“Mi butto in acqua e ciao, o cerco una via d’uscita dal labirinto in cui mi trovo da molto, troppo tempo?”. Su “Patria” di Fernando Aramburu, un libro inesorabile

Posted on Maggio 21, 2020, 9:53 am
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Dio, Patria, famiglia.

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Il divino c’è, eccome. Ben presente. E ha lo spessore e i colori di un prete nazionalista, Don Serapio. Tra un’omelia e un’altra, una sera afferma: “Dio ci ha assegnato la missione cristiana di difendere la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua”. Il divino c’è poi nella statuina di Ignazio de Loyola, abbarbicata su un piedistallo all’interno della chiesa. Il divino c’è sempre e quando si allontana si appollaia in un posto che, scrive l’autore, si trova “in culo a dio”.

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La famiglia pure. Anzi, le famiglie. Due per l’esattezza. Un tempo amiche poi, all’improvviso, ostinate e contrarie. Amici gli uomini, amiche le donne, amici i figli e le figlie.

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Patria è il titolo del libro di Fernando Aramburu, uscito in Italia per Guanda e che racconta la storia di un’amicizia finita ai tempi dell’ETA. Siamo nei Paesi baschi, Euskadi, per dirla nella loro lingua.

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La sfida e la provocazione. Sulle pagine di La Razón il critico l’ha definito in tre parole: “Un romanzo definitivo”. Il Premio Nobel peruviano Mario Vargas Llosa non ha lesinato complimenti: “Da molto tempo non leggevo un romanzo così persuasivo, commovente, e così brillantemente concepito”. E non sono gli unici a pensarla alla stessa maniera. Michele, amico che lavora in Mondadori e autentico roditore di libri, mi suggerisce di leggerlo. Ciclista e camminatore, adora Paolo Rumiz quindi è una persona fidata perché ha scelto di non correre ma di misurare la sua vita a passo di scarpe.

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“Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova” disse Agatha Christie. Quindi affronto le seicentoepassa pagine di Patria. Si parte: direzione Spagna del Nord, in zona San Sebastiàn, la mecca dei kitesurfisti. Più precisamente a Guipùzcoa (o Gipuzkoa, in basco).

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La scrittura di Aramburu è piuttosto innovativa e viene sapientemente mescolata alla lingua basca. A fine libro comunque c’è un dizionario che le traduce: utile all’inizio per familiarizzare con certi fonemi. Una scrittura parlata, gergale, che salta dalla prima alla terza persona così, senza preavviso. Che passa dal passato al presente. All’inizio, un giramento di capo. Poi ci si abitua. I capitoli sono brevi, tre o quattro pagine, e oscillano tra il presente e una serie di flashback – straordinarie le capriole temporali, incisive come quelle di Pulcinella – che cuciono come un abito sartoriale la trama.

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Già, la trama. La prima famiglia: Bittori (Vittoria, in basco) e il Txato, che ha una ditta di trasporti e che finisce sparato per aver rifiutato di pagare tutti gli oboli gli uomini dell’ETA, gli indipendentisti baschi. Hanno due figli. Uno è maschio, Xabier, e una è femmina, Nerea. La seconda famiglia: Miren e Joxian, genitori di Arantxa (colpita da un ictus), di Gorka e di Joxe Mari, un bombarolo nazionalista invasato e poi condannato al carcere. La pena è di 126 anni.

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“Gli agenti, caschi rossi, volti coperti con i passamontagna, avevano preso posizione. Sparavano proiettili di gomma ai ragazzi ammassati di fronte a loro, che li insultavano lanciando in coro l’abituale repertorio: sbirri, assassini, figli di puttana, a volte in euskera, altre in castigliano”.

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Un trionfo di maschere caratterizzate. Bittori, probabilmente piuttosto avvenente da giovane, nell’età adulta (Xabier, si scopre, ha poco meno di 50 anni quindi il lettore immagina che abbia almeno 70 anni) e nel tempo ha saputo mantenere la classe. E sembra di vederla – perché la scrittura di Fernando Aramburu è essenzialmente fotografica – quando va a Polloe, lì dove si trova il cimitero, e si siede vicino alla lapide del marito e gli parla. Perché, comunque, anche se fai finta di niente davanti agli altri, una cicatrice rimane sempre. Però una cicatrice, che di per sé è già una forma di cura. Il Txato? Un bell’uomo, quand’era in vita (ma in realtà, grazie alle continue evocazioni, non è mai morto), e un ottimo aita (padre) premuroso: quando si accorge che l’ETA sa tutti gli spostamenti della figlia Nerea, la manda a studiare lontano, a Saragozza. Sicuramente Miren invece è invecchiata male, deturpata dalla sua tirchiaggine (nega alla nipote Ainhoa, figlia di Arantxa, una ricarica per il cellulare e mentre è a Ibiza assieme alla nipote la costringe e pranzi e cene a base di panini) e dall’amore incondizionato per il figlio assassino. Certamente Joxian ama il suo orto più della moglie e si preoccupa dei conigli e delle inondazioni. L’unica persona del libro – gli altri sono personaggi – è Arantxa, che anche un ictus l’ha storpiata e costretta su una sedia a rotelle e anche se i suoi genitori e i suoi fratelli si sono schierati per l’indipendenza e quindi contro lo Stato, nutre un sentimento puro e sincero per Bittori e per i suoi figli. Bellissima e civettuola da giovane, è l’unica, forse, che ricorda con nostalgia e profondo sentimento di nostalgia quando la sua ama (mamma in basco) e Vittoria erano amiche, quando il Txato le regalò un braccialetto, quando camminava ancora e non era costretta a comunicare attraverso un iPad.

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Ama vuol dire mamma. Ed è una parola bellissima: perché, in fondo, una madre ama.

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L’autore colora le donne mentre agli uomini dedica solo sfumature di grigio. Il maschio è un animale semplice – bar, bicicletta, sigarette, bere, mangiare, lavorare, partita di calcio, manifestazioni in piazza, orto da coltivare. Le donne del libro – ma non solo loro – sono più complicate e per raccontarle, l’ottimo Fernando Aramburu intinge il suo pennino negli occhi nell’arcobaleno.

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Dopo 20 pagine avverti in maniera nitida un pezzo di Fabrizio De André, Disamistade (è nell’album Anime salve del 1996). A un certo punto la canzone girà così: “(…) Due famiglie disarmate di sangue / si schierano a resa/ e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. / Si accontenta di cause leggere / la guerra del cuore / il lamento di un cane abbattuto / da un’ombra di passo / si soddisfa di brevi agonie / sulla strada di casa / uno scoppio di sangue / un’assenza apparecchiata per cena / e a ogni sparo di caccia all’intorno / si domanda fortuna”.

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Uno sparo di caccia, e poco importa se i bersagli, sino al 2011 nella terra di nessuno a Nord della Spagna, siano state le persone. Il 10 gennaio di quell’anno difatti l’ETA ha annunciato un cessate il fuoco “permanente, generale e verificabile dalla comunità internazionale” anche se la sensazione di una tregua si era già avuta verso il mese di settembre del 2010, quando annunciò la fine delle operazioni offensive. Nell’ultimo video-messaggio dell’organizzazione, diffuso il 3 maggio 2018, la voce del latitante Josu Urrutikoetxea (alias “Josu Ternera”) annunciava: “Abbiamo smantellato tutte le nostre strutture operative ed è conclusa qualsiasi attività dell’ETA. Questa organizzazione non sarà più un attore che assuma posizioni politiche o promuova iniziative. Quest’ultima decisione vuole favorire una nuova fase storica. L’ETA nacque da questo popolo e ora in questo popolo si scioglie”.

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L’Euskadi Ta Askatasuna, l’ultima ETA quindi. Ma anche Euskadi Herria, quindi il luogo e il popolo basco, e la lingua Euskera, e due famiglie schierate a resa. Il Taxto e Joxian sono amici veri: giocano a mus la sera al bar, vanno in bicicletta la domenica mattina. Quando lo fanno secco, Joxian è disperato. Alcune volte non bisogna piangere, gli dice Miren. “Se piangi per quello là, me ne vado in un’altra stanza. Non si tratta di buone o di cattive persone, è in gioco la vita di un popolo”.

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Arantxa invece, da giovane e nel fiore della sua bellezza, fa conoscere i primi baci a Xabier. L’ama però non lo sa e una sera, visto che lui è bello come un fiore e ha un lavoro sicuro – è medico e fa il medico – gli chiede se per caso non è un “figlio della luna”. E lui, candido, le risponde che ha sposato il suo lavoro. Però la sera, quando è da solo nel suo studio, apre il cassetto e tira fuori una bottiglia di cognac, e si fa un goccetto, poi un altro e poi un altro ancora, finché la vista non inizia ad annebbiarsi e capisce che è il momento d tornare a casa. In macchina, se è in grado di guidare, oppure un taxi. Tutte le sere, autunno inverno primavera estate, che piova o che l’aria sia mite.

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Prima della storia del Txato, Bittori era credente, ma adesso non lo è più. Anche se da giovane era stata devotissima. E dire che per un pelo non aveva preso i voti. Lei e quell’amica del paese, Miren, che è meglio dimenticare. Avevano fatto marcia indietro all’ultimo momento, con un piede già nel noviziato. Ora tutte quelle storie sulla resurrezione dei morti e sulla vita eterna e il Padreterno e lo Spirito Santo le sembrano panzane.

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Morto ammazzato, il Txato. Non il primo e nemmeno l’ultimo. Una faida, una Disamistade feroce tra chi vuole vivere con onestà e dare lavoro e chi invece chiede un contributo alla causa separatista.

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Dice Nerea, ad un certo punto: “Ci sforziamo di dare un senso, una forma un ordine alla vita e alla fine la vita fa di noi quello che le va”.

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Ancora lei: “Anche io ho motivi in abbondanza per essere a pezzi. Però, guarda, a Londra, la sera stessa in cui mi sono accordata con Quique per vivere separati per un periodo, ho fatto un giro sulla riva del fiume. Mi sono detta: che faccio? Mi butto in acqua e ciao, o cerco una via d’uscita dal labirinto in cui mi trovo da molto, troppo tempo? E ho visto la corrente torbida, e i riflessi della città nell’acqua, e poi ho visto la gente, e ho sentito della musica da qualche posto lì vicino, avevo il vento sulla faccia e ho concluso: che cazzo, Nerea, solleva quella faccia, non rassegnarti, vivi, sì, vivi, ragazza, anche se sei a pezzi, muoviti, combatti, cerca”.

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Patria è verosimilmente il “più libro” degli ultimi cinque anni.

Alesander Carli

(Alessandro Carli)