Per i 45 anni di Simone Cattaneo! Gli regaliamo una poesia di Denis Johnson (era già tutto previsto in un racconto di Riccardo Ielmini, d’altronde, e i morti hanno parole in forma di volpe)

Posted on Febbraio 05, 2019, 1:50 pm
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Ormai il caso, quando è nei dintorni, ha la voluttà di una tigre blu. Potete non credermi. Poco importa. Il sole continuerà a stagionare tra gli alberi, a misurare sul tronco la pazienza letale della luce. Oggi – proprio oggi – ho deciso di pubblicare l’intervista di Silvia Pareschi su Denis Johnson. Non so perché, oggi. Chiarezza si è presentata dopo. L’intervista è pronta dal 29 gennaio. Avrei potuto pubblicarla ieri, l’altroieri, domani. Oggi, invece. Soltanto attraversando le città umorali di febbraio, però, mi accorgo che oggi è il 5 febbraio, perché la chimera dei giorni mi fa sonnambulo e perdo tutte le cronologie, come cibo per galline. Il 5 febbraio è nato Simone Cattaneo. Oggi Simone Cattaneo compirebbe 45 anni. Simone ha cinque anni più di me, ero il suo ‘fratellino’, mi chiamava così. Soprattutto perché ero molto più debole di lui – in tutto, tranne che per una specie di vitreo cinismo. Poi se ne va come vuole lui, e noi restiamo così, sbalorditi, ancora e ancora e ancora, come se fossimo chiusi in un barattolo e al posto dell’aria c’è una parete. Dieci anni. Simone è morto dieci anni fa – e non è mai stato così vivo.

*

Il caso, ad ogni modo, non si ferma qui, ha la sfacciata ambizione regale della tigre. Per tentare un misero omaggio a Simone, rileggo il numero monografico di ‘Atelier’. Numero 67, Settembre 2012, La fine dell’opera comune. Simone Cattaneo. Mi rileggo il racconto memoriale di Riccardo Ielmini, Simone, Dejan Stankovic, Walter Zenga (e anch’io). Lo rileggo cercando di essere indifferente agli umori e filando le lacrime in crudeltà. Incipit rotondo (“Mi telefona venerdì. Sei giorni prima che tutto finisca, maledizione”). Leggo. Mi piace il modo di narrare di Riccardo perché sembra, con generosa leggerezza, salvare tutto. A un certo punto, sbalordisco e sbianco. Eccolo, il caso che mi salta addosso. Ne ammiro perfino il balzo da tigre. Cito testuale:

“Senti, e quell’idea su Denis Johnson?”, taglia corto, cambiando ancora, improvvisamente, discorso. Denis Johnson. Già. Ci siamo sentiti qualche tempo prima (mi telefonava ogni mese per sapere se la rivista era in arrivo). Gli ho chiesto qualche consiglio di lettura. Mi fido ciecamente dei suoi gusti in narrativa, da quando – 1998 – mi aveva fatto scoprire “Opinioni di un clown”. Io, che allora avevo letto “L’onore perduto di Katarina Blum” – mio padre ha una biblioteca incredibile sugli anni di piombo e dintorni – avevo ricambiato con i miei consigli. Modesti, a dir la verità. Così ecco, in agosto salta fuori Denis Johnson. Leggo “Jesus’ Son”, rifaccio i conti con Lou Reed (e quindi con Simone) e poi mi avventuro nell’“Albero di fumo”.

“Allora. ‘Albero di fumo’ non riesco a leggerlo. Non riesco proprio” dico candidamente “però l’idea mi piace. Magari ne parliamo con Marco. Sai che la traduttrice di Johnson è una mia concittadina (Silvia Pareschi)? Magari può darci una mano”. Una mano. L’idea-Denis Johnson è provare a tradurre le sue poesie inedite in Italia. Su Atelier. Un’avventura che dividerei volentieri con il mio amico. Gli dico due cose sulla biografia di Johnson che non sapeva (“mi immaginavo fosse un professorone”, mi spiega). Allora dopo l’estate se ne parla con Marco.

*

Tutto è così perfetto, allora. Simone, Riccardo, Denis Johnson, Silvia Pareschi. Forse Simone mi sussurra parole di gloria che mi si conficcano nel cervello come volpi. Ho il cranio pieno di volpi che fanno il valzer. Tradurre le poesie di Denis Johnson ora è un compito. D’altronde, si traduce e si lavora per questo: esplicitare il patto contratto con i morti. Per il giorno del tuo compleanno, fratellone, eccoti una poesia di DJ. Tradotta da quello scemo del tuo amico, come può, in equilibrio tra bianco e nulla. (Davide Brullo)

***

Guardando fuori dalla finestra

I rumori del traffico
muoiono nel cortile
poi ricominciano
distanti.

Le voci dei vicini
crescono, non possono
mantenere quel tono
e perdersi in un attimo,
e tornare, ancora.

Allo stesso modo il mio respiro cresce
e si perde mentre guardo fuori
dalla finestra dell’appartamento
numero tre in questa periferia
sperando nella rabbia o nel dolore.

Non vengono più
da me. Come posso
lamentarmi? Tutto è
appropriato come
dovrebbe essere, ora

quella massa di nuvole
vicine, minacciose,
mutano, sono come
tende, ondeggiano,
virano sull’apice
della loro intrusione nella stanza.
Se sono vivo, ora
è solo

per essere qui perché
tutto sia possibile.
Sono fiero di essere
finalmente una parte
di questo meccanismo. Dopo tutto
non ero così felice
di vivere, e ora arriva
dentro di me, mentre mi accorgo
quanto poco mi è piaciuto
essere un uomo, una grande gioia.

Mi affaccio sul nostro stupore
che lucida le finestre prima di sera.
È quasi come se
il mondo fosse blu
con un po’ di lubrificante
per poter brillare.

Denis Johnson

*la poesia è tratta da “The Throne of the Third Heaven of the Nations Millennium General Assembly: Poems Collected and New, 1995

**In copertina: Simone Cattaneo secondo l’interpretazione di Dariush