Passò da Lotta Continua al “Corriere della Sera” con irriverente naturalezza, insegnandoci che la sola forma di giornalismo possibile è lo sberleffo: ciao Vincino!

Posted on Agosto 22, 2018, 9:59 am
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Con naturalezza da cinico vignettista, Vincino, palermitano, avatar di Vincenzo Gallo, è passato da Lotta Continua al Corriere della Sera – ma solo un moralista cronico, in questo, vede qualcosa di surreale, di surrettizio.

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…poi, con la stessa volubilità anarcoide, è passato da Linus a Il Foglio, non allineato ad altro che al proprio talento – e ai soldi, si presume, con cui era soppesato il suo talento.

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Di vignette m’importa nulla, di satira so niente, ma le vignette di Vincino ti s’incidono in testa, perché quella linea continua pare fil di ferro, ti stritola gli occhi. Micidiale la vignetta dedicata alla visita di Rohani a Roma, con nudi statuari ‘censurati’: “Gli italiani sono molto ospitali”, dice il capo iraniano, mentre s’inchiappetta, braghe calate, un Renzi perennemente sorridente.

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Il Male: chi non vorrebbe fondare una rivista con quel nome? Dopo Il Nemico di Wyndham Lewis è la rivista con il nome più bello.

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Direi: la malvagità connaturata nella politica, il male che coincide con l’uomo, vanno vinti con una malizia superiore.

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Vincino pone un problema: che cosa significa ‘informazione’, significa dire la verità o sbeffeggiare quella che vogliono farci passare per verità?

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Vincino, che non fa vignette ma fa giornalismo in forma di vignetta, non ‘interpreta i fatti’, li surclassa, li supera, li disintegra. Di fronte a Vincino concetti come fake news o post-verità fanno sbellicare: tutto è fake, ogni notizia è post, è fatta per mettertela lì, nei posteriori. Poiché tutto è fake, è fuck off, non bisogna esigere un ragionamento kantiano, daremmo solo spago alla menzogna, ma sputtanare.

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Pensate alla tragedia del Ponte Morandi? Ma… vale davvero la pena discettare sulle variopinte dichiarazioni dei politici? No. Bisogna valicare le volpi con una pernacchia. Dentro la pernacchia, va da sé, s’incunea la giustizia.

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Il Male, che Vincino ha fondato e diretto per un tot, che libertà, ha insegnato due cose. Che il giornalismo ha un vigore specificamente ‘teatrale’. Se gli togli il teatro, il giornalismo non serve, si riduce al video con il cellulare di un passante rimbalzato sul tiggì della sera – che differenza ci sia, poi, tra il vilipeso video di un passante che riprende un incidente mortale e quello dell’altro, superfluamente addolorato, che riprende l’incidente più vertiginoso e mortale del Ponte Morandi, lo decide il vacuo cinismo dei giornalisti titolati…

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…e poi… che il giornalismo è, soprattutto, creazione e creatività, ghigno e sberleffo, fierezza anatomica nel descrivere le pudenda dei potenti, cavalleresca perizia nello smutandare i poteri ‘forti’, povertà di tutto ma non di vizi e di idee.

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Dada… certo… Vincino dadaista: estetica dello sberleffo, esaltazione del disgusto, privilegio dell’ira.

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E poi fare della ferocia – scartavetrando le proprie convinzioni – la sola forma di etica giornalistica.

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In una intervista su Rivista Studio Vincino disse “i politici della Prima Repubblica avevano un altro spessore, ma io vado alla ricerca delle miserie umane e quelle miserie ci sono oggi come allora. E il mio lavoro è farle emergere, far emergere i contrasti, le contraddizioni. Certo rimpiango i Craxi, gli Andreotti”. Con questi, ora, non vale dialogare – occorre denigrare. Il giornalista non grida, affonda, troppo spietato perché qualcuno possa ‘ribattere’, egli abbatte. (d.b.)