“Oggi? Un appiattimento globale. I pigmei hanno avuto la meglio sui titani”: dialogo con Paolo Maurensig, che ha messo sotto scacco la letteratura italiana

Posted on Aprile 24, 2019, 7:01 am
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Effettivamente, gli scacchi sono figura del mondo e del tempo, della galassia e della volontà divina, incastro di fato, di vento e di genio, e lo scacchista, dunque, è un mago. Chi si vota al gioco con disciplina d’acciaio e ascolto del cuore e della sinfonia dei nervi, è un mago, uomo che ripiega in sé ogni mondo possibile, al di là della logica. In un anno avverso, ho immaginato Bobby Fischer imperatore degli Stati Uniti e avrei dato ad Alechin le chiavi dell’Europa; d’altronde, ho consideravo Il maestro di go – variante nipponica e amplificata degli scacchi – di Kawabata uno dei romanzi più belli di sempre. Gli scacchi, mistura di strategia e di avidità, di obbedienza e ispirazione, sono, per altro, ipostasi della scrittura, ma è stato Paolo Maurensig, venticinque anni fa, con La variante di Lüneburg a mettere sotto scacco la letteratura italiana, con una mossa narrativa francamente geniale. Autore di libri raffinati e di successo – Canone inverso, ad esempio, poi tradotto in film – Murensig continua la sua ricerca nell’atlante cangiante dell’arte scacchistica con L’arcangelo degli scacchi: vita segreta di Paul Morphy (Mondadori, 2013), Teoria delle ombre (Adelphi, 2015) e questo ultimo, Il gioco degli dèi (Einaudi, 2019). Maurensig racconta qui la biografia verosimile e sibillina di Mir Sultan Khan, affascinante per i laghi d’ombra: talento strabiliante nel “gioco della guerra concepito in India nella notte dei tempi e diffuso poi dalla Persia fino in Europa”, il chaturanga, l’antenato degli scacchi, cresciuto nelle oscurità indiane, viene notato e condotto in UK dove vince un paio di campionati britannici e batte un gigante come José Raúl Capablanca (eccolo: “sempre impeccabilmente vestito, con un angolo del fazzoletto che gli spuntava dal taschino della giacca, intonato con cura alla cravatta dal nodo sottile, fissato al colletto da una spilla d’argento, gli occhi scuri un po’ sporgenti e i capelli impomatati, la stretta di mano asciutta e vigorosa… E quel sentore di lavanda, cosa davvero rara in un ambiente in cui predominava un forte odore acidulo che era la misura stessa della tensione dominante”). La sua fama, tuttavia, dura una rapace manciata di anni, nei Trenta del secolo scorso, poi lo scacchista torna nell’ombra, nella pagoda indiana dell’oblio: “la vita di questo straordinario personaggio” che “sembra uscire dalle pagine di Kipling” si spegne mestamente e misteriosamente nel 1966, causa tubercolosi. Maurensig, con ferrea strategia narrativa – l’estrema confessione dello scacchista indiano è offerta a Norman La Motta, corrispondente del Washington Post, laggiù a seguire la crisi diplomatica tra India e Pakistan – riempie le ombre biografiche di Sultan Khan con una scrittura che guizza, ha il tuono della favola e pare pronta per il cinema. Il libro affronta temi, in fondo, capitali: la preveggenza dei grandi artisti – lo scacchista è mago e sciamano, ha potere sui regni dell’altro, della mente –, il rapporto tra gioco e vita, tra arte e Storia, la ferocia e la fatalità del talento (“Essere supportati dagli dèi non è poi quella gran cosa che tutti credono; non è un merito muoversi appesi alle loro fila, diventare una loro pedina”, dice Sultan Khan in una zona capitale del romanzo). Così, mi sono preso il privilegio, perciò, di dialogare con Maurensig. (Davide Brullo)

“Ero uno scherzo della natura, un fenomeno da baraccone più che un autentico scacchista”, fa dire al suo eroe, Mir Sultan Khan. Qual è la ragione che la ha condotta a ipotizzarne la biografia? L’enigma, la ‘vita oscura’, la geniale marginalità, che cosa?

Dopo aver scritto Teoria delle ombre, romanzo ispirato agli ultimi giorni di vita del grande scacchista russo Alexandre Alechine – probabilmente vittima di un omicidio – mi ero ripromesso di lasciar perdere il gioco degli scacchi. Il caso volle però che una “risorgente” casa editrice mi chiedesse di dare un’occhiata nel retrobottega per vedere se tra i saldi non fosse rimasto qualcosa di scacchistico da poter pubblicare. Dovetti rifiutare la loro offerta perché avevo esaurito ogni argomento. Solo qualche tempo dopo mi venne in mente questo misterioso indiano, realmente esistito, che da guardiano degli elefanti era diventato uno scacchista capace di sbaragliare tutti i campioni occidentali del tempo, compreso Capablanca. In questo personaggio e nella sua storia c’erano tutti i requisiti per un romanzo: l’enigma, la genialità, l’emarginazione, il razzismo, la guerra…

C’è un’altra frase del suo romanzo che mi pare emblematica per accerchiare l’inafferrabile Sultan Khan, questa: “Non mi sono mai ritenuto un grande giocatore, perché la mia era una dote naturale. Non ero io a inventare o a progettare, mi limitavo ad aspettare che il genio preposto al gioco mi desse il suggerimento giusto. Essere supportati dagli dèi non è poi quella gran cosa che tutti credono; non è un merito muoversi appesi alle loro fila, diventare una loro pedina”. Forse era questo che voleva descrivere, la pura ispirazione, la “dote naturale”? In fondo, sembra che dietro alla storia favolosa di Sultan Khan lei stia svelando una dizione estetica, un programma letterario, una indagine nell’arte.

Il tema della grandezza e miseria del genio è già stato trattato più volte in passato, non per ultimo nel romanzo biografico su Paul Morphy (L’arcangelo degli scacchi), in cui ci sono alcune riflessioni sul dono del talento e sul suo utilizzo. Anche Sultan Khan si pone questo interrogativo: “Perché gli dèi hanno scelto proprio me?”. In suo soccorso viene il suo maestro che gli suggerisce una spiegazione che solo la credenza orientale nel ciclo delle rinascite può avallare: gli dèi non elargiscono a caso i loro doni. Il talento può essere quindi il risultato dell’applicazione e dello studio praticati in vite passate.

Fino a che punto ha ‘riempito il vuoto’, cioè è stato romanziere nel dipingere e decrittare la vita di Sultan Khan?

Ho fatto una ricerca approfondita soprattutto per quel che riguarda il periodo europeo, il resto è verosimile.

Al di là degli scacchi metafora della guerra – evidenza che appare nel romanzo: “Che differenza c’era tra la fanteria e lo schieramento dei pedoni? E tra i carri e i carri armati? E tra la cavalleria e l’artiglieria leggera?”  – mi preme una sua riflessione sui rapporti tra gli scacchi e il potere, tra gli scacchi e l’istinto di dominio. Nei suoi romanzi ‘scacchistici’, in fondo, si percepisce che ogni gioco esula dai suoi confini, è sempre pericolo e rischio. Sembra quasi che dominare il gioco consenta di dominare l’uomo, gli uomini.

Il potere si esercita a ogni età della nostra vita e in ogni ambiente: nella famiglia, nella scuola, sul posto di lavoro; persino gli dèi si contendono il potere giocando a chaturanga con gli uomini, individualmente, o con le masse. Questo è in fondo l’assunto del romanzo. In ogni congregazione umana, dalla tribù primitiva alla moderna società occidentale, il maschio tende a raggiungere una posizione di supremazia rispetto agli altri. Nelle tribù primitive solo lo sciamano, che vive ai margini della comunità detiene il vero potere. In termini moderni, ogni uomo (tra cui molte donne) mira a essere l’elemento alfa, il leader, il capo, quando farebbe meglio a esplorare la direzione opposta, quella dell’“elemento omega”, il quale non prevarica il suo prossimo, semplicemente perché è animato da un sentimento raro: la comprensione per la natura umana. A Sultan Khan ogni forma di potere è negata dalla sua religione e dalla posizione sociale che il Karma gli ha assegnato. Solo sulla scacchiera egli può esercitare temporaneamente una forma di supremazia.

Su chi altri vorrebbe scrivere il prossimo romanzo biografico?

Se lo sapessi sarei già al lavoro.

Chi è a suo dire lo scrittore più ‘scacchista’ del canone? Insomma, chi è il Capablanca e l’Alekhine della letteratura?

Oggi tutto procede verso un appiattimento globale, dove non ci sono molti scrittori di spicco. I pigmei hanno avuto la meglio sui titani.

Una domanda sulla letteratura italiana contemporanea: le interessa? Chi legge? Dove sta andando?

In Italia le cose vanno ancora peggio, basta vedere quante sono le librerie costrette a chiudere. Quando vedo tutti questi adolescenti ipnotizzati dal loro smartphone mi chiedo quali saranno le loro letture. Forse in futuro avranno ancora spazio i libri di ricette, le autobiografie dei cantanti e dei personaggi televisivi, le rivelazioni scandalistiche, il gossip, la politica… A salvarsi sarà di sicuro il genere poliziesco, ed è una fortuna perché un domani l’acuto ispettore di turno scoprirà finalmente chi ha ucciso la letteratura.