitennestra.

quarta dimensioneOreste è partito nel giugno del 1962 ed è arrivato nel luglio del 1966 attraversando con Ritsos Bucarest, Atene, Samo, Micene, ha venti anni, si ferma davanti ai propilei, si gode la notte greca. Uccidere o non uccidere sua madre, per vendetta? Che ne è di lui, e di noi, ora che non c’è più un destino a cui aggrapparsi? Intanto “La tartaruga è una pietra tra l’erba; poco dopo si muove –/ calma imprevedibile, complicità segreta, felicità”. E Ritsos diventa per Oreste il destino che Oreste crede di poter chiamare libera scelta.

Elettra parla al messaggero inviatole dallo zio, ad Atene, nel settembre del 1959. Ifigenia rediviva parla con suo fratello, in un avanti e indietro tra Samo e Samo, intercalandoci Atene, tra il novembre del ’71 e l’agosto del ’72. Di nuovo Elettra: ha settanta anni, parla alla sua Nutrice che ne ha cento se non duecento, a Micene, maggio 1960. Crisòtemi (fu Ritsos stesso a volere questa forma del nome, dice la nota del traduttore) tocca Ghiaros, Leros, infine Samo; le date: maggio 1967-luglio 1970. Persefone, Ismene, Aiace, Filottete, Elena! Una Elena di cento anni, duecento, dell’età della Nutrice di Elettra: quale ardire, quale scempio. Elena, prima di Fedra. Per ultimo, lo Straniero. Siccome siamo nella Quarta Dimensione della poesia non c’è nessuna contraddizione nel fatto che lo Straniero, inserito per ultimo, sia il monologo approdato alle rive dei versi di Ritsos per primo, ad Atene, nel febbraio del 1958. Lo Straniero doveva accordare la cetra, disporre le cose ‘e le sue parole erano come una fila di brocche sulle finestre’.

La mia odissea nel mare lirico di Ghiannis Ritsos si è conclusa in un parchetto domenicale, tra le badanti nel loro giorno di riposo e i pensionati contemplativi con ancora il mito dei focosi troiani a circolargli nelle vene rese violacee dal tumefatto andirivieni lungo i vasi. C’erano famiglie coi passeggini e nei passeggini, vallo a sapere, i giovani achei di domani, e c’erano capannelli di maschi adulti e bisticciosi pur di dissimularsi la decadenza del tempo che non è una maniera retorica, come ha cantato Ritsos con i suoi poemi diretti e inclementi, volutamente irrisolti tra desiderio e nostalgia. La decrepitezza è l’onesta messaggera della morte, è la neutra meccanica che sottomette anche gli dei e dunque la via di fuga degli uomini verso la mitologia, verso le sabbie mobili ma ancora di più immobili dell’immortalità invocata e mai capita.

“È sempre una nascita – diceva lo Straniero – / e la morte un’aggiunta, non una sottrazione”. Niente si perde. Il nuovo mito da cantare per Ritsos è la vita spogliata dalla sua mitologia, dai suoi falsi fasti, delle sue ipocrisie guerriere, foriere soltanto di distruzione e delusione.

Nemmeno mi ci provo a pronunciarmi sul dettato poetico di Ghiannis Ritsos – nacque nel 1909, morì nel 1990, se per qualcuno questo può significare qualcosa – perché già non mi basta l’immaginazione per figurarmi il lavoro di traduzione di Nicola Crocetti, chino sull’alfabeto greco, che nell’ultima pagina, nella Nota del traduttore, scrive: “Furono, quelli, anni di operosissima creatività per il poeta e di furiosa attività metafrastica per me”. Lavoravano fianco a fianco, il poeta – che trasformava la vita il suo ricordo e la sua proiezione in vetro e pietra, in metallo e in seta, in elmi e scudi e lance e lenzuola e piatti e tende, e finestre, in corpi gloriosi e in corpi luttuosi – e il traduttore che doveva capovolgere ulteriormente lo specchio e i segni di Ritsos nei suoi di specchi e di segni, perché la poesia fosse traghettata dal greco all’italiano. La scrittura è sempre quello che resta di un viaggio il cui principio e la cui fine restano confusi in certe nebbie bianche, indiradabili.

Ghiannis Ritsos bagna i suoi versi nell’oceano spaventoso dell’immaginario greco, dove è così immediato precipitare nei gorghi della banalizzazione e della stufa ripetizione. Sopravvive indenne alla sorte infame dell’epigono, vale a dire all’incubo della post-modernità, e scrive una poesia che è sia robusta come un romanzo sia acuminata come un epigramma. Nei diciassette monologhi della Quarta dimensione il lavoro del tempo sul mondo appare in tutte le sue estensioni, espandendosi a partire da stanze silenziose, utilizzando come punto d’avvistamento una finestra qualsiasi che mette in comunicazione il fuori e il dentro, varcando le soglie trasparenti.

Quello che avviene oltre la scrittura minaccia continuamente di sommergerci e annegarci: “Perciò spesso scegliamo un luogo stretto che ci protegga/ dalla nostra stessa infinità”.

Antonio Coda