Quell’agosto in cui Cesare Pavese si uccise… Ecco perché i “compagni” non volevano pubblicare “Il mestiere di vivere”: dimostrava il fallimento di ogni ideologia

Posted on Agosto 29, 2019, 8:31 am
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Il 27 agosto 1950 si toglieva la vita, dalle parti di Torino Porta Nuova, Cesare Pavese. Siamo fuori tempo massimo per celebrare l’anniversario luttuoso. Non importa.

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A volte in realtà mi domando a chi si rivolgono i capolavori stampati dalla fine editoria italiana. Chi è disposto a comprare le Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov quando con quei soldini può andare in pizzeria, fare lo splendido in caffetteria con la bella (se è ancora in età da baffetti – come inizia Musil il suo romanzone) o altro, fate voi.

C’è un pubblico per sentire le melodiose lezioni tenute da Nabokov ai probi americani del New England? Negli anni di Nabokov il poeta Pavese dava fastidio agli intelligentoni comunisti. Era concepibile che un sapiente del partito, un Vladimiro Fossetti, un Lino Mangiavacca, fosse esuberante e bordellaro. Ma che uno si tolga la vita dopo aver scritto dei romanzi per i ‘compagni’ era inconcepibile.

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Andò così. Pavese si uccise. Calvino pianse. Stamparono i diari di Pavese. Che diedero puntualmente fastidio al sistema culturale. Come leggete nella nota terminale qui sotto, un appunto inedito del contemporaneo Delio Cantimori (1904-66) che fu dapprima fascista e poi primo traduttore del Capitale di Marx. Piroette italiane…

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All’epoca di Nabokov in cattedra, all’epoca di Pavese poeta suicida, la Guerra Fredda era più una cosa di nervi che di missili. Il contesto anni Cinquanta americano era abissalmente diverso dal nostro benché oggi la sinistra guardi agli States come ai padri nobili. (Adelphi inclusi)

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Il guardino americano dove Nabokov dice ai pupils di non cercare immedesimazione e altre frivolezze romantiche, e traccia la mappa di Dublino per Joyce, schizza la planimetria di un vagone ferroviario che lui ha visto (serve per capire la signora Karenina): questo si spiega con l’odio anticomunista, anti-storia sociale tipico dell’accademia anglosassone di quel giro d’anni. Da noi le cose andavano al contrario e nonostante le censure amorevoli della DC il buono e il cattivo tempo lo amministrava l’intellighenzia di sinistra attissima a riciclarsi dopo il terribile Ventennio.

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Errori opposti da una parte all’altra della barricata. Gli yankee a parlare di ‘ispirazione’ e qui invece tutti a fare ‘storia sociale’.

Se ne parlo ora è per illuminare le ragioni di Nabokov e dare un po’ di luce alla nostra letteratura pornografica (il diario di Pavese è roba forte, altro che le sfumature grige) che faceva venire mal di pancia ai comunisti, inabili a leggere fastidiosi diari parlavano di scrittori a libro paga dell’ideologia.

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Quando Nabokov teneva le sue lezioni alla Cornell University c’era in platea chi che se ne faceva un baffo del classicismo freddo dell’emigrato russo. Un allievo che a 25 anni avrebbe stampato un libraccio dal titolo semplice: V. Dove non si capisce se Nabokov sia mai esistito, o se sia stato un cattivo maestro per il giovane autore, nome piumato Pynchon. Mentre gli inglesi e gli americani si impegnavano ad alzare barricate contro la storia sociale, e quel genio di Frederick Antal era boicottato in Inghilterra da tutti i liberali, nonostante la sua storia dell’arte fiorentina sia micidiale e lui un povero ungherese in esilio – da noi i pontefici comunisti si trovano in casa il morto.

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27 agosto 1950.

ll morto era un po’ paranoico, aveva appena vinto il premio letterario numero uno di Roma, eppure aveva tolto il disturbo in una camera di albergo fuori dalla stazione di Torino Porta Nuova. Nemmeno lui voleva troppi pettegolezzi, avvelenato di misoginia.

Gli conoscevano un diario enorme. Lo vanno subito a raccogliere.

Che fare col lascito del caro estinto? Pubblichiamo? Non pubblichiamo? Si domandano i suoi vecchi padroni, e guai a dire una parola di troppo nei Sacri Verbali Editoriali, che i posteri non ne sappiano nulla di questa pornografia dell’anima!

Però. Però. Le cose potrebbero scivolare tranquille, dal morto si riesce ancora a trarre soldi per corrompere qualche giovane figlio di democristiani, le pazzie introverse di questo diario piaceranno.

Stampiamolo.

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Il diario di Cesare Pavese venne alla luce grazie a Einaudi e diede ragione a quel fanciullo di Stevenson quando saliva sulla sua penna come uno spiritello che non conosce drammi e diceva “in futuro guarderemo alle confessioni di una prostituta come a cosa meno scandalosa rispetto ai drammi introspettivi”.

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I più fieri comunisti ostacolarono la pubblicazione di queste oscenità antropologiche, poetiche, misogine, sfigate di Cesare Pavese. L’unico letterato che all’epoca salvò Pavese dallo sciacallaggio contro i suoi brandelli di pagine fu un saggio anziano, soldato della Prima guerra mondiale, il quale con la forza degli scorbutici scrisse “Ti perdoniamo” a Pavese che raccattava scuse per andarsene via a quel modo.

Il vecchio si chiamava Piero Jahier, oggi è un poeta immerso tra le nevi dimentiche.

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Un altro dimenticato dai nobili centurione delle accademie, Delio Cantimori, scrive questa nota che ricopio qui in attesa che altri si faccia avanti per stampare le carte di quegli anni. C’è un ritmo spezzato ma il senso non sfugge. Buona lettura. Nessuna candela per Pavese. Ancora brucia.

Andrea Bianchi 

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Nota di Delio Cantimori sul diario di Cesare Pavese 

A proposito dei discorsi di Ragionieri, ripetendo Valentino [Gerratana], sul diario di Pavese.

Schifoso: si sa come circuiscono, certi tipi, come argomentano, vieni meco.

Quanto avevan premuto (vedi Lajolo cosa scrisse quando Pavese morì) per farlo curare, sei con noi, questa nuova esperienza ti darà energia, ecc. (E in piena sincerità, neh! non sono preti né frati, sono persone serie).

Ora nel diario c’è qualche cosa che non gli va: era fra noi per caso. Perché ce l’avete messo [nel Partito]? Perché ce l’avete tirato? Il fallimento politico è vostro (vostro degli amici e compagni torinesi) che non gli avete dato quel che il partito attraverso voi gli poteva dare, non è suo, di fronte al partito. 

Se avesse saputo, capito, volere, ecc.: è un argomento, peggio che da preti, da pastori protestanti. Borghese nelle midolla. Altro argomento: non dovevano pubblicarlo.

Auff. Dovevamo pubblicarlo, perché c’è un mucchio di osservazioni importanti e interessanti, è evidentemente la sua ‘ultima parola’, quel che di più definitivo egli era disposto a dare (consapevolmente): ma non è un servizio al partito: ma io voglio servire il partito, non fare servizi al. 

Questi sono discorsi da preti, far buoni e cattivi servizi al: in ciò si inserisce l’arbitrio del mediatore (Marx) capitalista, banchiere, ecc.

Perché con fare buoni e cattivi (o anche: non ha fatto certo un servizio, ecc.) servizi, si mette tutto nel calderone, e si disordina per aver possibilità di ordinare mediandolo. Servire il partito: io servo il partito, sono disposto a servire il partito, fare quello che chiede, che indica giusto e utile politicamente a sé e alla idea comunista di fare: questo è da uomini, e da comunisti. Servire al partito è da cose. Poi, dipende da noi, che una cosa e un fatto servano il partito. Che cosa vuol dire non serve al? Vuol dire che Pavese non ha trovato nel partito la sua soluzione personale? Si sapeva, perché il suicidio l’ha detto.

Vuol dire che non è stato bene con noi? Questo no: anzi: soluzione cristianesimo-storicismo! Ma invece, anche se volete fare i preti – come fanno molti intellettuali comunisti dei paesi latini, che inconsciamente confondono nell’agire e nell’essere loro la chiesa con il partito, trattando il partito come chiesa: servire a! – qual motivo apologetico: ecco vedete, nel P.C., c’è posto anche per un aristocratico ecc. come Pavese (che nel Partito lavorava).

Delio Cantimori