“Un bagliore attorno all’angolo destro della bocca”. Paul Celan e il salto a capofitto nel Salmo 16

Posted on Marzo 19, 2020, 7:34 am
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Quella parola che è estuario di esultanza, che cristallizza in bacio il rapporto tra vivi e morti, che non risolve ma opera, apre, cioè, al vespaio di luce. Quella cerchiamo: la parola che ammutolisce tutte le altre, che ci riporti alla feroce beatitudine delle bestie, che accerti il caos nel senso. Paul Celan l’ha trovata – l’ha sfidata.

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Nel novembre del 1969 “Celan si trasferisce definitivamente nell’appartamento, acquistato da Claude David, in avenue Émile Zola 6, a pochi minuti di cammino dalla Senna e dal ponte Mirabeau. Ha con sé pochissimi libri: Rilke, Hölderlin, un manuale di mineralogia… è una casa spoglia, con pochi mobili: il poeta sembra considerarla una dimora provvisoria” (Mario Specchio nella Cronologia al ‘Meridiano’ che raccoglie le Poesie di Paul Celan, Mondadori, 1998, a cura di Giuseppe Bevilacqua). Paul Celan vede il ponte da cui si getterà, pochi mesi dopo – vive una provvisorietà monastica. Abita la morte. Il mese prima è stato in Israele, “Diciassette giorni in Israele; i miei giorni più intensi da anni a questa parte”. Tutto instaura il congedo: il viaggio nel requiem delle origini, Israele; le parole dei poeti – la lingua angelica e verticale di Rilke e quella d’abisso, nel gorgoglio rigoglioso del folle di Hölderlin –, il libro sulle pietre (anche Rimbaud, grato all’Africa, mendicava, granitico, manuali di mineralogia). Parola e pietra lapidano, il Verbo fonda il suo avvenimento sulla pietra, Pietro/Kepha. In effetti, la Senna ha la lucentezza di un Salmo: tutto contiene, tutto purifica.

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Paul Celan incorpora le vite dei maestri, rivivendone in terzina l’eccesso, il repertorio di diamante. La reclusione di Rilke, la pazzia di Hölderlin, l’esilio siberiano di Osip Mandel’stam – la leggenda del poeta, ai margini dell’uomo, segregato, che recita ai compagni di prigionia Petrarca, inascoltato, forse inopportuno, pensando che la parola sia benda e bene, cura e creatura, suona in Lösspuppen: “i cavalli selvatici suonano/ corni/ di mmamut:// Petrarca/ è di nuovo/ in vista”. L’ultimo seminario di Celan ha per tema un racconto di Kafka, Il cacciatore Gracco, l’uomo che non muore, che abita i secoli. Tra il giorno in cui Celan sceglie di morire, gettandosi nel fiume dal ponte Mirabeau, il 20 aprile del 1970, e quello in cui viene ripescato il corpo, da un pescatore, i primi di maggio – ma tu pensa, pescare il corpo di un poeta! –, l’anima del poeta ha fatto in tempo a essere rifiutata da tutti i mondi, negata e nuda: vaga ancora tra noi.

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Nel 1971, postuma, è pubblica per Suhrkamp la raccolta di versi Schneepart, “Parte di neve”. La neve si può spezzare, come ostia, ma si scioglie – è solo una illusione di cielo, eredità liquefatta, falso Eden bianco. Potremmo dire: il regno di mezzo, dal candore torbido, tra i vivi e gli andati. In questa raccolta, Einkanter sembra essere “la poesia cui [Celan] si sentiva più vicino” (Bevilacqua). Lì appare la parola definitiva, che salva.

In-cantonante: Rembrandt, a tu per tu
con la luce arrotante,
deriflessa dalla stella
come ricciolo di barba,
sulla tempia,

linee come d’una mano traversano
la fronte, fra desertici detriti, sulle
rupi del tavolo
ti manda un bagliore attorno
all’angolo destro della bocca il
sedicesimo Salmo.

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Nella traduzione definitiva del Libro dei Salmi (Adelphi, 2006), Guido Ceronetti scova l’enigma di Celan, il bagliore che scaturisce dal sedicesimo Salmo, l’incontro con il definitivo. “Forse il v. 10 può esserne la chiave. Certezza cui si aggrappa un moderno disperato artista, che s’iscrive da iniziato nella corale nascosta del Libro dei Salmi”. Il Salmo, canto che cauterizza, che sfonda. Il versetto 10 si lega al seguente, che chiude il Salmo: eccoli nella traduzione di Ceronetti.

Tu la mia anima non la getti tra i morti

Vedere la distruzione
Neghi a chi è tuo fedele

Mi svelasti la via che dà la vita
La gioia è al colmo là dov’è il tuo Volto
Nella tua destra il bene è senza fine

Dio si svela come via che dà la vita, erge la morte in oblio per chi gli è fedele, armato di bene.

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La traduzione de I Salmi di Ceronetti pubblicata da Einaudi nel 1967 è meno efficace:

Perché tu la mia vita
Non abbandoni alla morte
Tu non lasci che veda
Un tuo fedele la fossa
Tu mi riveli quel che fa vivere
Plenitudine di gioia è starti presso
Accanto a te dolcezze senza fine

L’introduzione, però, ha corteccia di smeraldo. Dice della meridiana ferocia della parola, del pericolo di brancolare nel borbottio: “Ogni parla evocando qualcosa, ogni parola è una divinità… Un dio ha abitato in ogni parola, ogni parola è stata un dio, pronto all’ira avido al sacrificio. In ogni lettera incisa c’era la sua mano, si ergeva un altare”. Tramortisce ogni gioia: “In profondo, i Salmi sono un libro senza speranza. La salvezza di tutti quei salvati che lodano il Dio che li ha salvati, non è che la prefigurazione ironica del loro rantolo di morte, che nessuna Scrittura ha registrato”. Benedetto cinismo senza cifre – Celan, però, mi pare ambisca ad altro: non latra salvezza, è già redento, semplicemente, è al di là della morte, in uno spazio d’innocenza dove (oso) non c’è nulla di celebrato né di celeberrimo, è l’eco di un morso, l’irrichiesto e l’irricevibile.

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Alcune traduzioni di quei versetti che custodiscono bagliori.

Infatti tu non abbandonerai la mia persona lasciandola scendere nello Sceol
non permetterai che il tuo fedele veda la fossa.
Insegnami qual è la via della vita; se la Tua faccia è vicina
vi è abbondanza di gioia, e alla Tua destra la dolcezza è eterna.

(Bibbia ebraica. Agiografi, a cura di Rav Dario Disegni, Giuntina, 1995)

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Perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

(Bibbia a cura della Cei, 2008)

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Poiché tu non abbandonerai l’anima mia in poter della morte
né permetterai che il tuo santo vegga la fossa.
Tu mi mostrerai il sentiero della vita;
vi son gioie a sazietà nella tua presenza;
vi son diletti alla tua destra in eterno.

(La Sacra Bibbia, a cura di Giovanni Luzzi, 1921-30)

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Percioché tu non lascerai l’anima mia nel sepolcro e non permetterai che’l tuo Santo senta la corrution della fossa.
Tu mi mostrerai il sentier della vita: satietà d’ogni gioia è col tuo volto: ogni diletto è nella tua destra in sempiterno.

(“Bibbia Diodati”, traduzione di Giovanni Diodati del 1607; in La Sacra Bibbia tradotta in lingua italiana e commentata da Giovanni Diodati, a cura di Michele Ranchetti e Milka Ventura Avanzinelli, Mondadori, 1999)

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Diodati, ginevrino nato da famiglia lucchese convertitasi al calvinismo, legge quei versi abbaglianti (né lascerai che il tuo fedele veda la fossa) come una ipotesi di immortalità. E avverte: “benche David habbia qui qualche riguardo a sé, ed alle sue liberationi da pericoli mortali, ed alla sua speranza della beata risurretione: i termini però sono tanto alti, e pregnanti, che non possono propriamente appartenere ad altri che a Christo”. Insomma: la “beata immortalità” suggerita dal Salmista è letta come “profetia della risurretione di Christo”.

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Se la traduzione è un carisma, tradurre la Bibbia è guardare le tonsille di Dio, auscultarne gli spasmi. Infilarsi nei luoghi dove la traduzione varia – fedele/santo; bene/dolcezza; fossa/distruzione – non è filologia ma planare tra gli angeli.

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Avevo tradotto così:

non scacci la mia anima nello Sheol
non pressi nella fossa chi ti è affiliato

sveli la via della vita
nel tuo volto è gioia sopraffina
impugni eterna quiete

Tradurrei così, compiendo fughe grammaticali:

nello Sheol non scema l’anima
nella fossa non affolli chi ti è affidato

elevi alla via della vita
sgargiante il tuo viso
nella tua destra l’Eden

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Beata immortalità del poeta che osa gingillare il Salmo per sputarne il cadavere.

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Il bagliore non è luce e un versetto non frena il poeta dal balzo nella Senna. Ma il poeta non salta, supera – e cosa sappiamo, noi, di quello che ha visto, per chi è lo scatto? (Davide Brullo)