“Ho iniziato a sentirmi un maledetto, ho dovuto trovare qualcosa in cui credere”: a dieci anni dalla morte di Patrick Swayze (voglio cavalcare l’onda insieme a lui, sulla cresta di “Point Break”)

Posted on Settembre 13, 2019, 12:26 pm
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Il culmine è quel film, di catartica bellezza. La parola centrale è bodhi, il film è Point Break. Era il 1991, Kathryn Bigelow – supportata dalla produzione dell’allora marito, James Cameron, collezionista di mogli (ne ha allineate cinque, lei fu la terza) – gira un film ‘d’azione’ con lampi filosofici. La scelta degli attori è perfetta. Keanu Reeves è l’investigatore buono, l’acme dell’innocenza – due anni dopo sarebbe stato il Buddha per Bertolucci, poi il cristico eroe di Matrix. Tuttavia, il genio è l’altro, Patrick Swayze, statuario e biondo, che regna sull’oceano addomesticando il ruggito delle onde con la tavola da surf. Il guru di una masnada di dannati e di tossici, fiero individualista – ma trapanato dalla compassione – che s’impegna a ‘fottere la società’. Così, sulla cresta delle onde cerca il punto d’equilibrio, mentre, mitra in mano e maschera da ex Presidente degli Stati Uniti, rompe l’equilibrio sociale, doma il Leviatano, tempesta di rapine le banche della contea di Los Angeles.

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Patrick Swayze in Point Break interpreta Bodhi, che nel vocabolario buddhista significa ‘risvegliato’. “Realizzò il desiderio del suo cuore”, scrive Asvahosa scrivendo del Risvegliato, il Buddha. Sostanzialmente, è l’uomo che non ha bisogno di niente, introdotto nella preghiera e indotto alla pietà. Nel film, Bodhi rapina le banche per ambiguità filosofica: l’uomo ha dato un prezzo alla propria anima, ha venduto la libertà valutandola in dollari.

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Attore non certo da performance shakespeariane, Patrick Swayze è una presenza potente nell’angelologia di Hollywood. Nato a Houston, da ceppo irlandese, nell’agosto del 1952, Swayze è morto dieci anni fa, il 14 settembre 2009. Così l’iconico ‘coccodrillo’ del “New York Times” firmato da Anita Gates: “Patrick Swayze, l’attore atletico dal talento per il ballo, diventato una star grazie a film come Dirty Dancing e Ghost, la cui battaglia contro il cancro al pancreas, durata 20 mesi, ha attirato tanta attenzione, è morto. Aveva 57 anni”. Sky fa memoria di Swayze in forma duplice: su Sky Cinema Due, sabato 14 settembre, potete vedere Ghost – film indubbiamente cult: con Demi Moore e Whoopi Goldberg, classe 1990, due Oscar su cinque nomination, “mi sembrava necessario realizzare un film che influenzasse in modo positivo il pubblico, per introdurli al bene della loro vita, ad apprezzare ciò che hanno”, ha detto, allora, Patrick. Segue, la visione di Point Break. Su Sky Arte, alle ore 21.15, stesso giorno, invece, è in onda il documentario I am Patrick Swayze. Circuiti del caso: Swayze comincia con il cinema quarant’anni fa, nel 1979, con Skatetown, Usa. Il successo inizia nel 1983, quando Francis Ford Coppola lo scrittura per I ragazzi della 56ma strada.

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Alcuni aspetti della vita di Swayze. Nel 1975, a 23 anni, sposa Lisa Niemi, di origini finlandesi. I due recitano insieme in un film – molto modesto – del 1987, Alba d’acciaio. Non possono avere figli, stanno insieme sempre. La sorella di Swayze, Vicky, afflitta da depressione, si suicida nel 1994. “La sua morte mi ha cambiato la vita: è stato difficile non sentirmi responsabile, avrei potuto fare qualcosa… Più la vita va avanti, più morti devi affrontare. Dopo la morte di mio padre, quella di mia sorella, ho iniziato a sentirmi un maledetto. Ho dovuto trovare qualcosa, qualcosa a cui credere, qualcosa oltre me stesso per vincere il senso di colpa, questo pazzesco senso di colpa. L’unica cosa è trovare un brandello di significato”, ha detto Swayze.

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Nell’ultima intervista: “Ho il mio cuore, la mia anima, il mio spirito spalancati al miracolo. Voglio vivere. Ma non voglio passare il tempo in una caccia per restare vivo”.

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In una intervista del 1989: “L’unico progetto che ho è che ogni volta che le persone credono di avermi ancorato, di avermi capito, faccio qualcosa di inaspettato”. Non sopportava il successo, nei pieni Ottanta comprò un ranch, in Nuovo Messico. Allevava cavalli arabi. “I cavalli non mentono”, diceva, accennando alla falsità del sistema di Hollywood.

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In verità Keanu Reeves/Johnny Utah è sedotto da Patrick Swayze/Bodhi. Al netto del crimine – ingiustificato – l’investigatore ragiona sulla menzogna della sua vita negli argini della ‘giustizia’. In Australia, Reeves – il futuro Buddha – vince Bodhi. Point Break si chiude su quella scena indimenticabile. La scelta che spiazza, la pazzia platonica, il rischio che gratifica una intera vita. L’unica legge è l’egida dell’elemento, l’acqua. Una morte non assolve, a volte salva. (d.b.)