Non sei più lo stesso dopo aver letto i russi, perché la letteratura russa è la nostra stessa vita. Viaggio sentimentale con Paolo Nori tra Tolstoj, Dostoevskij, Šklovskij, Daniil Charms…

Posted on Dicembre 18, 2019, 9:24 am
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Parto dalla fine, contenta di averlo letto tutto d’un fiato, tale è la sintassi di questo libro così sfasata. Ebbene la fine di I russi sono matti – Corso sintetico di letteratura russa 1820-1991 (Utet, 2019) di Paolo Nori è questa:

Manca la fine

Una volta Gogol’ si è travestito da Puškin e è andato a trovare Lev Tolstoj. Nessuno si è meravigliato, perché in quel periodo, F.M. Dostoevskij, che Dio lo benedica,

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Paolo Nori scrive che gli sembrava perfetto finire il suo libro con i testi assurdi di Daniil Charms, l’iniziatore della letteratura dell’assurdo in Russia (parliamo degli anni ’30) e non posso dargli torto. Dopo aver letto “I russi sono matti” si ha come la sensazione di aprire un vano del sottotetto e venire letteralmente sommersi di letteratura russa, sottoforma di cianfrusaglie di ogni genere: stelle filanti, bicchieri, ninnoli, verghe, compresi chili di polvere. Credo che forse questa sensazione paradossale sia dovuta in primo luogo al timbro narrativo con cui Paolo Nori ha scelto di parlare dei russi. Mi piace chiamarlo timbro dell’evocazione. Mi spiego. Leggendo un classico russo, poniamo Oblomov, Anna Karenina, Delitto e Castigo, ecc. non è possibile non sprofondare dentro le pieghe della propria vita. E Paolo Nori ce lo dimostra perché quasi ogni suo capitoletto è pieno di finestrelle che si affacciano sulla sua di vita, o sulla nostra, e non è un suo vezzo. È la stessa modalità con cui ti prende l’amore: vorresti abbracciare tutto l’abbracciabile ma non puoi perché quello che vorresti abbracciare è inabbracciabile. Sì, proprio così, i russi fanno questo effetto. Così lui se la cava molto più che egregiamente schizzando all’impazzata qua e là, pigiando dei tasti (personaggi, scrittori, studiosi, romanzi a cavallo del periodo preso in considerazione) e nel momento stesso in cui questi tasti vengono pigiati, si scatenano degli tsunami.

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È la prima volta che mi metto a colorare con i pennarelli dei passaggi su un libro che leggo, roba da matti, direbbe Charms, ma sentite qua.

Paolo Nori racconta di come una volta sia stato intervistato da un giornalista dell’Huffington Post. Alla domanda se si potesse essere così estranei al potere come cercava di essere Iosif Brodskij nell’Unione Sovietica degli anni Settanta (cito: Brodskij non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava), Paolo Nori risponde inizialmente che letteratura e potere politico non sono mai andate molto d’accordo.  Di fronte alle insistenze del giornalista che trova la risposta troppo facile, Nori incalza dicendo dapprima che, nonostante lui (Nori) fosse un essere insignificante il mondo gli sembrava oltremodo stupefacente, che scrivere gli permetteva di fargli crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore e che ogni tanto succedeva che la sua vita così insignificante diventasse memorabile (tralascio gli esempi). E aggiunge: “come dice Tolstoj noi disegniamo le nostre orbite intorno alle persone che ci stanno accanto e cambiare la propria orbita significa cambiare il proprio mondo”. Per finire dicendo che in quarant’anni di letture dei classici russi si può decidere che vita fare e che il potere significa semplicemente quello che uno è capace di fare. E che si può essere molto potenti anche senza aver nessun ruolo preciso dentro un organigramma.

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Al di là delle affermazioni già di per sé potenti, otto capitoli dopo, Nori confessa che in realtà la citazione di Tolstoj “noi disegniamo le nostre orbite intorno alle persone che ci stanno accanto”, che pensava di aver letto in Guerra e pace o in Anna Karenina, non c’era. E allora si era ricordato che durante il periodo in cui leggeva Anna Karenina si era separato dalla mamma di sua figlia, e capì che leggere Anna Karenina in quel momento parlava di quello, della sua separazione dalla mamma di sua figlia e del fatto che si disegnano le proprie orbite intorno alle persone che ci stanno accanto. La citazione evocata da Anna Karenina non c’è, ma è vera. Si è originata da sola, come in una divisione cellulare. Per cercare di spiegare questo fenomeno Nori si rifà a Heinrich Böll che disse che a lui la lettura di Guerra e pace gli ricordava il muro di Berlino. Non per niente quest’ultimo capitoletto, della confessione sulle citazioni false, si intitola “La cosa dei pianeti”.

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È un libro, dunque, questo, di associazioni tra letteratura russa e vita, anzi tra letteratura russa e arte. La vita come la si vede di solito è imballata, come spiega Nori in un altro capitoletto, chiamando stavolta in causa il critico Šklovskij che diede il suo prezioso contributo al formalismo russo con l’articolo “L’arte come procedimento”: le cose di cui parliamo, come il sole per esempio, ci passano davanti come se fossero imballate. Questo modo di percepire le cose fa parte del linguaggio ordinario, quello che si usa quando parliamo di una cosa per la milionesima volta. Il linguaggio dell’arte invece, dice Šklovskij, serve a darci una sensazione della cosa, serve a risuscitare la nostra percezione della vita, uno sguardo che c’è dentro di noi e che salta fuori quando incontra una causa scatenante. Un po’ come se guardassimo quella cosa per la prima volta…

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Anche se il libro è strutturato in tre sottoinsiemi – Il potere, L’amore e Il byt (parola intraducibile il cui significato viene esposto lungo trenta pagine) – e anche se la trama del libro viene dichiarata in uno degli ultimi capitoli (“Di cosa parla questo libro”), in cui Nori ci rivela che le teste russe, così squinternate e stupefacenti, non sono le nostre, italiane, il pensiero di fondo del libro si svela lentamente, passaggio dopo passaggio. La magia, la diversità, la sensazione di malessere e struggimento, che ci piace tanto, di ottenebramento, di inebetimento e di stupore che ci danno i romanzi russi prima del 1991, prima del crollo dell’Unione Sovietica, prima dell’apertura dei mercati, si dissolve, influendo notevolmente sull’editoria russa contemporanea. Per questo viene apposto il sottotitolo “corso sintetico di letteratura russa dal 1820 al 1991” perché la pazzia e il fascino, l’anima russa è lì, a cavallo di quegli anni. Tutto quello che viene dopo è Occidente, che forse ci ha anche un po’ stufato. Fine.

Isabella Serra

*In copertina: Lev Tolstoj e un suo discepolo, Valentin Bulgakov, 1910