“Riconoscere me e la mia sorte come un inestimabile dono”: una poesia salvifica di Boris Pasternak, “All’ospedale”

Posted on Marzo 15, 2020, 8:54 am
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Il 20 ottobre del 1952 Boris Pasternak ha un infarto, viene ricoverato a Mosca. Poco dopo le sue dimissioni, muore Stalin, il 5 marzo del 1953. Il poeta sopravvive al re cannibale. “È un miracolo che abbia potuto salvarmi in quegli anni terribili. È incredibile quello che mi permettevo! Il mio destino si è configurato proprio come ero io a configurarlo”, scriverà. L’esperienza in ospedale lavora nel poeta e si realizza, nel 1956, nella poesia All’ospedale. La poesia sarà raccolta nell’ultimo libro di Pasternak, Quando si rasserena, pubblico a Parigi, nel 1959. È il periodo più turbinoso e torbido, quello, per il poeta, che muore l’anno dopo, a fine maggio. “Pretendono che io chieda di essere riammesso nell’Unione degli scrittori, cosa che inevitabilmente implicherebbe un rinnegamento del mio libro. Ma questo non succederà mai”, scrive a Nina Tabidze. Nel 1958 Pasternak ha rifiutato il Nobel per la letteratura, tacciato di tradimento verso la patria dalla stampa sovietica, solo, a resistere contro il regime; l’anno dopo inaugura una corrispondenza con Albert Camus. L’esperienza ospedaliera del ’52 è potente in Pasternak, perché la percezione della morte lo conduce a una rivelazione: “Quando successe e mi portarono via, e quella sera per cinque ore rimasi dapprima nella sala d’accettazione e poi di notte in un corridoio di quel normale enorme e stracolmo ospedale cittadino, negli intervalli fra gli svenimenti e gli accessi di nausea e di vomito, mi sentivo prendere da una tale pace e beatitudine… Nell’istante che sembrava l’ultimo della mia vita, più che mai prima di allora volevo parlare con Dio, osannare ciò che è visibile, coglierlo e serbarlo”, scrive, ancora a Nina Tabidze, il 17 gennaio del 1953. Pasternak è il poeta che afferma la vita, che dice sì allo sconosciuto, esposto, che precipita nel futuro. Nel 1960, l’anno della morte, si propone di scrivere un altro romanzo, annientando tutto ciò che ha costruito, “le cose che compongono la mia vita hanno da tempo superato la sfera dove possono fare qualcosa e mutare qualcosa la stupidità, l’influsso del caso, il pettegolezzo e la cecità. Queste forze non sono più per me una minaccia… Mi tiene sottomesso e in suo potere la speranza dell’opera”. Morirà senza realizzare l’opera estrema – ma è pensarla, all’estremo, che conta. L’ultima raccolta poetica di Pasternak, a cui appartiene questa poesia, segue la linea di quiete, la morale verticale del Dottor Zivago, priva dello spavaldo, cosmico sperimentalismo dei primi libri (venerati da Angelo Maria Ripellino). La poesia è tradotta in Autobiografia e nuovi versi (Feltrinelli, 1959) da Bruno Carnevali e Mario Socrate. All’ospedale racconta la morte, la rinascita attraverso la morte; nel Dottor Zivago il poeta ha scritto, “La morte non esiste. La morte non riguarda noi… non vi sarà morte, perché questo è già stato visto, è vecchio, ha stancato, è ora di qualcosa di nuovo, e il nuovo è la vita eterna”. In questa eternità occorre scoscendere. (d.b.)

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All’ospedale

Restavano lì come davanti a una vetrina,
dilagando su tutto il marciapiede.
Poi la barella fu issata sulla macchina
e balzò nella cabina il portantino.

E il prontosoccorso sgusciando
Fra marciapiedi, posteggi, perdigiorno,
e fra il trambusto della strada notturna,
si tuffò con i fari nelle tenebre.

Vigili, vie, visi
balenarono alla luce del faro.
Barcollava l’infermiera
con la boccetta dell’ammoniaca.

Pioveva e nella sala dell’accettazione
squallidamente crosciava lo scolatoio,
mentre una riga sotto l’altra
scarabocchiavo il modulo.

Lo sistemarono presso l’entrata.
Tutto l’edificio era pieno.
Esalazioni di iodio che stordivano,
e, dalla strada, folate di vento alla finestra.

La finestra ritagliava in un quadrato
una parte del giardino e un lembo di cielo.
Alle corsie, all’impiantito, ai camici
s’abituava lo sguardo il nuovo arrivato.

Quando, d’un tratto, dalle domande dell’infermiera,
da quel suo scuotere la testa,
capì che da quella storia
difficilmente sarebbe uscito vivo.

Allora dette uno sguardo grato
alla finestra dietro cui il muro
era come illuminato
d’una scintilla d’incendio dalla città.

Là, nel bagliore, rosseggiava la barriera,
e nel riverbero della città, un acero
con un ramo contorto si sprofondava
davanti al malato in un inchino d’addio.

“O Signore, come sono perfette
le tue azioni”, pensava il malato.
“I letti e gli uomini, e le pareti,
la notte della morte e la città di notte.

Io ho preso una dose di sonnifero,
e piango tormentando il fazzoletto.
O Dio, lacrime d’emozione
m’impediscono di vederti.

M’è dolce, alla luce opaca
che cade appena sul letto,
riconoscere me e la mia sorte
come un inestimabile dono.

Morendo in un letto d’ospedale,
sento il calore delle tue mani.
Mi tieni come un tuo prodotto,
e mi riponi come un anello nell’astuccio”.

Boris Pasternak

*In copertina: Omar Sharif e Geraldine Chaplin sul set de “Il dottor Zivago” (1965)