Se Hitler è una bambola gonfiabile. “Ho scelto di sconvolgere lo spettatore, ma non mi aspetto di riuscirci con chi non ha mai letto un libro”: il pittore Paolo PiLotti dialoga con Matteo Fais

Posted on Aprile 18, 2019, 9:14 am
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La sua opera ha un che di disturbante e, proprio per questo, attrattivo. Paolo PiLotti edifica il suo lavoro su un’estetica ben ponderata e possiede una tecnica che si declina in uno stile personale facilmente riconoscibile. Indubbiamente, provocare gli piace e lo diverte. La sua galleria di personaggi fa in larga parte riferimento all’immaginario pop novecentesco, dal noto dittatore tedesco, ai supereroi della Marvel, passando per i personaggi della Disney. Questi risultano però stravolti e riassemblati frankensteinianamente su corpi improbabili. Oppure sono i particolari del loro volto a venire mutati, come le labbra di Batman che diventano oscenamente gonfie alla stregua di quelle di una qualche valletta in disarmo. Altre volte è il contesto. Altre ancora l’associazione tra due soggetti lontanissimi tra loro che si ritrovano protagonisti di una scena, in un qualche quadro famoso rivisitato. Non per niente, verso il suo operato non sono mancate aspre critiche, da quella di essere lugubre a fare da cantore del nichilismo imperante. Non ultima quella di difendere la causa gender. Si può pensare quello che si preferisce in merito alle posizioni associate alla sua arte – del resto, non esiste un’arte non politica –, ma l’opera di PiLotti merita comunque attenzione, se non altro perché suscita tanto scandalo. E dove c’è scandalo noi di Pangea siamo sempre i primi ad arrivare, come insetti attirati dalla luce e desiderosi di bruciare. Abbiamo pertanto ingaggiato un vivace dialogo con l’artista in occasione della sua mostra appena inaugurata a Via della Fontana 19, a Roma (aperta fino al 24/04/2019). Lui non si è certo tirato indietro.

Lui è Paolo PiLotti, pittore

Una mostra intitolata Schizophrenia, in cui Hitler è una bambola gonfiabile e Superman ha le labbra siliconate. Con quali parole introdurresti alla ratio del tuo lavoro lo spettatore profano?

Con i miei lavori cerco di stimolare la percezione del pubblico. Questo attraverso una ricetta i cui ingredienti sono scelti proprio per avvicinare lo spettatore profano al mio lavoro: i colori e le forme per una ragione estetica, la tematica per il dialogo, e una dose di provocazione per solleticare (stuzzicare) il fruitore. Affinché non ci si limiti soltanto a osservare una figura esteticamente gradevole, ma si vada ben oltre. Ho scelto il termine “Schizophrenia” per un’esigenza etimologica. La scissione della mente intesa come uno sdoppiamento, una bilateralità, penso che, seppur in misura diversa, faccia parte di tutti. I motivi scatenanti possono essere vari: dai dogmi sociali alla semplice introversione, dalla repressione all’esuberanza; perché la paura il più delle volte nasconde una voglia. Regole e diktat soffocano la libertà e trasformare un simbolo del male in un oggetto di piacere, o far salvare il mondo da un uomo che mette il gloss, significa non porre limiti. Al contrario: suggerire speranza o semplicemente sottolineare la realtà.

A proposito del Führer e dei supereroi: ma Hitler e company non sono in parte icone abusate? Voglio dire, non sarebbe il caso di trovarne altre più affini al nostro tempo?

Mi verrebbe da dire sorridendo che Hitler ha abusato di milioni di vite, della storia e pure della geografia, quindi abusare di lui è quasi giusto! Scherzi a parte, credo sia indiscutibile che il Führer è una figura concettualmente ed esteticamente irraggiungibile. In fin dei conti un’icona come Gesù Cristo viene raffigurata da duemila anni per rappresentare il bene, allo stesso modo uno come Hitler può essere utilizzato per lo scopo opposto, senza annoiare mai. Aggiungerei inoltre che le nostre icone contemporanee, sempre nel senso in cui le stiamo intendendo, non sono poi così stimolanti. Se in ultimo guardo il panorama politico del nostro paese, meglio che mi giro dall’altra parte.

Come si può sconvolgere la mente dell’osservatore in un mondo in cui, se entro su Twitter, vedo la Nappi che mostra la vagina, il video di un assassinio mandato in diretta, e parallelamente il mio amico scrittore che mi spiega in pochi passaggi come preparare i cannoli siciliani neanche fosse un pasticcere. Non sarà che la realtà è molto più fuori dai cardini, per dirla con Amleto, di quanto qualunque denuncia artistica possa far vedere?

Dal momento in cui scelgo di sconvolgere l’osservatore, non mi aspetto di riuscirci con chi non ha mai letto un libro o con chi ignora la storia. Il termine “storia”, per esempio nel linguaggio comune, ormai non indica una disciplina di studio che si occupa del passato ma quei secondi concessi da Instagram per mostrare il culo o il cruscotto dell’automobile. I social network hanno sovvertito la realtà. Tutti sono artisti, tutti fotografi, tutti poeti, opinionisti, chef e intanto chi dovrebbe essere nella vita reale un politico, è un instagrammer che strumentalizza i problemi, fomentando le masse e alimentando odio e ignoranza. In questa realtà culturale, la denuncia artistica non può avere un riscontro generale o generalizzato. Non dobbiamo essere ipocriti, anzi è importante sottolineare che raggiungere chiunque è un’utopia, alla quale peraltro io non sono interessato. Del resto, anche sulle meravigliose scialuppe del Titanic non c’era posto per tutti.

Non si può certo dire che nella tua opera la provocazione non sia il tratto distintivo, al pari della rivisitazione estrema della lezione del pop. Eppure, secondo una certa visione – che non so se definire “tradizionalista” – l’arte in generale, quindi la poesia come la pittura, stanno smarrendo la loro primitiva vocazione. In poesia, per esempio, la critica più accesa sostiene: il fatto che nel mondo ci siano degrado, violenze e squallore, non autorizza chi fa versi ad abbandonare il canto e la ricerca del bello, perché la poesia dovrebbe comunque costituire una dimensione altra rispetto alla mera esistenza. Mutatis mutandis, qualcosa di simile lo si potrebbe dire anche per la pittura più attuale. Tu come replichi a questo tipo di accuse? C’è del “Bello”, in senso classico, nella tua opera?
Premettendo che, com’è noto, le avanguardie hanno deciso di cancellare e di infrangere le regole interrompendo all’interno dell’evoluzione dello stile il concetto di bellezza portandolo al suo rovesciamento, io preferisco fare un passo indietro e quindi ti dico sì! C’è qualcosa di bello, in senso classico, nelle mie opere. La mia ricerca del bello nella sua deformazione è solo evoluzione, non allontanamento. In ciò che faccio, il concetto di bello è solo una componente ma non un traguardo. Il mio obiettivo è quello di esortare un senso critico e riflessivo su tutto ciò che ha a che fare con la nostra esistenza.

Ti vorrei chiedere di spiegare, per chi è totalmente alieno alla materia, come procedi nella realizzazione di un tuo quadro, passo dopo passo. In fondo c’è qualcosa, oltre la dimensione concettuale, che viene sempre messa in secondo piano e riguarda la realizzazione materiale dell’opera.

In primis, sono un fagocitatore di immagini. Dopo aver fecondato il cervello con una precisa idea, cerco sul web una serie di fotografie che possano far al caso mio. Le mie bozze sono tutte digitali. Assemblo corpi, oggetti, come il dottor Frankenstein con le sue creature, finché tutta la composizione è completa. Da lì, poi, la faccio rinascere riproducendola con tecniche miste, prevalentemente pastelli, pantone e penne ad acqua, su supporti di carta d’acquerello.

Leggo, nel catalogo della tua prossima mostra: “la figura femminile riveste un’importanza accentratrice nelle opere di PiLotti […] La donna è emblema della critica dell’artista a un sistema solidificato da quasi un secolo […] PiLotti grida con forza che quegli stereotipi sono ancora in essere, che la donna è ancora vincolata a regole non scritte di sottomissione e acquiescenza”. Vorrei chiederti: tu abbracci la causa femminista, stile “Abbatto i muri” o “Non una di meno”? Se sì, perché?

Se guardo indietro il mio percorso, mi viene in mente la mia tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti di Roma. Scelsi anatomia artistica e trattai la modifica del corpo nella storia legato alle tradizioni, religioni e costumi di ogni cultura e società. Arrivai alla conclusione che nella storia del mondo il corpo della donna è stato sempre il protagonista, l’oggetto, da ammirare o deturpare, stringere, allungare, tagliare, tutto per soddisfare delle tradizioni o dei canoni prevalentemente dettati da uomini. Raccolgo questa tradizione, ma la supero. Nei miei lavori la figura femminile è predominante per un gusto estetico: è per la sua versatilità e armonia di forme che si insinua anche nei miei personaggi maschili. Ovviamente in questo entra in gioco la provocazione, perché nella nostra società col DNA bigotto è più facile suscitare un’emozione con un uomo col corpo di donna piuttosto che il contrario. Detto ciò, riguardo la mia posizione sul femminismo, mi farebbe tanto piacere dire che non ce ne sia bisogno, ma considerando che nel 2019 ancora si mettono in discussione diverse tematiche che riguardano la donna e che in questo imbarazzante teatrino politico ci sono pupazzi cuciti male, allora sì, devo dire che abbraccio calorosamente tutte le femministe.

Ho letto alcune critiche che ti sono state rivolte, per esempio dall’osservatorio contro il gender. L’accusa, nella sua essenza, è fondamentalmente quella di nichilismo. Dimmi, tu invece ritieni che la tua opera avanzi dei valori, ovvero sia in tal senso propositiva contro una certa degenerazione del mondo moderno e della società dei consumi?

Essere accusato di nichilismo da gente che scrive contro il gender mi fa sorridere. Ma questo sul piano concettuale. Prima di puntare il dito contro chi, secondo loro, nega i valori, io mi preoccuperei di girarlo verso chi nega la realtà. Ovvero contro loro stessi. Il mio lavoro abbraccia diverse tematiche: sesso, storia, politica, consumismo, bellezza, droga, religione. Queste sono il più delle volte legate tra loro. Si tratta di concetti simbiotici e al contempo contrastanti, che vogliono suscitare emozioni e riflessioni. Nella provocazione o nell’erotismo vedono solo depravazione, pornografia. Voglio risponderti con il pittore Egon Schiele che disse: “Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco”. Non a caso questa è la descrizione del moralista medio.

Dei tuoi colleghi – intendo quelli attuali, viventi – chi apprezzi particolarmente e perché?

Non potrei non nominare Ron English, una tecnica perfetta legata ai simboli della cultura consumistica e della pubblicità. Mi piace molto poi Kris Kuksi, appartenente al fantastic realism, pittore e scultore che crea complesse installazioni che si muovono tra l’umorismo nero, la politica, il sesso e la morte. Ti fa immergere nel suo fantastico mondo barocco post-apocalittico. Dave MacDowell irriverente, sarcastico anche lui, ideatore di un mondo caotico e patinato abitato da personaggi del mondo del cinema, musica e politica. Infine adoro Laurina Paperina che con i suoi dipinti, disegni, installazioni e animazioni morbosamente umoristici semplicemente prende in giro l’arte e la vita.

Matteo Fais