“Pasolini è una bandiera che sventola in un tempo oscuro”. In Canada sbarcano “Le ceneri di Gramsci”. Intervista al traduttore

Posted on febbraio 13, 2018, 12:27 pm
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Potrebbe essere un racconto post- postmoderno di un Tommaso Landolfi reinventato da Thomas Pynchon. Pasolini in Canada. Titolo banale, appropriato al surreale. Pasolini che si simula Jack London, su una slitta trainata da cani, a fare surf sulla neve, con Nietzsche nello zaino. Invece. Sbandiamo dalla fiction al fatto, dal surreale alla realtà. Andy Patton è un artista di Toronto, Canada. Un artista importante. I suoi ultimi lavori sono legati all’arte della calligrafia cinese e alla poesia di epoca T’ang. Ha rappresentato il Canada alla Biennale di Sydney, ha esposto un po’ ovunque, a New York, a Zurigo, ad Amsterdam, a Pechino. Il primo amore di Patton, però, è per la poesia italiana. Conosce – e ama – la poesia di Pier Paolo Pasolini fin dagli anni universitari; è folgorato – su ispirazione di Robert Lowell – dalla poesia di Eugenio Montale, lo conquistano alcuni versi di Vittorio Sereni (che sta traducendo). L’anno scorso, a sessant’anni dalla prima edizione, Andy Patton ha tentato di tradurre Le ceneri di Gramsci in inglese, per i lettori canadesi. Il testo è stato pubblicato su The Malahat Review, tra le più notevoli riviste letterarie canadesi, con una certa enfasi e una bella conversazione con Patton. “Ho provato a produrre una tradizione fedele, ma ho fallito, ripetutamente. I miei crimini sono molti; ho dovuto fornire a questa lingua inglese parole equivalenti ai più dolci e scabrosi termini italiani di Pasolini”, scrive l’artista nella nota che chiude la traduzione. Con un gruppo di amici e con la moglie, Janice, Andy Patton è stato al Cimitero acattolico di Roma, “in un giorno che non era ancora maggio… a lasciare dei fiori per Gramsci”. Che bella e devota delicatezza. In inglese, ovviamente, esistono diverse traduzioni delle poesie di Pasolini, tra i più alti rappresentanti della letteratura italiana recente nel mondo. Segnaliamo, ad esempio, The Selected Poetry of Pier Paolo Pasolini (a cura di Stephen Sartarelli, 2014) e Pier Paolo Pasolini: Poems (a cura di Norman MacAfee, 1996); in Canada esiste una traduzione di Antonino Mazza, Pier Paolo Pasolini: Poetry (1991). Un repertorio su “Pier Paolo Pasolini nelle Americhe” è redatto da Alessandra Ferraro e Silvana Serafin in Oltreoceano (Forum, 2015). Tuttavia, una attenzione così miliare sulle Ceneri di Gramsci, uno studio così attento ed ‘empatico’ è la prima volta che accade. Per questo, abbiamo varcato l’oceano per contattare Andy Patton.

Intanto: perché Pasolini? Come ha affrontato il lavoro di traduzione, in quali circostanze? Conosce altri poeti italiani?

pasolini gramsci“Conosco Le ceneri di Gramsci da quando ero studente – quasi quarant’anni fa! Forse perché molti dei miei amici erano marxisti-trotskisti e focalizzavano particolarmente la loro attenzione sul ruolo della cultura. Ricordo che fui elettrizzato da come quel poema si rivolgeva al pubblico. Ho solo una ristretta conoscenza della poesia italiana, ma alcuni scrittori mi affascinano. Ho scoperto Eugenio Montale attraverso Imitations di Robert Lowell, e sono rimasto sbalordito. Mi sentii come se molte di quelle poesie fossero intagliate su di me. Così l’ho letto e riletto, in ogni traduzione che ho trovato. Infine, ho cercato di imparare l’italiano, solo per leggere Montale. Il primo viaggio in Italia l’ho fatto più per visitare i luoghi cari al poeta che le grandi opere d’arte. Sono stato a Genova, a Monterosso, alle Giubbe Rosse, a Firenze. Ho visitato Porto Corsini, vicino a Ravenna, per vedere il luogo di Dora Markus. Ho imparato così tanto da Montale che ha influenzato la mia arte: come un’immagine possa nascondersi prima di svelare il proprio significato, il senso di una certa opacità, i modi di resistere al proprio tempo con l’opera d’arte. Ma mi ha egualmente conquistato Vittorio Sereni – in particolare, alcune poesie. Strada di Creva, ad esempio, o Intervista a un suicida, La malattia dell’Olmo. C’è un senso così profondo di ciò che intendo come ‘la vita nell’errore’ in certe poesie, un senso profondamente genuino dell’essere imperfetto, un’auto-critica che mi commuove. Sono attratto dalla poesia italiana moderna, specialmente quella degli anni Cinquanta e Sessanta – dopo la guerra. In un modo strano, mi ricorda un po’ l’Ovidio in esilio, che scrive i suoi Tristia. Mi piacerebbe che mi piacesse Franco Fortini, ma non è così. Qualcosa non si accende in me quando lo leggo, anche se sembra davvero intelligente. Mi piace Patrizia Cavalli, alcune poesie, che sembrano così semplici superficialmente. Ma, davvero, non conosco il territorio della poesia italiana contemporanea”.

Che effetto ha la lettura di Pasolini su un lettore canadese? Come ha ricostruito la lingua di Pasolini – così italiana, così ‘dantesca’ – in inglese?

“Grande domanda – così vasta da un lato e così specifica dall’altro. Non saprei rispondere alla prima domanda, che effetto ha Pasolini? Non so se sono un rappresentante dell’orecchio, o del cuore o della mente canadese. Ma penso che chi ama quel poema – o la mia versione di quello – risponde alla ferocia delle sue contraddizioni. Pasolini si è permesso di non negare nulla – e questo è molto diverso dalla struttura dei sentimenti della lingua inglese. Linguaggio e sentimento sono ‘sopra le righe’, diremmo. Ho capito di dover raffreddare la sua forza e il suo linguaggio per consentirgli una comprensione in inglese – tuttavia è un lavoro ancora estremo. Riguardo al linguaggio… Spesso mi sono trovato a cercare parole inglesi dalla radice latine. Spesso il significato è differente dall’italiano all’inglese, nonostante la stessa radice latina, ma ho usato ugualmente quella parola, in modo che qualcosa del suono e della profondità storica dell’italiano fosse mantenuta, come un sapore, in inglese. A proposito di Dante, ovviamente la terzina suggerisce una relazione con la terzina rimata di Dante – spesso ho pensato che Le ceneri di Gramsci fosse l’Inferno di Pasolini. E mi pare di ricordare che benché il Purgatorio e il Paradiso di Pasolini non esistano, essi esistono al di là del poema, in qualche universo parallelo di possibilità insoddisfatte. Le terzine di Pasolini, inoltre, mi hanno ricordato il tempo speso da Gramsci in prigione a studiare Dante. Queste sono state le guide al poema. Ma la verità è che Dante, in italiano, mi sembra così semplice, così limpido – come si guarda il soffitto della Cappelli degli Scrovegni di Giotto e si pensa, ‘che blu!’. In inglese, Dante è un mucchio di lavoro. Non c’è nulla di simile a E quindi uscimmo a riveder le stelle. Così semplice! Così bello. È come vedere più che scrivere”.

Pasolini era uno scrittore affascinato dalla pittura, dall’arte figurativa (una fonte, per altro, utilizzata nei suoi film). Forse la sua attività di pittore la ha aiutata durante la traduzione…

“Non so se questo sia vero oppure no. Non ci penso. Penso che parlare e leggere l’italiano, seppure in modo imperfetto, mi abbia aiutato. Ma se l’arte è stata utile, lo è stata in questo modo. La mia traduzione usa diversi dettagli del Mattatoio di Testaccio, tratti dai disegni di Giulio Magni per i palazzi vicino al Tevere, e il cimitero. Forse perché sono giunto al poema come uno straniero, uno straniero innamorato di Testaccio. Ma forse è vero, a causa della pittura ho enfatizzato gli aspetti visivi sull’impostazione del poema. Penso che Testaccio sia importante nella mia versione del poema quanto Gramsci – o quasi. A proposito, devo dire che io e Janice [Janice Gurney, artista e moglie di Andy Patton, ndr] siamo rimasti profondamente colpiti da Pasolini Roma. Non so se ho visto prima una mostra così commovente, eppure così piena di informazioni. È stato immensamente toccante vedere quanto Pasolini fosse ancora presente. E… il giorno dopo eravamo al cimitero di Testaccio, camminando tra le tombe. Andiamo lì così spesso che un giorno Janice nota una nuova lapide. Mi ha chiamato e ha detto, ma non è il curatore della mostra su Pasolini? La tomba di Gianni Borgna. Lo ammiro enormemente e ho il suo libro su Pasolini. Che perdita”.

Che valore ha oggi la poesia di Pasolini? Infine, che ruolo ha la poesia, oggi, nel mondo ‘impoetico’?

opera patton

Un’opera di Andy Patton legata alla calligrafia cinese

“Domanda divertente. La mia prima conversazione in italiano riguardava il ruolo di Gramsci oggi. Janice e io siamo andati al cimitero il 25 aprile, per visitare la tomba di Gramsci. Più tardi, eravamo vicini al cancello, abbiamo visto tre persone, eleganti. Pensai fossero intellettuali. Ho detto a Janice, tenterò di chiedere loro che senso ha Gramsci oggi. Così, gliel’ho chiesto. Il primo mi ha detto, ‘Niente. Non significa niente’. Il secondo, una donna, forse un professore?, mi ha detto, ‘Ci siamo liberati dal fascismo, ma non ci siamo mai liberati dal classismo’. Wow, ho pensato, è chiaro. Ma per rispondere alla sua domanda. Penso che Pasolini, oggi, esista come un ideale. Come qualcuno che non ha negato le sue contraddizioni, i suoi difetti, le sue ferite. Che ha sentito umana solidarietà e non ha lasciato che le tante persecuzioni riducessero la sua umanità in cenere, in amarezza. Oggi il neoliberismo sembra trionfare. Forse il poema di Pasolini è una bandiera che sventola in un tempo oscuro, per dirci che le speranze non sono sepolte. Penso che ci avviciniamo a lui come lui si è avvicinato a Gramsci, non come a qualcuno da adorare, ma da cui imparare, per vedere come i difetti possano diventare virtù, perché egli fu un essere umano. E quando il suo corpo espresse opinioni che sia lo Stato che il partito negavano, non si scusò, andò avanti. Ovviamente, ha avuto coraggio. Che ruolo deve avere la poesia? Io penso che non debba avere alcun ruolo. Tranne quando compie un mandato da parte dello Stato o di qualche altra istituzione, e io mi sento male per tutti quegli artisti che si sono alleati con lo Stato. Penso che il razzismo e l’omofobia, ad esempio, debbano essere sconfitti. Ma il nostro Stato li ha già messi fuori legge. Quindi, cosa succede quando un artista o un poeta ha un mandato dallo Stato? Certo, è bello che non siano razzisti, ma non è molto, molto preoccupante quando un poeta o un artista si allineano con lo Stato? Questo è accaduto sotto il Fascismo e durante il regime sovietico. Qualcosa si arrende. Penso che la poesia si nutra della propria inutilità. Guardiamo a Pasolini: perché sprecare il proprio tempo con la poesia se voleva scardinare la struttura di classe della sua nazione? Quelli che se ne stavano assisi al potere nelle loro raffinate vesti non avevano certo paura di una poesia. Eppure, ha scritto un poema straordinario. La poesia non cambia nulla, tranne ciò che è invisibile. Forse è proprio la sua impotenza a essere importante. Forse è questo il terreno che la nutre. Il mio pensiero sulla poesia è tutto dalla parte del lettore, non del poeta. Forse, questo influisce sul modo in cui vedo la cosa, rispetto a chi scrive poesia. A volte penso che i poeti esagerino il valore della poesia quando parlano in pubblico di essa, come se ogni verso fosse un gesto rivoluzionario. Non lo è. Ma, cos’è? Qualcosa di cui non posso fare a meno…”.

Il lavoro di Pasolini è impregnato di politica, nel nobile senso del termine. Che relazioni esistono tra arte e politica?

“Mio dio, non lo so. Non credo che l’arte possa avere effetti politici, tuttavia sono un cittadino. Alcuni dei miei amici più cari sono artisti politici. Amo il loro lavoro, ma non credo che l’arte cambi qualcosa. Credo che Adorno avesse ragione, l’arte è politica quando sembra non esserlo. È meno politico ciò che tenta di essere politico. Ma questo non può essere vero per Pasolini, che fu molto politico quando fu molto politico. Ma Morandi, diciamo. Penso che forse i suoi lavori preservano qualcosa del fascismo. Non molto, ma una possibilità è preservata lì, una speranza quasi persa. Forse la speranza è politica. Perché le persone non si arrendono? D’altra parte, penso che la gente divida in modo affrettato la poesia dalla politica. Ricordo il libro di James Scully, Avenue of the Americas, sulle proteste contro la guerra in Vietnam. Mi è rimasto impresso. Sembra che ci sia molta più arte politica che poesia politica. Forse è questo il motivo per cui voglio più poesie politiche e meno arte politica? Sto ancora lottando con vecchie domande: perché molti contenuti politici affiorano attraverso forme molto conservatrici? Una nuova politica chiede nuove forme? Non ho risposte. A volte penso che nella poesia in lingua inglese, la via da seguire potrebbe essere imparare da Sereni come si tengano insieme diverse voci in un impasto di voci contraddittorie”.

A cosa sta lavorando, ora? Intende tradurre ancora? Come si concilia l’attività artistica con quella poetica?

“Ho appena terminato una mostra. I dipinti non la sorprenderebbero. Sono stato profondamente influenzato dalla calligrafia classica cinese, dove spesso il testo scritto è poesia. Così, per molti anni ho tentato di realizzare dipinti che fossero sia oggetti visivi che letterari. Non sono sicuro che queste due attitudini, arte e poesia, possano conciliarsi. Penso – e forse Pasolini sarebbe d’accordo con me – che siano inconciliabili. Che siano tenuti in una tensione che non ha quiete. Riguardo alla traduzione… sto cercando di tradurre alcune poesie di Vittorio Sereni. Ho tentato di fare delle traduzioni genuine, ma forse dovrò fare altre versioni, che partono dalla poesia e ritornano ad essa. Sto cercando di fare questo con Un posto di vacanza. Ero solito dire: posso smettere di dipingere prima di smettere di leggere poesia. Non è più vero – preferirei dipingere. Ma la poesia sembra essersi iniettata nelle mie vene, quindi, cosa ci posso fare?”.

 

*

Per gentile concessione pubblichiamo la prima parte de ‘Le ceneri di Gramsci’ secondo la traduzione di Andy Patton.

 

I

It’s not May—here in this garden of shadows

and dead foreigners, in this polluted air

that soaks it all in, turning to an even darker stain,

 

then blinds us with a sudden column of light …

this sky foaming white above the roofs

of yellow-ochre blocks of workers’ housing

 

that drape the Tiber’s bends and veil Lazio’s

not so distant turquoise mountains.

An unsettling peace slowly dilates this side

 

of the ancient Roman walls’ crumbling brick,

disaffected, like our too-individual fates,

in this May that’s more like autumn.

 

Here the world’s drabness, the decade coming to an end,

and the guileless naive struggle to remake this life

make themselves visible in the silent, the rotting and the fruitless.

 

You were adolescent still, in the mouth of time

when to go astray was a sign of life, in that May

when a fever was added to the day,

 

when your young body was still so much less thwarted

and corrupted than your father’s—not your father’s,

no, just an ordinary brother’s –

 

already your scrawny hand was gesturing,

outlining the ideal that shines through this silence

(but not in us: through you, though you are dead,

 

and perhaps even through us if we are likewise dead,

keeping you company in this damp garden.)

Can’t you see it, at rest, confined to this foreign site?

 

A patrician boredom surrounds you. And already fading,

the sounds of metal being hammered in some Testaccio garage

reach your ears, almost soothing, like evening vespers

 

under torn awnings, with metal heaped in piles

and scrap dealers singing lewdly while an apprentice’s day

finally comes to an end and rain surrounds him.

 

 

I

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

con cieche schiarite… questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio… Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

 

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,

la fine del decennio in cui ci appare

 

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo…

 

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva almeno ardore,

 

quanto meno sventato e impuramente sano

dei nostri padri – non padre, ma umile

fratello – già con la tua magra mano

 

delineavi l’ideale che illumina

(ma non per noi: tu morto, e noi

morti ugualmente, con te, nell’umido

 

giardino) questo silenzio. Non puoi,

lo vedi?, che riposare in questo sito

estraneo, ancora confinato. Noia

 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,

solo ti giunge qualche colpo d’incudine

dalle officine di Testaccio, sopito

 

nel vespro: tra misere tettoie, nudi

mucchi di latta, ferrivecchi, dove

cantando vizioso un garzone già chiude

 

la sua giornata, mentre intorno spiove.