“Da bambina leggevo Pinocchio e Piccole donne… i miei preferiti di sempre sono Rimbaud, William Blake, Melville e Burroughs, il mio maestro”: la biblioteca ideale di Patti Smith

Posted on Giugno 12, 2019, 8:52 am
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Lo scorso venerdì 7 giugno Patti Smith è passata da Taranto, sul palco del Medimex. Chi l’ha sentita in quell’estremo punto sul mare si ricorderà dell’evento – Patti accanto alle cozze e ai pescatori, qualcosa di eccitante oggi che le abitudini americane ci sbattono ogni sera in faccia la pubblicità della cocacola da assortire con gli spaghetti.

Patti è un’americana di un’altra generazione, di diversa stoffa. Non è quella che cerca i suoi feticci americani in giro per il mondo. Quindi se arriva nella nostra docile periferia italiana, sia essa Bologna, Firenze o Taranto, si lascia travolgere da quel che vede. Una sola parola per lei: artista, poeta.

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Patti Smith è come quei santoni che giravano nel mondo pagano quando i suoi abitanti non sapevano se passare al cristianesimo. Ogni volta che lei appare, poi, sbuca la lista delle sue letture consigliate: così si crea una lista affastellata ed è meglio non soffrire di vertigini perché i cantanti modaioli ci fanno scordare che ci sono eccezioni come Patti Smith: una lettrice onnivora. Poeta. Di nuovo. C’è solo questa parola per chi stila un elenco come quello che trovate qui e che rimane invariato da un decennio.

Davanti al profluvio d’arte che incrocia la vita e si scatena in una lista errabonda è inutile tentare di arrivare al cuore del labirinto classificando gli autori selezionati, pesando chi compare due volte e chi una sola e quanti autori parlano la stessa lingua. Meglio lasciarsi travolgere, farsi attraversare dalla preghiera di parole per cercare scampo negli autori amati.

La playlist di Patti Smith è quindi composta da Il Maestro e Margherita, da una doppietta di Herman Hesse e di Melville, dai sacri Burroughs, Ginsberg, Blake e Rimbaud. Poi, dalla meno scontata Charlotte Brontë, dalle preziosità di Wilde (Il principe felice) e di certo Gerard Nerval (Donne del Cairo). E ancora: dal potente Sotto il vulcano, dall’inquietudine di Pessoa, dalle bizzarrie di Daumal (La gran bevuta), di Lovecraft e Sebald. La scelta di Patti Smith si orienta poi verso libri più celebrali e saggistici come Huntley (The divine proportion) e si fionda in salvo in un angolino (Poeta a New York di Lorca e L’onore perduto di Katharina Blum di Böll).

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Questi elenchi. È come se chi li inventa componesse un romanzo, più che un mosaico. Prendete un bibliotecario coraggioso come Borges, di lui rimane l’elenco formulato per Maria Ricci con La biblioteca di Babele (che palle quei caratteri elegantini, quelle copertine blu! per rubare l’opinione di Carmelo Bene al riguardo…). Del resto, chiedere un elenco è come cercare un medicamento: servirà? E quanto? Pensate un po’ che le ultime parole in USA sono un genere letterario-editoriale.

Ora miscelate le due cose: passione per le ultime volontà e lista dei libri imperdibili, e con Borges il risultato è tremendo, irriconoscibile, come quando si fa dire l’impossibile al destinatario delle nostre preoccupazioni.

Così, per la gioia dei folli, l’ultimo elenco stilato da Borges per Hyspamerica e tranciato, incompiuto, dalla morte dell’autore, si compone certo di libretti che da noi si chiamano ‘adelphine’. Ma spuntano poi ovunque certi autori impensabili per Borges, per come lo conosciamo dalle pagine scritte. Si trovano elencati Wilkie Collins (un Dickens fallito), Buzzati coi suoi tartari (come dire: Borges che si plagia), Ibsen (la noia astrofisica), Nobel improbabili (O’Neill) e scelte, appunto, da bibliotecario che ti volta le spalle e si fa i fatti suoi (Ariwara no Narihara).

Ecco perché oggi gli argentini veri sono scettici verso questo Borges mistificato, di maniera, reliquia pop e virtuale tirata su con elenchi postumi come quello per Hyspamerica.

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Va sempre così, l’elenco è quello, si stratifica ma poi cambia poco. Ecco spiegato perché Patti Smith lo mantiene negli anni. Ed è comunque una lista più avventurosa di quella che girava da noi con le Centopagine, un ritrovato grazioso di Italo Calvino che ebbe vita postuma (la dannazione degli elenchi!) come supplemento de l’Unità.

Per dire, Calvino voleva rifilare al pubblico italiano questi filetti indigesti: Iginio Ugo Tarchetti, Fosca; Henry James, Daisy Miller; Edmondo De Amicis, Amore e ginnastica; Gaetano Chelli, L’eredità Ferramonti; Marchesa Colombi, Un matrimonio in provincia; Angelo Costantini, La vita di Scaramuccia; Guido Nobili, Memorie lontane;  Nyta Jasmar, Ricordi di una telegrafista… insomma, su 77 titoli il tremebondo languore italico sfondava, nei desideri di Calvino. Pensate che incluse anche questo lavoro di Giovanni Cena, Gli ammonitori, che leggete qui.

Conclusione lapalissiana: non si sbaglia mai così tanto, per gusti ed azzardi, come quando si redige un elenco. In questo contesto dove i sommi Borges e Calvino ci inducono a perplessità per le loro scelte di libri, è un toccasana dare uno sguardo all’America, alla sua poesia, alla sua musica. Meno male che Patti Smith ha toccato le coste italiane. Per capirla ancora meglio, eccovi una delle sue ultime interviste per Rolling stone. È stata rilasciata lo scorso dicembre prima del concerto al Greenwich Village di New York. Per il genere di domande gli yankee, quali gli asciutti puritani che sono, si tratta di un’intervista “ingenua”. Evviva le ingenuità allora, se vanno più a fondo degli alambicchi editoriali di Italo Calvino.

Andrea Bianchi

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Libri favoriti da bambina.

Tra i primi, Pinocchio, non la versione Disney ma quella di Collodi. Ho ancora la mia copia sbrindellata di Un giardino di versi per bambini di Stevenson e Uncle Wiggily che andava di moda un secolo fa. E poi Piccole donne!

Tra Piccole donne e un personaggio inventato per le sognatrici come Jo March, ti sembra che ogni generazione cada nel mal d’amore per le stesse cose?

Sai che io mi vedo in lei, era un po’ mascolina quando si arrampica sugli alberi e lassù leggeva libri, scriveva. Sono cresciuta negli anni Cinquanta, il genere era molto definito, come devo dirti? Ero molto stranita davanti a quel che mi si chiedeva in quanto ragazza, così incontro Jo ed è davvero come me: un’epifania, lei era responsabile e amava la famiglia ma si manteneva riservata e non si lasciava fasciare dalle aspettative del genere “come devo vestire e comportare?”. E questo è accettatissimo, oggi. Se guardi il retro di Horses, è del ’75, era una copertina fatta per provocare e resistere, diceva “oltre il genere”. Non volevo essere identificata in termini di genere – la mia identità doveva essere quella dell’artista.

Hai eseguito Horses recentemente, dall’inizio alla fine. Quel vinile resiste al tempo, che dici?

Se le persone vogliono ascoltare Because the night dopo, diciamo, 2000 volte che l’hanno sentita, io lo farò per loro finché gliela posso restituire con reale entusiasmo. Non farò un falso: se rientro in quell’impulso iniziale che me la fece scrivere, la canto ancora. (…)

Film o serie tv che guardi ogni settimana.  

Guardo tutte le serie di detective UK: non lo facevo mai, poi vent’anni fa mi è saltato il matto e ho cominciato a guardare i detective di ogni paese europeo. (…)

La musica che ti scuote. 

Amo troppo l’opera, da Wagner a Puccini, ma quando scrivo mi piace la musica senza parole, quindi potrei sentire Glenn Gould o – proprio ora – la mia colonna sonora ideale è quella di Ghost in the Shell, ma non il film, proprio il manga su schermo, l’ho fatto arrivare dal Giappone.

Le tue letture, oggi. 

Murakami ha un libro in arrivo che sembra buono, ho avuto occasione di leggerlo, mi piace molto l’autore. Roberto Bolaño: amore. Perché l’amore espande le cose come fa lui coi libri, quando li lega l’uno all’altro, ha proprio stabilito un nuovo calco entro il quale colare libri, paesaggi, esperienze con maestria di linguaggio. Inteso che amo allo stesso modo Modiano, sai che mi piace l’invenzione nei libri anche se per la maggior parte i libri che leggo sono in traduzione, per fortuna qui i traduttori lavorano bene. Quand’ero ragazza gravitavo verso la Francia letteratura e ora dedico più tempo alla Germania, al Giappone. Se sei lettore non cambi né cambierai: quando viaggio, dimentico calzini, spazzolini, intimo. Posso vivere senza. Se dimentico un libro non riesco a stare seduta tranquilla.

Alla mostra su Bowie è stata esposta una sua biblioteca portatile, stava in una valigia che si portava in giro. L’hai vista? 

No, ma penso che anche Bob Dylan vada in giro con pile di libri, io invece ne prendo un paio perché voglio essere leggera, almeno il mio bagaglio è il più leggero tra quelli della band e ho solo una piccola Rimowa: in aereo me lo metto ai piedi, altrimenti niente. Comunque l’idea di Bowie era carina: anche se in viaggio puoi fare scoutismo libresco e trovare quel che ti va ovunque tu vada.

Il miglior consiglio ricevuto. 

Ero abbastanza giovane, 1970 o 1971, mi era offerto molto denaro per fare un film e poi incidere un album ma quella proposta voleva mettermi in una forma che non era la mia. Non avevo soldi, lavoravo in libreria. E stavo seduta a parlarne con William Burroughs e mi dice “La cosa migliore che tu possa fare come artista è mantenere lindo il tuo nome”. Divenne il mio amuleto. Ti associano agli anni Settanta.

Cosa ti manca di quel periodo? 

Bene, la struttura economica, e la sua architettura, e poi la pizza! la pizza costava 25 centesimi a fetta ed era fatta in modo naturale, ovunque andassi, era squisita. Ora viene 4 dollari a fetta e non sembra nemmeno una cosa reale al palato. So che è un dettaglio, ma è indicativo di molte altre cose.

Essere madre come si ripercuote sul lavoro? 

Da giovane artista, diventi il centro dell’universo o qualcosa di simile. Sei molto… compiaciuta. Anzi no, preoccupata solo per te stessa. Fa solo parte dell’orgoglio mitologico dell’artista. E poi per una volta hai una famiglia, intuisci che quel centro non c’è più, è stata una buona lezione da apprendere perché sono ancora in grado di svolgere il mio lavoro – solo con maggior disciplina che da giovane.

Spesso sali sul palco coi tuoi figli. Dicci. 

Mi piace, siamo famiglia. Abbiamo tutti responsabilità professionali, ma sono sempre la loro mamma, vedi, e loro i miei bambini, a volte è divertente, altre volte confortevole. Ma dico sempre ai miei figli “non vi preoccupate se qualcosa va male a causa vostra o mia – fate il vostro meglio e rimanete in collegamento”. Amo lavorare con loro perché hanno qualcosa di loro padre [Fred Smith, già chitarrista degli MC5] ed era in gamba come musicista. Entrambi gli fanno onore. Uno di loro ha un tono con la chitarra uguale a suo padre e mia figlia un modo di comporre al piano come lui, e quindi ne sento la compagnia quando suoniamo insieme.

La morte ti spaventa? 

No, voglio dire che vorrei vivere a lungo perché ho tanto da fare. Vorrei vedere crescere ancora i miei figli, ho moltissime idee. Così spero soltanto di sapermi prendere cura di me stessa e avrò tempo per il resto. Mai avuto problemi coi vizi, unica dipendenza il caffè: e poi anche amare è un’altra dipendenza. Non state a preoccuparvi per me.

* le traduzioni sono di Andrea Bianchi