Viva la vita! Dopo trent’anni ho trovato il certificato di morte di mio padre: perché? Nel giorno di Pentecoste, scavando nel passato, il mare è sconvolto da legioni di meduse morte (ma è buon senso non interpretare i segni…)

Posted on Giugno 10, 2019, 11:54 am
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Era in un libro di Flannery O’Connor, non so perché. Sulla busta c’è scritto “documenti Pinuccio”. Pinuccio è il modo gergale, dolce, con cui i miei nonni, di radici meridionali, chiamavano il figlio, Giuseppe. Giuseppe sembra un nome grave, ma è onirico: in ebraico ruota sul verbo “crescere”, ed è legato al penultimo dei figli di Giacobbe, che ha il dono di rivelare il senso dei sogni. Giuseppe il Sognatore, appunto. Come se fosse lui a sognare i sogni sognati dagli altri, ad abitarli. Di questo Giuseppe, invece, siamo noi, sono io, a dover ricamare il sogno.

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Il ritrovamento di un documento perduto, la riflessione su paternità, vita, morte, la distanza tra atto pubblico e pietà privata

I miei nonni sono morti, a loro non posso chiedere più niente di mio padre – e poi, è sempre stato meglio non chiedere, per non rimarcare un dolore. Mio padre è morto trent’anni fa. I documenti nella busta sono due. L’aria è calda, ieri, come una maglia di ferro, precipita in una certa claustrofobia. Il cielo è di un azzurro cruento, di chi ha il potere di condannare, di sfogare le ombre in una pozza di niente. Il primo documento è il certificato di morte di mio padre. Mio padre è morto a Bordighera, in Liguria. Bordighera è vicina al confine con la Francia, un luogo pieno di storie: fu dipinta da Claude Monet, vide passeggiare sul lungomare Evita Peron, assistette, nel 1941, all’incontro tra Benito Mussolini e Francisco Franco. A mio padre non piaceva il mare, era uno da montagna: in effetti, è morto a Bordighera ma è stato sepolto 400 chilometri più sopra, tra le montagne che accerchiano il Lago Maggiore. Mio padre muore il 4 dicembre 1989, l’atto è registrato il 18 dicembre, dall’Ufficiale dello Stato civile Emilio Rossi. Un nome comune, a cui forse dovrei risalire per capire qualcosa di mio padre. Come se fosse una specie di emissario dei celesti: Emilio, dimmi, dove hai inviato mio padre? Chissà che vita ha vissuto Emilio Rossi, che vita vive: quel gesto minimo, quotidiano – sottolineato da timbro e firma – ha una influenza così terribile per tanti, ignoti. Infine, una vita è ridotta in cifra: la morte è registrata in un atto pubblico, con un numero, N. 253 Parte II Serie B anno 1989.

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Il certificato certifica che mio padre è morto davvero: non è asceso al cielo, non è scomparso, non è qualcuno che tornerà. Quando sei bambino, credi che la morte sia un accidente, qualcosa a cui puoi porre rimedio. Il certificato attesta che il padre muore come tutti, per i canoni statali ordinare è più importante che compatire, sistemare è necessario più che guardare.

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Sul documento ci sono timbri e simboli. Dovrei congiungerli insieme alle date e conoscere una certa dote profetica in grado di decimare i destini. A Ortigia, qualche settimana fa, ho visto un uomo adornato con taled, bastone, kippah, camminava di sbieco, barbuto, sembrava mio padre e prefigurare il mio futuro, sembrava conoscere il luogo dove ha fatto tana Dio. Veronica Tomassini mi dice di conoscerlo e mi racconta una storia incredibile – e questo è un ulteriore schianto, come se tutto ciò che è muto urlasse.

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Quest’anno ho fatto gli anni che aveva mio padre quando si è ucciso, quaranta. Ieri ho trovato il suo certificato di morte. Qualcosa vorrà dire: la morte del padre richiama il figlio alla vita, a una responsabilità, a mettere la benda di un compimento. Di pomeriggio, vado al mare. Il mare è pieno di meduse. Ovunque. Scie viola tramortiscono l’Adriatico. La spiaggia è piena ma nessuno si arrischia. Io vado. A bracciate, si tirano su le meduse, una mi si arrischia in faccia. Sono quasi tutte morte. Sfere trasparenti, dure, come le lacrime tumefatte di un angelo del perdono. Alcuni, con un secchiello e una rete, raccolgono le meduse. Le impilano, sulla riva, in una piramide agghiacciante. Ridono. In acqua la medusa ha una sua eleganza – fuori, sembra un occhio sbulbato. Una piramide di occhi tolti dalle orbite di demoni, balene, angeli, che adesso si aggirano ciechi, senza più memoria del bene e di cosa debba essere salvato e cosa incenerito.

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Di sera vado a Messa all’Abbazia di Scolca, sulle colline di Rimini. L’abbazia era degli Olivetani, nel 1547 ospita il Vasari, che lì corregge le sue Vite e soprattutto dipinge una pala, L’Adorazione dei Magi, di enigmatico splendore. La Madonna, infatti, è seria, accerchiata da umani, tutti vogliono il Bambino, che gioca con la barba di uno, ne fanno pasto con gli occhi. Il Bambino è bianco, una maceria di luce, come il viso della madre, e lei se lo tiene al fianco, lo ripara: sa che tra gli adoranti e gli assassini la differenza è nell’inclinazione di un verbo. Il canto del coro mi tramortisce, l’abate è vestito come vuole la liturgia, è Pentecoste, lo Spirito ci mangia, fa massacro di lingue. L’abate ostenta una benedizione con il bastone, il canto non compie un esodo dal corpo, lo trasfigura, e penso che San Paolo sia il più grande scrittore di sempre – lo dirò meglio, un giorno. Ne capisco la tensione e l’amore per il simbolo: l’abate ha potere sulla vita e sulla morte, dice che la morte si vince, cosa c’è di più potente e terribile?

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I segni vanno visti – dobbiamo accorgerci di tutto, come se avessimo una lince nel cervello – vanno accolti, ma non possiamo disporli in senso. Ogni interpretazione mi assolve, meglio narrare, illudersi di giacere in una storia.

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L’altro documento è un foglio minuscolo, sta nel palmo di una mano, miniato dalla scrittura di mio padre, assira. Sono redatte le ore della Comunità monastica di Chiaravalle, dalla “levata” alle 4 e 10 al “riposo”, alle 21. C’è anche un numero di telefono, chissà a chi corrisponde. Morte reale e morte figurata, tempio e tomba, conversione e perversione, risurrezione e suicidio, tradimento e fedeltà, orazione e implorazione. I documenti dicono qualcosa di contraddittorio, di essenziale: più tardi mi dico che il punto non è cercare Dio, ma lasciarsi predare da Lui; è Dio che è alla cerca, alla caccia. Come diceva il mio caro frate Antonio, un maestro sconosciuto, è quando lasci tutto per Dio che frequenti il dubbio che non esista, è quando penetri nel monastero che inizia la lotta, il lungo latrato dell’attesa e dell’assenza. O crei, con la preghiera, un sentiero alla Sua marcia, che forse non percorrerà mai, oppure muori. (Davide Brullo)

*In copertina: Tanzio da Varallo, “Davide con la testa di Golia”, 1623 ca.